mercoledì 5 maggio 2010

A PIENO VENTO



Non ricordavo il mio nome e nemmeno la data di quel giorno. Non ricordavo nemmeno l'anno in corso, la mia età, né, dove mi trovassi in quell’istante. Addirittura avevo dimenticato da quale regione del mondo provenissi e chi mi avesse generato. Le lunghe ed estenuanti battaglie combattute avevano provocato in me numerose ferite profonde lungo tutto il corpo, ma soprattutto enormi solchi nella mia anima.
Ero in un luogo che non conoscevo. Ero solo. Io ora ero davvero solo. Io che avevo marciato con enormi e scintillanti squadroni di fieri guerrieri, con i loro scudi di bronzo e gli elmi finemente fregiati. Io che avevo attraversato e conquistato ricchissime città dalle cupole d’oro. Io che avevo marciato per interminabili mesi nella gelida neve delle altissime montagne del nord e nell’assolato e caldo deserto del sud del mondo. Io che avevo combattuto e sconfitto le belve mitologiche degli oscuri boschi. Che avevo avuto donne, vino e cibo di prima qualità. Era tutto svanito come un sogno al risveglio. Ora ero solo. Solo con me stesso e con il grande peso di vivere nel disprezzo della mia gente. Un disprezzo per non avere mai preso una posizione coerente con le scelte della mia esistenza ma solo seguendo miraggi creati da ricompense mercenarie e dal potere promesso da furbi e biechi personaggi.
Ora ero solo, sfinito, prosciugato e disprezzato. Non sapevo se fuggire e nascondermi dalla malevolenza degli altri, oppure, concedermi al mio desiderio di autodistruzione..
Ora era tutto miseramente finito. Quello che sembrava essere il miraggio della migliore esistenza possibile era orrendamente terminato. Il desiderio di una vita regolata dalle forti emozioni, vissuta pericolosamente tra il tripudio di essere vivo e il terrore di poter morire. Una vita esaltata tra l’ammirazione e il prestigio, il falso amore comprato di donne spregiudicate e l’esaltazione, tra denaro e feste orgiastiche. Tutto questo era finito. Tutto era finito. Anche la giovinezza era passata. L’ esercito di forti giovani che incuteva soggezione al suo passaggio era smembrato, distrutto, finito. Aveva lasciato il posto a erranti uomini consumati dal loro stesso vivere. Ed io con loro. Dello spavaldo esercito, ammirato dai potenti, che conquistava territori, polverizzando ogni nemico, rimaneva solo il ricordo.
I giovani invincibili avevano smesso di esistere.
Molti di noi erano deceduti nelle battaglie e seppelliti in luoghi remoti. Altri erano morti al ritorno, causa, le malattie contratte. Altri ancora rimasero orrendamente sfigurati dalla cancrena dovuta alle ferite che strappava la carne.
Taluni si erano tolti la vita quando si accorsero di non avere più un rifugio dove rientrare, una casa, un amore che si potesse prendere cura di loro. Alcuni, come me, cercavano la redenzione per tutti i peccati commessi vagando senza meta e senza terra, con la sola speranza di morire così da ottenere una degna sepoltura, liberandosi di un’ingombrante esistenza.
Il mio corpo aveva sostenuto centinaia di reboanti assalti e di terrorizzanti ritirate sotto i colpi cruenti di uno sconosciuto nemico. Le mie gambe avevano spinto con vigore, la mia spada, nel penetrare il morbido e sfortunato corpo dell’altro e le stesse si erano impietosamente piegate sotto il peso dello scudo segnato dai colpi di mazza di un efferato nemico.
I miei occhi stanchi avevano visto l’orrore, il sangue, la morte. Gli stessi che avevano visto solo morte. Troppa morte. Se possibile, una morte più morte. Una morte violenta fatta di agghiaccianti urla e di pietosi rantoli di dolore. Una morte fatta di olezzo di sangue, di ossessionanti pianti, di vita interrotta bruscamente.
E tutto ciò solo per vili denari. Ero stremato, sporco e ferito.
Vagavo senza una meta e con lo sguardo vuoto. I miei occhi piccoli e chiari incastonati in un viso magro erano fissi e vuoti. Non vedevano più, oppure, non avevano più voglia di vedere. Il mio barcollare lento muoveva ritmicamente la mia lunga barba ormai imbiancata da tanti inverni mentre i capelli erano lunghi e raccolti in una coda. In cima a una fronte spaziosa una pelle rugosa e bruciata. Il busto, magro e tirato, dimostrava forza e cura mentre, le gambe, segnate da evidenti muscoli, parlavano di grandi allenamenti e disciplina.
Le mie mani avevano dita esili ma forti e si univano a braccia reticolate da vene e nervi.
Continuavo a camminare in uno stato di apatia assoluta. Nemmeno la compagnia della morte mi avrebbe destato. Poi a un tratto mi fermai, immobile come una statua. Mi pervase l’assoluta consapevolezza di non riuscire a provare più nessun sentimento come solo la pietra sa fare.
La mia aridità mi sorprendeva, fermo nella convinzione che quello che avevo vissuto aveva distrutto ciò che di bello e umano avessi in me, sostituendo la fiamma della vita con un gelido marmo.
Non ricordo dove fossi capitato nel mio girovagare ma quel luogo sarebbe stato l’ideale per la mia fine. Sapevo che nulla mi avrebbe guarito ma provavo un senso di pace.
La pioggia era appena cessata e l’aria era pregna dell’odore acre e intenso della terra e dell’erba bagnata. Ai margini della foresta cominciavano a spuntare timidi, i primi virgulti della primavera che punteggiavano l’intera radura di fiori non ancora sbocciati. Il loro profumo era quasi impercettibile, ma addolciva con una nota di lieve freschezza l’umida fragranza del bosco rigoglioso di vita.
Il sole, appena riusciva a farsi largo tra il fitto tappeto di grigie nuvole, riscaldava di un lieve tiepido tepore l’aria, che, filtrando tra i rami, disegnava strisce d’intensi lampi, esaltati dalla nebbiolina umida della pioggia da poco caduta.
Le gocce appese ai rami parevano diamanti e la loro luce illuminava con i colori dell’iride le foglie ingiallite cadute a terra. La temperatura sembrava piacevole sulla pelle.
I miei sensi percepivano la bellezza di quel luogo e i miei pensieri si elevavano donandomi un senso di pace e serenità rare volte provato.
I delicati profumi riempirono le narici mentre i polmoni si gonfiavano di quell’aria tiepida e rassicurante. Lo sguardo si perse dentro quel fitto intrigo di rami contorti.
Gettai a terra con violenza le armi e mi tolsi velocemente l’armatura come scottasse sulla pelle.
M’inginocchiai e abbassai la testa, assorto in quel intenso e caldo istante dopo lunghi e freddi sanguinari inverni.
Quando rialzai il capo, un urlo gonfiò la mia gola vomitando tutto il dolore e l’odio.
L’eco del mio grido, profondo e intenso, risuonò nel bosco insieme al battito d’ali impaurito degli uccelli.
La mia testa ricadde in avanti colma di pensieri disperati. Rialzai lentamente il capo quasi come attirato da una forza misteriosa.
La mia attenzione fu colpita da un germoglio di fiore decisamente insolito ma splendido. La sua forma tondeggiante e lievemente racchiusa donava al cucciolo di fiore un senso di tenerezza. I colori dei suoi petali, non ancora completamente sbocciati, spiccavano rispetto agli altri per la loro brillantezza e intensità.
Mi rialzai e, barcollando, mi avvicinai lentamente verso il tenero piccolo fiore appena nato.
M’inginocchiai nuovamente davanti ad esso e lo presi delicatamente tra le dita dolenti e consumate.
Ammirai con attenzione i dettagli dello splendore che la natura aveva creato, la meraviglia dei colori e la sua forma perfetta. Mi mossi lentamente e con molta cautela. La mia cura fu di non staccarlo dalla sua pianta genitrice per non infliggere altra morte a tanta morte vista prima. La vita risplendeva in quel piccolo fiore
Era ammaliante e candido e nell’ambiente spiccava per la sua quasi irrealtà.
Ero incantato da quel germolio che mi bloccai in quella posizione per diverso tempo a riempire il mio animo della sua vista.
Le ferite sanguinanti e i tagli profondi, non mi procuravano più dolore mentre sentivo le forze allontanarsi lentamente. Si stava avvicinando la fine.
La mia vista si annebbiò improvvisamente e Il mio pensiero andò, senza un motivo apparente, immediatamente ai miei genitori che mi apparvero sorridenti di fronte a me.
Inaspettatamente e con una rapidità incredibile, vidi scorrere immagini casuali della mia vita. Percepivo ricordi e persone conosciute. Poi la mia mente si svuotò completamente lasciando posto a una luce bianca, forte e diretta. Il mio respiro si faceva sempre più lento e rantolante.
Caddi esausto in avanti con il volto immerso in una pozza putrida di acqua e fango. Non so quanto tempo trascorse. Forse mi addormentai. Forse morì in quel preciso istante. Forse no. Mi sarei risvegliato? Fu realtà oppure era la vita dopo la morte corporea? Non lo so.
In quella situazione vidi qualcosa che m’incuriosì. In quello stato di torpore apparve di fronte a me, a un centinaio di metri, sopra la collina, una figura femminile, a cavallo, scortata da numerosi uomini ben armati.
La donna, dai lunghi capelli color corvino, era magra, ben vestita e curata.
Mostrava un portamento inaspettatamente diritto sul muscoloso destriero bianco.
Era immobile, mentre una lieve brezza, accarezzava i suoi capelli e la criniera del cavallo, muovendo le foglie degli alberi tutti intorno. Mi soffermai a guardarla mentre il mio corpo era riverso a terra. Sembrava guardare nella mia direzione. Feci in tempo a udire che la chiamarono “Regina”.
Solo il lento scorrere del fiume.
Poi non ricordai più nulla e non ricordai mai più nulla...

Chiusi il libro, spensi la luce e mi addormentai.

La sveglia, come sempre, suonò troppo presto il mattino.
Mi alzai dal letto, come ogni giorno, notevolmente assonnato e infastidito dall'arrivo del nuovo giorno.
La luce, che entrava dalle finestre, fu, per certi versi, aggressiva nel il suo rinnovato splendore.
Sarei voluto rimanere al buio a dormire ancora un po’ ma il chiarore provocato del sole, come una dolce tortura, aveva illuminato tutto, me compreso.
Perfettamente corrispondente al mio stato comatoso e con gli occhi semichiusi entrai nel bagno facendo attenzione a non inciampare negli stipiti della porta. Accesi la luce e vidi passare, nello specchio, un essere che pareva umano ma che in fondo di umano non aveva granché. I capelli arruffati, viso gonfio, occhi simili a fessure e andamento barcollante. –“ Guarda lì che bella fronte spaziosa"! Ma di chi è?"... ma certo che è la mia!! “-
Cercai di sorridere ma non mi riuscì. Venne fuori una smorfia che non ingannò nemmeno lo specchio, il quale riuscì a riflettere esattamente la mia immagine e il mio stato d’animo.
Entrai in cucina aggirandomi come un ubriaco dopo una serata di baldoria.
Cercai avidamente nei pensili qualcosa da mettere sotto i denti. Qualsiasi cosa avesse un vago sapore dolce. Trovai solo pane raffermo e marmellata di prugne zucchelle. In fondo per me la colazione non era mai stata importante. Un caffè e via! Al lavoro!
Misi la caffettiera sul fuoco e nel frattempo aprii l’acqua della doccia affinché si scaldasse.
Tornai in cucina ma il caffè non era ancora pronto. –“Ma quanto ci mette"-? Avrò messo l’acqua? “- sbottai tra me e me.
Nel frattempo dal bagno uscì una densa nuvola di vapore bollente.
–“ No!!!”-
Avevo dimenticato l’acqua della doccia aperta. Corsi in bagno mi spogliai velocemente dal pigiama e m’infilai sotto la doccia.
Per un attimo l’acqua mescolata a un bagnoschiuma profumato mi donò un lieve senso di piacere che assaporai immobile sotto il getto caldo. Finito di lavarmi, mi rilassai lasciandomi cadere un rivolo d’acqua sulla testa affinché scorresse sul viso e, davanti agli occhi aperti, offuscarmi i contorni delle cose come immerso in un mare cristallino.
Uscii dalla doccia e uno sgradevole profumo di bruciato mi avvolse le narici.
Mi annusai le ascelle.
–“ No!!!”-
Avevo dimenticato la moka sul fornello acceso!!
Corsi in cucina e la caffettiera sputacchiava le ultime gocce di caffè rimasto inondando il piano cottura.
Coprii il viso con le mani in un gesto di disperazione; rimasi in silenzio per qualche minuto fermo in quella posizione.
Con la rassegnazione nel cuore spensi il fornello e cominciai a pulire con lo straccio umido della cucina.
Avevo i capelli umidi, la salvietta legata in vita ed ero scalzo.
Mentre fui profondamente impegnato nella pulizia, squillò il telefono cellulare.
Un senso d’inquietudine e irritabilità mi avvolse.
-“ Pronto? “-.
-“ Ciao! Amico mio!”- dall’altra parte del ricevitore.
-“ Ehi ciao! Come va?”- Dissi io
-“ Sai ti devo raccontare un sacco di cose. Però il lavoro non va per nulla bene e mia moglie si comporta davvero male. Hai sentito quello là? Se non si fa sentire gli sparo! Giuro!” “ E’ tutto un caos qui non paga più nessuno. Ma io ho degli amici che conoscono i metodi giusti per far pagare i conti sospesi. La gente dice di essere senza soldi ma le agenzie di viaggio sono piene. E i ristoranti??...Dove li metti i ristoranti. Ah sai sono andato in una trattoria, dove ho mangiato benissimo e speso una stupidata … ah ho scoperto anche che lavoro fa”- Dovetti fare presto mentre la salvietta lentamente scendeva giù. Non avevo più mani per sostenere la situazione.
“- Senti mi devi scusare. Mi hai beccato in un momento particolare. Scusa ancora. Ti chiamo io appena posso. Ok?.”-
-“ Va bene, però chiamami eh?...non ti dimenticare. E rispondi quando ti chiamo!!!...ciao a dopo”-.
Mi domandai per quale motivo mi dovessi sentire in colpa. Chiusi la telefonata con una sensazione di fastidio.
La mattina partì decisamente con il piede sbagliato.
Il tempo trascorse inesorabile e veloce e l’appuntamento con il lavoro si avvicinò sempre di più facendomi agitare e innervosire come consuetudine ormai negli ultimi tempi.
Mi preparai velocemente, mi pettinai e mi lavai i denti in modo frettoloso. “Il lavoro aveva ogni precedenza, non potevo perdere tempo nelle banalità” Pensai.
Indossai un abito gessato nero, camicia azzurra a largo collo, calze anch’esse gessate e scarpe nere in cuoio rigorosamente di manifattura inglese. Per ultima mi arrotolai una cravatta di colore chiaro, molto larga, con la quale feci tre giri di nodo affinché fosse molto grande e alla moda.
Controllai che le iniziali del mio nome e cognome ricamate in basso a sinistra sulla camicia si notassero e non fossero nascoste dalla cintura di pelle di coccodrillo.
Squillò nuovamente il telefono.
-“ Pronto?”-
-“ Sei ancora a casa?”-
-“ Sì perché?”-
-”Sono le 8.30 e non sei ancora uscito a produrre?”- “Con tutti i soldi che ti diamo!”- “ Dai vai sbrigati che ha già telefonato quel nostro collaboratore che tra mezz’ora ti aspetta! ” - “ Avanti muoviti!”- -” Guarda che ti controlliamo”- Si chiuse bruscamente la telefonata.
Rimasi perplesso e stordito fissando lo schermo del telefono cellulare per qualche istante.
Come faceva ad aspettarmi dopo mezz’ora che avrei avuto perlomeno un’ora e mezza di viaggio di distanza? Sarei dovuto partire all’alba o forse prima ancora. Nel cuore della notte.
Pensai che la soluzione potesse essere partire prima che il sole sorgesse, ma la scacciai immediatamente dai miei pensieri risultandomi sicuramente eccessiva.
Perché non viaggiare addirittura di notte per non scalfire le ore produttive? Oppure perché non lavorare ininterrottamente per le ventiquattro ore?
Pensai sorridendo che, se lo avessi proposto, avrei suscitato interesse ed essere preso sul serio.
In fondo, pensai, che per mantenere l’immagine del mio “personaggio”, nel mondo del lavoro, avrei dovuto escogitare sempre nuove soluzioni, spesso contro il mio benessere. Il sacrificio e la dedizione non avrebbero avuto quel riconoscimento meritato anzi di certo confuso con qualche pensiero frutto di una fantasia contorta. L'importante era solo pagare il mio benessere senza progettare un reale futuro collaborativo basato sulla meritocrazia.
Purtroppo era, comunque, la mia realtà.
Mi lanciai giù dalle scale del modesto condominio, dove abitavo con Monia, che allora era la mia convivente.
Qualche anno prima, decidemmo di metterci insieme e di convivere in un appartamento in un paese dell’Italia settentrionale.
Le trovai un nuovo posto di lavoro e fu lo stimolo decisivo per andare a vivere insieme.
Ci conoscemmo nel campo lavorativo, provenienti, ognuno di noi, da diverse vicende personali precedenti ed egualmente fallimentari.
Iniziammo, così, una nuova esistenza insieme.
Tuttavia, come succede spesso tra due egoisti, il nostro rapporto non decollò, ingabbiato da precedenti preconcetti e abitudini errate.
Non dimostrò mai di essere un vero e proprio rapporto di amore.
Iniziò portandosi in eredità tutti gli errori del passato. Forse fu solo la congiunzione di due solitudini e non il desiderio di condividere il viaggio della vita.
Trascorremmo sempre troppo poco tempo assieme rendendo la relazione, una sorta di stancante formalità dove nulla era gioia e tutte le vicende, un problema insormontabile.
Mancò l’entusiasmo, finirono presto le idee. I progetti in comune e il rispetto reciproco non furono mai i punti di partenza.
A mio modesto avviso, basilare per ogni tipo di rapporto.
Ognuno di noi fu troppo preso dai propri impegni personali e dal desiderio di “sfondare” dimenticando che la realizzazione familiare passava, inevitabilmente, attraverso la presenza felice e appagata dell’altro.
Il successo personale diventò, così, una ricerca spasmodica e ossessiva facendoci dimenticare che la costruzione della propria identità, all’interno della famiglia, passava, inequivocabilmente, da una presenza propositiva.
Arrivai trafelato nel parcheggio antistante il nostro palazzo ed entrai nella mia prestigiosa auto di colore nero, dove mi sentivo protetto e rassicurato.
M’infilai nel traffico cittadino insieme a tutti gli altri automi che a quell’ora del mattino intasavano le strade.
Come un vagone ferroviario s’incastra tra altri due per essere trainato, così io m’infilai tra altre due vetture e mi lasciai trainare a passo d’uomo nel traffico tra brevi accelerate e brusche frenate. Con decisione, dopo un ponte, diressi, la mia auto, a destra imboccando una piccola stradina di campagna, bassa e sconosciuta, al fine di recuperare tempo e di conseguenza denaro...dicono.
I volti sbigottiti e curiosi degli altri automobilisti si specchiarono sul mio sorriso beffardo e insolente, di essere riuscito a fare una “furbata”.
Percorsi la stradina stretta e pericolosa zigzagando fra nerissime prostitute quasi nude, e piccoli agglomerati di casolari di campagna.
Si narrava che in quella strada era stato ucciso un bimbo qualche anno prima per opera di balordi. Che incredibile delitto. Ricordo di averne sofferto.
Arrivai nei pressi dell’imbocco autostradale e scoprii, con grande amarezza e un pizzico d’ilarità, che avevo recuperato ben un minuto e mezzo!! Rispetto al percorso tradizionale.
Che grande risultato! Sorrisi sconfortato.
Varcai la porta d’ingresso della barriera autostradale e lanciai il mio mezzo in direzione nord a tutta velocità per cercare di non perdere altro tempo. Un tempo prezioso al business spesso altrui, mentre la sfida che lanciai alla sorte era la mia personale.
Il pensiero di un possibile incidente, un ferimento o peggio ancora, una possibile morte, mi sfiorò e per una frazione di secondo alzai, pensieroso, il piede dal pedale del gas dell'auto.
Per un momento mi accorsi quanto poteva essere vicina la morte e quanto ci accompagnava in ogni situazione come amica assidua e fedele e sempre in agguato.
In quel caso chiamata a gran voce al mio cospetto dall’elevata velocità di viaggio e, di conseguenza, dal rischio che stavo correndo.
Il tutto per seguire un inutile quanto dannoso stile di vita legato al business.
Arrivai nei pressi della meta. Superai pericolosamente auto in colonna ai semafori e processioni di mezzi in fila nelle affollate vie del centro.
Usai il clacson come una prepotente arma di aggressione verso gli ignari e indispettiti pedoni che osavano mettersi tra me, il mio dovere e il mio poco rispetto per gli altri.
Insultai ciclisti e automobilisti lenti, che si domandarono, sorpresi, da dove provenisse tanto concentrato di arroganza.
Sinceramente anch’io mi chiedevo spesso, l'origine di tale comportamento, giustificandomi con il fatto di vivere in una società nella quale dovevi farti spazio con i gomiti, per non essere sopraffatto.
Non era così.
Capii nel mio profondo ciò che la mia coscienza indicava e quanto era profondamente in contrasto con il mio vero “io” e con quello stile di vita. Ero come privo di volontà, come paralizzato. Ero un automa comandato a distanza da un remoto telecomando che mentalmente mi schiavizzava attraverso il compenso per le mie prestazioni professionali.
Ero troppo interessato ad avere denaro e questo mi rendeva vulnerabile e schiavo agli altrui interessi.
Il solo pensiero del giudizio altrui, il solo pensiero di non essere della partita, il solo pensiero di non essere all’altezza mi faceva rabbrividire.
Era solo e sempre una sfida.
Chi aveva saputo biecamente innescare in me il senso di competizione, anche e soprattutto con me stesso, era riuscito a rendermi psicologicamente debole, inferiore e suddito devoto.
Arrivai all’appuntamento solo con un leggero ritardo.
La persona che dovevo incontrare non c’era.
Attesi a lungo cercando di occupare quel tempo nel modo più produttivo possibile.
Poi ricevetti una telefonata tra le tante.
-“ Ciao, qui è la sede”-
-“ Ciao dimmi”
-“ Ha chiamato qui pochi istanti fa la persona che dovevi incontrare e si scusa, ma, per un lieve malessere, non potrà venire all’appuntamento.
-“ Ma come?”- Dissi in tono seccato – “ Ho fatto di tutto per essere qui in orario"! Non poteva avvisarmi direttamente al cellulare? In fondo ci sentiamo spessissimo.”-
-“ Io non so ”- mi risposero dall’altra parte del ricevitore. –“ in ogni caso, sei in una zona interessante, troverai qualcosa da fare".
Ricordati sempre che sei pagato profumatamente quindi porta a casa i risultati che ti abbiamo chiesto”-. Click e la conversazione si chiuse.
Stetti in silenzio, certamente contrariato dalle parole, dall’arroganza dell’ordine e dal senso d’impotenza. Tutta quell’energia profusa era stata inutilmente sprecata. Gettata. Come il rispetto nei miei confronti.
Mi allontanai dal luogo prefisso per l’incontro e parcheggiai l’auto poco più avanti in un parcheggio che si trovava di fronte ad un bar.
Decisi di prendere un caffè per concedermi una meritata pausa dopo una mattinata così disgraziatamente intensa.
Entrai e ordinai la nera bevanda.
Bevvi, come il solito, un caffè bruciato e amaro nonostante avessi messo due bustine di zucchero, Era solito trovare poca cura nel proprio lavoro di questi tempi in giro.
Nessuno sapeva più rispettare il prossimo globalizzando anche il menefreghismo per la propria attività e la professionalità al servizio degli altri.
Odiai quella bettola, il suo inadatto barista ma soprattutto quel luogo sconosciuto così lontano dalla mia casa.
Pagai e usci.
Quando fui nei pressi della mia auto, un grande senso di sconforto misto ad una grande arrabbiatura mi pervase partendo dal mio interno e uscendo fino a farmi arrossire.
Qualcuno aveva urtato con forza, provocando un profondo sboccio, il parafango anteriore destro, presumibilmente in una retromarcia fuggendo poi senza lasciare traccia.
Mi s’inumidirono gli occhi.
Mi sedetti, in preda allo sconforto, sul muretto di un’aiuola e rimasi a pensare e a chiedermi il perché di tutte quelle continue disgrazie simili a condanne.
Alla fine arrivai a una conclusione.
–“Più desideravo qualcosa con forza, più quel qualcosa fuggiva da me per non farsi raggiungere.–“ Forse la vita era solo il tentativo di raggiungere qualcosa che in realtà non esiste.
Finiranno mai le condanne?
Esiste una assurda teoria che basa le fondamenta nel ritenere che i beni terreni e materiali siano la risoluzione dei nostri conflitti interiori. Scoprendo che poi, in verità, nessun bene materiale può donare serenità e gioia di vivere.
L’ossessione di dovere guadagnare denaro per mantenere uno status vivendi mi rendeva schiavo di esso, così come tutte le mie scelte erano legate alle opportunità che esso stesso poteva offrire.
Cominciavo a disprezzare il pensiero comune nel quale la società incoronava come “Grandi Uomini” coloro i quali possedevano enormi quantità di ricchezze e di denaro. Il più delle volte fatto in modo illegale e fraudolento.
Crollava l’economia, crollavano gli ideali politici, crollava il concetto di giustizia, crollavano le certezze, crollava la percezione di sicurezza in casa e nelle strade. Io no. Io non crollavo. Io ero fermamente convinto che alla fine una giustizia generale avrebbe vinto su tutto, spartendo oneri e onori in modo equo.
Ero convinto che la dea bendata sarebbe apparsa anche a me prima o poi.
Ignorai i continui segnali che qualcosa stava cambiando o trasformando in me.
Ributtavo dentro, nel mio interno, tutti i problemi che mi riguardassero, convinto che qualcun altro stava pensando al mio benessere e al mio futuro. Ero convinto che sarebbe bastato fare bene il proprio dovere per avere attendibilità.
Povero ingenuo.
Non andava così, e, lo dico con un senso di amarezza, non va così nemmeno oggi.
Era solo questione di “vendersi” il meglio possibile. Non importava se corrispondeva alla realtà oppure no.
Mi ricordava spesso tante cariche politiche, di stato ed economiche. Burattini manovrati, spesso, dai poteri occulti.
Nessuno voleva riconoscere che spesso, nel mondo del lavoro, e non solo, sono le forze estranee ad avere il sopravvento su logiche basate sulla meritocrazia.
La mia sicurezza, tuttavia, non aveva il benché minimo vacillo.
Ero talmente certo di essere dalla parte giusta che lavorai sempre con tutte le energie possibili convinto di riuscire a dimostrare il mio valore umano e professionale.
Paradossalmente più spendessi forze, e più i risultati si dimostravano soddisfacenti e confortanti, rafforzando, di fatto, le mie idee, più era difficile ritagliare un mio ruolo di rispetto.
Diventavo sempre più, una sorta di ostacolo perché acquisivo una crescente sicurezza non desiderata e, con l’esperienza, acquisivo una sicurezza personale sempre meno politicamente corretta.
Disubbidiente a logiche e scelte che il più delle volte erano frutto di pensieri deviati. Quanti danni provoca la mente!
Ripresi la direzione di casa. Dopo poco, inaspettatamente, una lunga coda di veicoli si materializzò dopo un viadotto, fermi all’illuminarsi degli indicatori di fermata in una infinita serie di rossi lampi.
Un lungo, freddo serpentone, si snodava sulla striscia di asfalto della tangenziale, mentre la campagna, tutta intorno, ammirava sbigottita la scena forse con un senso di compassione. Migliaia di persone assopite nelle loro automobili e nelle loro solitudini. Chiuse in una insensibile rassegnazione ad accettare l’assurda situazione.
Non avevo desiderio, né motivazioni, per lavorare ancora quel giorno cercando, in una zona sconosciuta e distante dalla mia abitazione, opportunità di vendita.
Il viaggio di ritorno, ricordo, fu molto particolare.
Procedevo a bassa velocità nella corsia dei veicoli lenti, immerso nelle mie sensazioni, provocando un’ingiustificata ira di alcuni camionisti ai quali ero di piccolo intralcio. Mi feci una bella raccolta di gestacci e invettive.
Anche la pazienza non esisteva più.
Il mio stato era inaspettatamente rilassato anche di fronte a questa incredibile serie di episodi negativi.
Ero come consapevole che qualcosa si era rotto dentro di me e che il peggio, forse, doveva ancora avvenire.
Lasciai la mia parte interiore libera di diffondere i propri messaggi..
Le mie consapevolezze erano talmente profonde e distanti che persi la realtà stessa del momento presente, rischiando diverse volte di perdere attenzione durante la guida.
Arrivai a casa nel tardo pomeriggio.
Frustrato mi resi conto di aver perso solo del tempo quel giorno.
Ero veramente arrabbiato di non avere fatto nulla del quale essere soddisfatto.
Una giornata che non aveva lasciato nessun ricordo da raccontare. Non avevo fatto nulla che avesse accresciuto le mie conoscenze. Nulla per cui era valsa la pena trascorrere tutto quel prezioso tempo.
Avevo visto trascorrere il giorno attraverso i finestrini dell’auto mentre i momenti erano scanditi dal susseguirsi dei programmi radiofonici.
Non riuscivo più a sopportare quel tipo di vita dopo tanti, e forse troppi, anni.
Ero veramente distrutto da quella giornata mentalmente faticosa e da una tristezza sostanziale che incupiva i miei pensieri.
Tutto il tempo era trascorso tra autostrade e ingorghi cittadini, tra panini e caffè in solitudine, tra poche parole false e cortesi, e gesti d’interessata cordialità.
Pensavo al giorno trascorso come a uno in meno nel calendario della mia vita e come lo avessi gettato al vento senza un motivo.
Arrivai a casa.
Girai la chiave nella toppa ed entrai.
Monia mi venne incontro con un foglio in mano.
-“ E’ arrivata una cartella delle tasse!”-
-“ Oh no!... dio ti prego no!...non oggi”- dissi sconfortato allontanandomi da lei come se si potesse allontanare da un destino.
Mi seguì in stanza da letto mentre mi allentavo il nodo della cravatta e mi pose in mano la busta senza parlare e si allontanò.
Non era un momento felice nel rapporto tra me e Monia. C’eravamo sposati in un momento di grande desidero di tranquillità e stabilità dopo la nascita di nostra figlia Bianca.
Una tranquillità che Monia, però, non era mai riuscita a darmi.
Ogni cosa, anche la più semplice, con lei, diventava maledettamente complicata.
Riusciva davvero a perdersi nel famigerato bicchiere d’acqua.
Chiedevo costantemente serenità in casa ma non riuscì mai a ottenerla.
Sembrava che tutto il mondo fuori, a suo parere, si fosse alleato contro di lei, me compreso.
Anche il passare del tempo non migliorava per nulla la situazione e l’auspicata maturità tardava ad arrivare .
Io mi stavo sicuramente stancando della staticità del nostro rapporto.
Attendevo un segnale di risveglio che non arrivava mai.
Forse, ho sempre pensato, fu la sua educazione e abitudine, sin da piccola, senza inoltrarmi in facili giudizi, a non darle responsabilità nei confronti di se stessa e del mondo che la circondava.
Aveva, in passato, preferito sempre fuggire o mentire piuttosto che ammettere il suo scarso impegno nelle cose e il conseguente insuccesso.
Troppo difficoltoso portare a termine una qualsiasi esigenza che riguardasse la famiglia, mentre era molto semplice occuparsi di se stessa.
Le mie continue conversazioni scaturivano presto in discussioni, cercando di farle comprendere i miei desideri. Ma non sortivano alcun effetto reale. Svanivano come vapore nell’aria. I miei modi di vedere la vita nel suo complesso erano puntualmente disattesi, con precisione quasi matematica, a favore di sempre continue delusioni da parte sua.
Sembrava possedere una precisione demoniaca e micidiale nello scegliere sempre la parte peggiore con la quale schierarsi e dalla quale farsi sfruttare e spesso sottomettere psicologicamente.
Anche le persone che l’avevano conosciuta bene nutrivano scarsa fiducia in lei e questo mi faceva male, anche se non riuscivo a biasimarli.
Tra queste persone purtroppo erano annoverati anche i suoi genitori che, con il passare del tempo, avevo avuto l’occasione di conoscere meglio.
Poco tempo fa toccammo veramente il fondo. Un fondo sabbioso e pieno di insidie. Dal quale fu molto difficile liberarsi per tentare la salita in superficie, con l’irrefenabile desiderio di respirare un po’ di aria pura.
La mancanza di fiducia lasciò immediatamente il posto a un’estrema delusione e riflessione sul nostro futuro.
Quello che avevo pensato si trattasse d’ingenuità o leggerezza, si trasformò di colpo nella conferma della sua innata capacità di mettersi nei guai senza un minimo di riflessione. Senza comprendere che l’essere donna matura comportava scelte sensate e numerose rinunce.
Non valeva per Monia.
Una mente da ragazzina viziata e capricciosa racchiusa in un corpo da donna, moglie e madre.
Monia si allontanò dalla stanza senza proferire altra parola lasciandomi seduto sul letto nel mio silenzio intento a fissare quella busta ancora sigillata.
Aprii quella lettera con la lentezza di chi sa che da lì a poco sarà portato al patibolo.
Come un esperto giocatore di carte da gioco (che non sono), feci scorrere i fogli tra l’indice e il pollice fino alla pagina, dove si trovava scritta la cifra totale da pagare, la stessa che era segnata sul bollettino postale di colore blu.
La salivazione si azzerò in bocca.
Strabuzzai gli occhi e lasciai cadere a terra l’intera busta con il suo contenuto.
Presi la testa tra le mani, e a occhi chiusi cominciai a disperarmi dentro un profondo silenzio.
Ero certo di essermi sbagliato a leggere l’importo, così ripetei l’operazione. Purtroppo l’importo era corretto e la disperazione entrò prepotentemente nella mia testa.
-“ Dove troverò mai quella cifra?” – Pensai. –“ Possibile che va tutto così male?”- Me la presi con tutto il mondo e con il destino beffardo che si stava accanendo contro di me. Non riuscì subito a comprendere che ero io l’artefice del mio destino. Scelsi la strada più semplice. Incolpai gli altri. –“ Non si può andare avanti così”- continuai a ripetere, sottovoce, come in un mantra.
Per tutta la notte non riuscì a prendere sonno. Un oscuro fantasma mi veniva a trovare ogni qual volta tentavo di chiudere gli occhi. Arrivava penetrando il mio cranio con una forza sottile, impossibile da fermare. Entrava prepotentemente in me emanando scariche elettriche così potenti da farmi sobbalzare. Era l’abitante del mio dentro profondo che aveva deciso di ribellarsi.
E lo aveva deciso proprio quella notte senza attendere ne farsi annunciare.
Lo spirito della mia coscienza cominciava a dare segni d’insofferenza verso il mio stesso corpo che lo racchiudeva e lo limitava nelle emozioni e nelle azioni.
Il mio dentro, come uno spirito libero capace di assecondare i suoi mutevoli umori, stava esplodendo anche contraddicendo ripetutamente se stesso.
La mia anima eterna, che sarebbe sopravvissuta al deteriorarsi dell'involucro che la ospitava, si stava ribellando forte della sua unicità.
Non riuscì a dormire quella notte e così molte altre successive, portandomi ad un passo dalla follia e dall’esaurimento nervoso.
Non avevo più appigli sui quali aggrapparmi per risalire la metaforica montagna, vincendo le insidie della mia vita.
Ero costantemente stanco e demotivato.
A corpo morto mi lasciai cadere nelle profondità del mio io, là dove le aride zone della depressione avvolgono ogni cosa con la loro fredda oscurità.
Conobbi l’astenia, l’apatia, la poca considerazione di me. Non riuscivo a trovare il coraggio e la motivazione per alzarmi dal letto alla mattina. Il semplice fatto di dovermi lavare e occupare del mio aspetto fisico mi provocava tensione nervosa. Mi feci crescere barba lunga e capelli che diventarono ricci in una disordinata chioma. Non riuscivo più a guardarmi allo specchio. Le cose peggiorarono sempre di più a patto che si potesse peggiorare da quella già compromessa situazione. Facevo la spola tra il letto e il divano e nessuna cosa mi accendeva un benché minimo interesse. Nemmeno le parole di mia figlia riuscivano a smuovermi da quell’orribile situazione.
-“ Papà non stai bene”-
-“ Amore, papà è solo molto stanco. Solo stanco non ti preoccupare. Mi rimetterò presto”- dissi con un tono rincuorante. Sapevo che non era così.
Non riuscì a nascondere una lacrima che rigò la mia guancia fino a scendere sulle labbra assaporandone il gusto salato.
-“ Qualsiasi cosa tu avessi, sarai sempre il migliore papà del mondo ed io ti voglio bene tanto così!”- Allargò le braccia il più possibile nel gesto che si fa come per illustrare una lunghezza. Inarcò, persino, quel piccolo corpicino, quando, per estremizzare il gesto, riuscì a far combaciare i dorsi delle mani dietro alla schiena.
Per poco non svenni sotto il peso di quell’enorme emozione che mi stava travolgendo. A stento trattenni le lacrime e mi sforzai ad accennare un sorriso rincuorante.
Per lei. Anche se desideravo solo piangere.
Nei giorni successivi m’impantanai ancora di più nelle buie e remote sabbie mobili della mia inquieta personalità.
Avevo perso tutto persino la dignità e l’amor proprio.
Dovevo fare qualcosa al più presto. Dovevo reagire, anche se confesso di avere pensato molto spesso alla morte come livellamento di quel dolore profondo e, per certi versi, inattaccabile.
La paura di vivere mi stava consumando lentamente in modo inesorabile.
Mi feci aiutare dai farmaci che mi prescrisse il medico di fiducia.
Le medicine mi aiutarono come terapia d'urto. Subentrò, poi, una speranza.
Dopo qualche settimana, le pasticche, cominciarono a dare segno di un lieve effetto positivo e ciò mi provocava un piccolo miglioramento nelle mie condizione di salute.
Ero leggermente più in forze e positivo verso la vita.
Ma non era sufficiente per dire di stare meglio.
Il cambiamento doveva avvenire radicalmente dall’interno, dove solo un profondo e totale mutamento poteva dare una svolta decisa e in forma risolutiva. Senza ripensamenti ne cambi repentini di direzione. La strada era solo una. L’uso dei farmaci doveva forzatamente essere transitorio per non innescare un pericoloso cerchio di dipendenza. Immaginai me stesso imbottito di tranquillanti vagare svuotato e per un attimo mi venne la nausea.
L’oziare disteso sul divano, oltre a farmi comprendere la pericolosità di questo oscurantismo, mi concesse molto tempo per riflettere nel mio profondo.
Non fare nulla è un ottimo modo per concentrarsi sul proprio io interiore fino a esplorare ogni oscuro angolo più remoto.
Fino a scoprire che ogni più piccolo dettaglio e ogni nascosto desiderio formavano quel meraviglioso e unico puzzle che è la nostra personalità e la nostra esistenza.
Molto spesso chiedevo aiuto alla meditazione yoga che avevo imparato, a eseguire, alcuni anni prima presso un centro culturale della zona.
Nella meditazione è necessario che la mente riesca a estraniarsi totalmente dal corpo e dalla realtà intorno, fino a essere entità staccata dal resto. Solo così potrà essere pura e semplice essenza di noi e penetrare nelle profondità a noi sconosciute.
Così inizia ad approcciare, con molta paura e cautela, il viaggio dentro di me alla ricerca di quel filo conduttore che si era perso.
Rovistai in ogni angolo tra i miei pensieri.
Presi, uno a uno, i brandelli dei miei ricordi e delle mie esperienze e cominciai a unirli insieme con un paziente lavoro di cucito.
Trovai un pezzo vagante di me e provai a cucirlo vicino agli altri pezzetti. Con sorpresa mi accorsi che s’intonava come forma e colore così lo unì agli altri.
Ben presto la serie di pezzetti che usciva da me andava a unirsi agli altri pezzetti di quest’immaginaria stoffa che, come una calamita attira il ferro, si attaccarono tra loro concatenandosi.
Sorprendentemente prendeva forma e si rendeva visibile ai miei occhi, una nuova personalità in alternativa alla precedente.
Iniziai a pensare che in tutti noi ci sono questi meravigliosi pezzetti di stoffa variopinta. Sta a noi unirli con grande maestria e capacità.
Ne venne fuori una coperta meravigliosamente colorata che mi avvolse in modo completo. Il pensiero di essere circondato dalle cose che mi piacevano mi rendeva più sicuro e stranamente più lieto. La splendida coperta era sempre stata li, dentro di me, ma nessuno, nemmeno io stesso, ne aveva mai uniti i vari pezzetti per formare quel meraviglioso telo che è la nostra condizione umana.
Per la prima volta dopo diverse settimane mi accorsi che il sole era sorto nuovamente.
Mi trovavo da solo in casa, in silenzio, a riflettere.
Mi accorsi che la mia solitudine non era un’esperienza così negativa. Tutt’altro.
Era l’essenza della mia stessa vita e che era il punto di partenza della mia guarigione.
Pensai che la mancata e profonda conoscenza di se stessi, porta a soffrire di solitudine.
Quando si soffre per solitudine, è perché non si conosce bene il proprio io interiore, non si è capita la struttura della propria vita, non si accetta profondamente la nostra condizione di essere umani.
La sofferenza per la solitudine è la mancanza di qualcosa che non si è cercato dentro di noi.
Desideriamo un compagno, nella vita, per ricevere la comprensione che non siamo in grado di dare a noi stessi sottoponendoci, a impietosi giudizi.
Un giudizio crudele che non ci concede attenuanti. Spesso insensibile alle nostre necessità e debolezze, troppo incline ad emettere sentenza di colpevolezza.
Essere al centro dell’attenzione altrui serve come antidoto alla mancata accettazione di se stessi.
Pensai che l’essere soli non sia necessariamente la solitudine fisica, ma la convinzione che tutto e tutti trovino significato nel senso che si doni all’interpretazione della propria esistenza.
Per risollevarmi dalla situazione di depressione iniziai con lo spegnere la mente.
Quell’intrigo, spesso confuso, di pensieri contraddittori che non mi permetteva di vivere in pieno la mia esistenza.
Desideravo avere solo sentimenti positivi e non pensieri spesso negativi verso qualcuno o qualcosa solo per il gusto di giudicare, o, peggio ancora, solo per il gusto di spettegolare.
La paura di fare, della gente, dell’azione, di parlare, della reazione altrui ma anche l’approfittarsi degli altri, il gioco disonesto, erano pensieri che affollavano la mia mente quotidianamente e che limitavano il mio modo di comportarmi, indicandomi, di fatto, una via certamente sbagliata.
A volte proviamo timidezza, vergogna, paura di cambiare e del prossimo, quando invece, dovremmo vergognarci di come conduciamo la nostra di esistenza; chiusa in un’immaginaria campana di vetro, chiusa in se stessa e resa arida dai continui giudizi e pregiudizi verso gli altri. Senza tentare di comprendere l’altro né tanto meno ammettendo i nostri stessi errori.
Spesso troviamo sterili giustificazioni ai nostri comportamenti rendendoci, di fatto, senza alcuna personalità; privandoci di quella ricchezza che è la nostra unicità su questa terra.
Compresi come la mente ci contamini l’esistenza, facendoci perdere il senso della vita stessa mentre l’utilizzo del cervello, al contrario, ci aiuti a comprendere e a immagazzinare nuove conoscenze e crescenti esperienze, al fine di migliorare la nostra vita e tramandare ciò che di positivo abbiamo appreso dall'esistenza.
Cominciai da lì la mia rinascita.
Che cosa fa lanciare un uomo nel bel mezzo di un rogo per salvare un’altra vita? Pensiero o azione? Impulso o riflessione? Mente o corpo?
Smisi di pensare e cominciai a muovermi fisicamente occupandomi solo di cose manuali.
Imparai il senso dell’acume nel realizzare manualmente degli oggetti.
Diventai più scaltro nel trovare rimedi usando materiali con le mani. Imparai a cucinare.
Raffinai, in seguito, la conoscenza in cucina imparando a selezionare le materie prime migliori per le ricette più elaborate.
Imparai a occuparmi della manutenzione della casa entrando in una sfera di conoscenza tale che mi permise, nel tempo, di occuparmi di qualcosa d’impensabile in passato.
Mi dedicai alla pittura dando libero sfogo alla fantasia, scrissi i miei pensieri, ingurgitai avido ogni tipo di lettura al fine di aumentare sempre più le mie conoscenze. Creai il mio blog su internet per comunicare una rinascita.
Imparai a scindere quello che si deve e quello che è giusto da quello che conviene.
Cominciai a mettere al servizio la mia disponibilità e la mia conoscenza agli altri, ricevendo in cambio lo stesso aiuto e accrescimento che avevo dato con tanto amore e dedizione.
Il secondo passo verso la risalita fu conoscere i miei limiti.
Accettai l’incapacità con il sorriso e la malattia con la rassegnazione.
Accettai i miei difetti sia caratteriali sia fisici fino a comprenderne l’essenza assoluta e poi dimenticandomi della loro esistenza.
In fondo anch’io ero figlio della divinità.
Ero consapevole che non dovevo provare vergogna, mai. Né per quello che ero né per i miei pensieri e per nessuna cosa mi fosse accaduta nella vita. Così risolsi, di colpo, la vergogna, l’invidia e la gelosia.
In tutti gli uomini, nessuno escluso, esiste la divinità. Bastava riconoscerla in se e negli altri accettando con gioia la sua esistenza.
Non c’è uomo sulla terra che non sia in grado di essere e di vivere per ciò che è già scritto nel disegno della sua persona, dalla sua nascita alla sua morte e nell’essenza della sua natura.
Accettai anche l’idea di vivere senza avere un corpo sano, integro e bello accettando il passare del tempo.
Compresi che il fine ultimo di una vita umana non è fare progetti legati al possesso del denaro e all’affermazione del se. Era avere degli scopi semplici e cercare di raggiungerli comprendendo e accettando i propri limiti e le proprie forze, vivendo con intensità anche le proprie ambizioni anche se di modesta entità.
Solo così si potrà sentire appieno la coscienza di esistere.
Ho conosciuto gente bella, sana, ricca e intelligente, eppur vuota, stanca, incapace di essere felice.
Perché?
Perché non era consapevole di essere, di esistere. Non è un corpo, un cervello a renderci consapevoli, ma il senso che noi diamo a quel corpo e a quel cervello che ci fa sentire vivi e non solo il concetto di esistenza bensì di essere vivi dentro.
Ognuno di noi, a prescindere dall'occupare uno spazio, ha un incarico in questo passaggio di vita. Tutti abbiamo un incarico da assolvere.
Se pensiamo di non averne uno è perché non sappiamo vederlo, perché non vogliamo riconoscerlo, ma c’è per tutti, basta cercarlo.
Mi aiutò molto, scrivere, su un foglio di carta, i miei incarichi nella vita e rileggerli spesso per ricordarmi quali fossero e memorizzandoli come priorità.
Rimasi a riflettere a lungo sul rapporto che avevo instaurato con il denaro e la risposta fu senza ombra di dubbio negativa.
La ricchezza, come la bellezza, sono valori che non hanno nessun senso; eppure la maggioranza di noi li insegue avidamente, non sapendo che una volta raggiunti non ci sarà pace, né felicità, finché non gli avremmo dato un senso che va oltre al normale significato.
L'utilizzo che si fa di essi è profondamente errato portando esclusivamente ciò che di sbagliato possono insegnare e cioè che l'unico scopo della bellezza e della ricchezza è l'arma di una facile affermazione sociale.
La ricchezza era solo un concetto, un’immagine illusoria.
Che si voglia o no, ognuno di noi è costretto a dare una direzione, una scala d’importanza e di valori, se vuole trovare pace e serenità sapendo che in caso contrario una nevrosi continua e irrefrenabile lo accompagnerà fino alla fine dell’esistenza.
Cominciai a seguire i reali valori che avevo dato alla mia nuova vita.
Combattei le mie nevrosi come fosse un nemico nascosto andandolo a scovare in ogni affranto della mia personalità. Ne uscì vincitore. Mi sentii, di colpo, coraggioso, un vero uomo, un uomo vivo. Conquistai un pezzetto di duratura serenità.
Adesso potevo finalmente decidere, scegliere, sapere, volere conoscere, in poche parole stavo tornando libero.
Feci pace con il mio passato. Non lo dimenticai ma nemmeno lo impressi nella mia mente. Semplicemente lo tenni al mio fianco nel cammino della vita affinché mi aiutasse a non ripetere determinati errori.
Finalmente cominciai a sentirmi realizzato interiormente e rimasi indifferente a qualsiasi tipo di successo personale.
Riconobbi molti nemici della mia serenità. Li combattei con l’unica arma che conoscevo. L’arrendevolezza. Mi lasciai travolgere pur rimanendo dritto e fermo dalla loro onda d’urto.
Imparai che cedere poteva farmi vincere forze molto superiori alla mia mentre resistere, portava sempre con sé un grande dolore. La resistenza di qualunque cosa si tratti, portava con sé il destino alla sofferenza.
Mi vennero in mente le parole di un anziano –“Se al colpo di un bastone ti muoverai assecondando e accompagnando la sua traiettoria, come il movimento continuo di un’onda, sarà possibile renderlo innocuo.”-
Improvvisamente m’imbattei nel peggiore dei nemici. L’invidia.
Non era un nemico da sconfiggere in campo aperto e nemmeno in uno scontro diretto.
M’ingegnai, allora, in una manovra diversiva. Mi travestii da invidia io stesso cercando di serpeggiare fra gli uomini. Appena l’incontrai, mi mostrò tutti i sogni di un invidioso e come la sua vita era carica di energia negativa nel contrastare il prossimo.
Mi rilassai e mi lasciai andare non opponendo resistenza alcuna. Di colpo, provai solo una grande e profonda pena per ogni essere umano il cui destino era già segnato, ricco o povero, bello o brutto che fosse.
Appena l’invidia si accorse che il mio sentimento era reale e puro si dissolse lasciandomi in uno stato di profonda leggerezza.
Avevo finalmente trovato l'elemento base per la costruzione di un’esistenza che avesse un senso.
Questo elemento si chiama equilibrio.
Non c'è bisogno di troppo cibo né di troppo poco.
Non tutto deve essere bello ma nemmeno tutto brutto.
Solo la consapevolezza di essere sempre se stessi vivendo in libertà attraverso le cose che piacciono.
Ora ero pronto per guarire.
Ero pronto per accogliere totalmente la serenità.
Ero pronto a vivere dimostrando cosa avevo dentro e fino in fondo senza abbassarmi a schemi e altri futili valori sapendo che l'importante era che il domani mi sorprendesse dritto in piedi.

* ° *

Era arrivato il giorno della partenza per le vacanze. La sveglia era suonata alle 6 del mattino per permettere alla famiglia di preparare tutti i bagagli con tranquillità.
Dopo colazione, come facevo appena possibile, mi ero sdraiato sul divano, addormentandomi attorcigliato nel mio plaid arancione, vanificando, di fatto, tutto il tempo di quella mattina soleggiata.
Mi piaceva sdraiarmi subito dopo colazione convincendomi che sarebbe stato solo per qualche minuto ma, complice l'orario o la pancia piena, mi addormentai e piuttosto profondamente.
Monia, mia moglie, come solitamente faceva negli ultimi tempi, aveva passato la notte sul divano del soggiorno causa il grande caldo che attanagliava la nostra regione in quei giorni.
Tra la cucina e il soggiorno sembrava un dormitorio di disadattati, solamente Bianca, mia figlia, dormiva in un letto che, però, non era il suo, bensì, il nostro.
Bianca, si era svegliata con molta fatica, dimostrandosi subito stanca e irritata dalle parole della mamma che la incitava al risveglio.
“- Ho sonno...ho sonno!!! “- disse stizzendosi.
“- Svegliati su!!! “- disse la mamma “- si parte per le vacanze!”-.
Bianca, dopo molte insistenze, si alzò e scese le scale della casa che portano al piano terra.
La colazione la stava aspettando.
Il suo procedere era veloce, il viso gonfio, gli occhi assonnati e i capelli biondi arruffati.
Io, nel frattempo, ero intento nelle operazioni di carico dei bagagli sulla macchina muovendomi dentro e fuori dalla casa.
Monia, intanto, procedeva alla chiusura delle finestre in tutte le stanze e le relative porte d’ingresso.
La Bebe, diminutivo dato a Bianca in una notte insonne, era notevolmente euforica ed eccitata per il viaggio che, da lì a poco, avremmo affrontato. Rideva e saltellava per tutto il cortile attirando l'attenzione di Mirella e Gianni, i nostri vicini, che, sapendo della nostra partenza, si erano resi disponibili per controllare la nostra abitazione in nostra assenza.
Gianni era un persona mite e affabile.
La cosa che mi sorprendeva di quell'uomo era la sua caparbietà, la sua arguzia e la sua vivacità nonchè una grande discrezione.
Aveva avuto in passato qualche problema di salute ma ora sembrava tutto risolto.
Era un riparatore di biciclette molto preparato e aveva un trascorso da operaio di fabbrica. Un giorno mi aveva confidato che da alcuni tondi di ferro pieno riusciva a ricavarne una gru.
Ma sarà vero?
Aveva conosciuto Mirella da giovane, anche se di undici anni più vecchio, e l'aveva sposata strappandola al Bigi ma questa è un'altra storia. Mirella invece, più moderna e viaggiatrice instancabile, passava la vita occupandosi della casa, di Matteo, figlio grande della coppia e delle due nipotine.
La primogenita Raffaella invece era a sua volta sposata e madre di due figlie.
Mirella aveva ancora la madre in vita che abitava il primo piano della casa di famiglia.
La “nonna”, pur con qualche problema di udito, aveva ereditato una forza fisica straordinaria. Tutte le mattine la vedevi intenta a pulire il cortile e a stendere i panni nello stenditoio. Mi faceva tenerezza, tuttavia, vedere, attraverso la finestra aperta della cucina, la tavola già apparecchiata per lei sola.
In ogni caso non era sola.
Aveva intorno a sé la famiglia e tanti amici che la salutavano sorridendo passando dalla strada.
Avevamo parlato rare volte. Ricordo i racconti relativi al marito motociclista e i suoi viaggi epici in una Italia che non riesco nemmeno ad immaginare.
Terminato di caricare i bagagli mi ero seduto sull'auto spenta controllando il funzionamento e la mappa del navigatore satellitare.
Mi preoccupavo di pianificare i dettagli dell'itinerario che ci apprestavamo a compiere. Consultavo una cartina geografica e controllavo autostrade, strade e paesi mentre, sia Monia sia Bianca, si apprestavano agli ultimi preparativi.
Non desideravo fare un’unica “tirata” verso il luogo di arrivo. Mi sarebbe piaciuto fare diverse tappe e visitare luoghi mai visti prima. Desideravo, diversamente dagli altri anni, vivere in modo semplice la vacanza.
Avevamo deciso di vivere alla giornata sperimentando l'esperienza del campeggio e delle notti in tenda, tagliando di netto, così, le costose comodità diventate un peso, e non solo economico, secondo la nuova concezione della mia esistenza.
“- Siamo pronti?!!”- incitavo la famiglia a sbrigarsi seduto sull'auto.
“ Arriviamo!!!”- replicava la voce sottile di Bianca da dentro la casa. Ben presto fummo in viaggio per le tante desiderate vacanze.
L'autostrada era sorprendentemente scorrevole e poco trafficata malgrado fosse giornata da bollino rosso.
Sorrisi sull’inutilità dei bollini e dei loro colori che la società autostrade pubblicizzava, ogni estate, per organizzare le vacanze di milioni d’italiani. Se avessimo seguito, con dedizione, le indicazioni sul traffico, paradossalmente, nei giorni di bollino rosso o addirittura nero, nessuno avrebbe dovuto mettersi in viaggio lasciando, di fatto, le autostrade deserte mentre, al contrario, facendo diventare esodi biblici le giornate previste come poco trafficate e da bollino verde.
Forse il paradosso aveva un senso molto più profondo.
La campagna scorreva nei finestrini dell'auto disegnando sempre nuove forme e colori, mentre grandi rotoli di paglia sparsi attendevano di essere prelevati per diventare cibo per gli animali da stalla in inverno.
Le prime colline all'orizzonte si mostravano coperte da un’impalpabile foschia rendendole prive dei loro contorni.
Con il passare dei chilometri verso sud, i paesaggi intorno a noi modificavano di aspetto e con essi anche gli odori che si percepivano all'interno dell'abitacolo. Acre e sintetico di vernici, passando vicino a zone industriali, al più naturale odore di concime di origine animale che questa stagione impone agli agricoltori di spargere sui propri terreni.
Trattori aravano i campi, sbuffando fumo dai terminali di scarico, in preparazione delle future colture, scorrendo su strisce di terra che si apriva al loro passaggio come coltelli affilati.
“- Io non capisco questa vita”- disse, a un tratto, la piccola Bianca.
“- In che senso?”- domandai incuriosito da questa improvvisa affermazione della piccola.
“- Già! Che cosa intendi dire amore?”- incalzò Monia.
“- Tutte le cose si muovono in tutte le loro direzioni e noi con loro”- disse Bianca con voce insicura di chi non riesce, vista la tenera età, a esprimere il concetto pensato-”.
-” Ci muoviamo in tutte le direzioni facendo ognuno una cosa diversa. La terra ruota intorno al sole, i trattori arano i campi verso le montagne e ritornano, noi andiamo in vacanza verso il mare. “-”Insomma tutto si muove!”- Dopo una breve pausa riprese.
-” Gli uccellini volano e non so dove stanno andando, tutti gli animali sono sempre in movimento e non so, dove vanno e anche tutte le persone non so, dove stanno andando.
Io presi una pausa prima di rispondere. Volevo dare una risposta semplice ma allo stesso tempo cercare di dare uno spunto per un ragionamento alla legittima e naturale curiosità di Bianca.
“- Chicca, ognuno va per la strada che ha deciso di intraprendere. In questo mondo esiste un concetto chiamato Libertà che ci da l'opportunità di decidere secondo i nostri pensieri, di intraprendere la direzione che più desideriamo.”-
Dissi ancora -” ogni essere vivente si muove per svariate motivazioni. Gli animali per procurarsi il cibo, gli esseri umani per lavoro, alcuni per necessità, altri come noi per vacanza.”-
-“E tutto in una sola vita”- conclusi.
“La parola “vita” significa movimento e in questo momento, mentre ci spostiamo, noi viviamo”-.
-”Viviamo nel tentativo di essere liberi”- conclusi.
Bianca, ero certo, non comprese appieno il significato che avevo voluto dare alle mie parole, ma si girò pensierosa verso il finestrino ammirando il paesaggio che nel frattempo stava nuovamente cambiando.
L'autostrada scorreva veloce sotto le ruote, portandoci sempre più lontano da casa. Il cielo terso amplificava la luminosità del sole aprendo spazi infiniti mentre il vento accarezzava le foglie degli alberi facendole sventolare.
Il viaggio scorreva senza intoppi e anche nell'abitacolo regnava una grande e palpabile serenità.
Monia era intenta a consultare, in silenzio e a testa china, la guida dei campeggi, e ogni tanto immetteva nell'aria un argomento di vita varia, non sempre interessante a essere sincero, ma che apriva un piccolo dibattito rompendo il silenzio.
Bianca, invece, giocava nel sedile posteriore con la sua amica “Ciccia”, un teletubbies di gomma viola gonfiabile alto 40 cm acquistato a una fiera, e con un cane di stoffa morbida che cambiava nome ogni quarto d'ora. Poi si dilettava a disegnare. Era intenta principalmente a colorare strani pianeti e strane costellazioni su cui spiccavano enormi figure che rappresentavano noi, mamma e papà. Io ero rappresentato con un viso tondo, capelli a punta, gli occhi piccoli, un naso tondo, grandi labbra intorno ad una barba disegnata a riccioli. Monia non era distante dal mio ritratto solo che non aveva la barba mentre i capelli erano dritti come spaghetti che puntavano verso il basso. Bianca ci mostrava i suoi disegni con un certo orgoglio che noi ripagavamo con tutto il nostro interesse e ammirazione provocando nella bimba un sincero sorriso di ringraziamento.
Giunse il momento della prima sosta. Arrivammo un po’ accaldati e assetati.
Con stupore ci accorgemmo subito che l'area di servizio sembrava come assaltata da un’orda di barbari inferociti dentro ad un caos sorprendente.
Auto incolonnate in modo disordinato in direzione delle colonnine della distribuzione della benzina mentre le persone fuori dalle auto, in sosta, facevano le cose più disparate.
Attiravano la nostra attenzione bimbi urlanti e saltellanti mentre nervosi cani espletavano i loro bisogni in ogni piccola zona di verde disponibile. L'odore del carburante si univa a quello dei panini scaldati alla piastra dell'autogrill e a quello acre delle affollate toilettes.
Persone con indumenti variopinti erano ovunque e i loro sguardi erano coperti da inquietanti quanto grandi occhiali da sole che ne oscuravano gli occhi.
C'era chi mangiava panini improbabili, chi beveva, chi fumava, chi era seduto a terra, chi controllava lo stato della propria automobile sollevando il cofano motore il tutto nella confusione più assoluta.
Quello che più mi colpiva era la mancanza di comunicazione tra gli avventori dell'area sosta. Ognuno era chiuso in se stesso, nelle proprie cose da fare e nelle proprie problematiche.
Eravamo tutti viaggiatori in quel momento, con le stesse attese e le medesime esigenze.
Immaginavo un grande prato, dove tutti facevano conoscenza e si aiutavano. C'era chi teneva i bambini intrattenendoli con giochi e canti, chi si scambiava attrezzi o consulenze su come fare manutenzione ai motori, chi si scambiava informazioni sui luoghi da visitare oppure curiosità culinarie delle località meta delle vacanze.
Insomma pensavo a un’utopia sociale dove tutti erano amici, aiutandosi in modo particolare in occasioni stressanti quali un viaggio in autostrada in agosto.
Quello che si presentava ai miei occhi era una scena assai diversa, dove la noncuranza del prossimo regnava incontrastata, anzi, visto quello che le cronache quotidiane raccontano in fatto di criminalità, era palese una certa diffidenza e fastidio nei confronti del prossimo.
Forse, non era tutto perduto. Certi gesti di rispetto, ai quali qualche volta assistevo, come seguire una fila alla cassa del bar, rispondere a un ringraziamento oppure salutare in un incrocio di sguardi, facevano sperare ancora in un futuro di pace per la nostra società. Esisteva ancora chi aveva rispetto delle regole elementari del buon convivere in armonia e questo rallegrava il mio cuore facendomi sorgere un piccolo sorriso di approvazione.
La sensibilità di riconoscere il limite ove non si deve intralciare oppure limitare la libertà altrui, non era sempre seguito con attenzione. Spesse volte il modo con il quale ci si approccia agli altri, siano essi famigliari, amici, conoscenti o sconosciuti, non seguiva le regole della gentilezza, della tolleranza e della comprensione.
Sono convinto che debba esistere una sorta di autodisciplina dove l'essere gentile e sorridente faccia parte di conoscenze da curare con attenzione ed esibire, con orgoglio, in ogni occasione. Mi piace definire questo comportamento come una gentilezza imposta. Insomma dobbiamo essere gentili come stile di vita. Io devo essere un papà, un marito, un amico, un collega disponibile e felice qualunque cosa cerchi di turbare la mia serenità quotidiana. Un esercizio che aiuterebbe, a mio avviso, molte persone a riappropriarsi di un corretto rapporto con il nostro prossimo esibendo la propria energia positiva che, nella maggior parte dei casi, è apprezzata dagli altri.
Mi ero imbattuto, leggendo casualmente, in una storia commovente.
In Brasile esisteva una persona anziana, ora defunta, che la gente del posto chiamava Gentileza. Il suo aspetto apparentemente trascurato non doveva ingannare. I capelli lunghi, la barba bianca e la lunga veste erano parte dell’uomo che aveva rifiutato il modo di vivere della società consumistica che oggi imperversa. Ogni mattino, alle prime luci dell'alba, si recava al mercato dei fiori di San Paulo e, visto che era riconosciuto da tutti, a ogni banco gli venivano regalati dei fiori che in seguito, finito il giro al mercato, regalava alle persone nel centro. In una città dove tutti camminavano indaffarati e indifferenti, lui, elargiva, fiori, sorrisi e parole di conforto. Qualcuno lo guardava stupito mentre riceveva quel dono, altri sorridevano, altri ringraziavano ma nessuno aveva il coraggio di gettare quel fiore. Lasciavano aperta la porta del cambiamento da dove sarebbe entrata quella particolare filosofia pacifista e altruista del vecchio saggio. Quando, poi, erano finiti i fiori, si recava sotto i ponti delle strade sopraelevate della città, dove regnava la povertà più nera, per scrivere, sui muri, dove i passanti potevano vedere, a grandi lettere e con la vernice colorata, frasi di pace, amore e rispetto.
Il “profeta” era tollerato dalle autorità e amato dalla popolazione che ne apprezzava la sua semplice povertà e non legata alla consuetudine e alle regole imposte dalla società moderna. Ora Il predicatore silenzioso è partito per sempre. Aveva speso tutta la sua esistenza seguendo un’idea. Ora è andato dove la pace che lui predicava è uno stato costante, consapevole, forse di aver lasciato una traccia indelebile nei cuori e nelle coscienze di chi lo aveva conosciuto. Forse era anche riuscito nel suo scopo. Avere suscitato curiosità al punto da far credere in un altro modo di vedere la vita. Chissà…

Dopo aver riempito il serbatoio di carburante dell’auto e aver atteso Monia e Bianca di ritorno dalla toilette, ci rimettemmo nuovamente in autostrada per proseguire il viaggio.
La campagna aveva lasciato il posto alle prime colline e ora il caldo estivo si faceva sentire con tutta la sua energia. Sui rilievi, a destra rispetto la nostra direzione, spiccavano vecchi casolari simili ad antichi castelli e ville circondate da folti alberi. Stradine bianche s’inerpicavano finendo nei boschi, lasciandomi il desiderio di percorrerle per vedere dove avrebbero portato e i paesaggi che avrebbero aperto.
Il traffico di auto si stava lentamente intensificando in direzione sud, questo significava che eravamo nei pressi di qualche zona marittima conosciuta e frequentata.
Il numero delle auto aumentava fino a provocare l’inevitabile rallentamento che poi si trasformava in una coda di veicoli fermi al lampeggiare delle quattro frecce.
Ci trovavamo imbottigliati, nostro malgrado, in una coda autostradale.
Nell'abitacolo regnava un silenzio fatto di rassegnazione e di attesa e il nostro sguardo fisso nel vuoto lo testimoniava. Speravamo solo che si risolvesse tutto quanto prima.
Nel disagio di rimanere fermi sotto il sole caldo nella medesima posizione seduta, si sommava l'essere in una sorta di “prigione” dove non hai alcuna possibilità di fuga. Dovevo stare fermo lì e basta, senza potermi lamentare o fare qualcosa per la condizione di prigioniero autostradale. Dovevo accettare l’impotenza e sperare che si risolvesse quanto prima. L'impossibilità di scegliere un’altra strada e uscire da quella sgradevole situazione era la cosa che più m’irritava in quella circostanza.
Gli incidenti automobilistici erano, per la maggiore parte delle occasioni, causati da imprudenza propria o altrui oppure al non rispetto delle norme stradali. Questo non faceva altro che accrescere il mio senso di fastidio.
Io che cercavo di essere sempre attento e rispettoso.
Ora eravamo tutti fermi.
Alla nostra sinistra un gruppo di giovani a bordo di un’utilitaria zeppa di bagagli cantavano felici al ritmo delle hit musicali del momento. La loro felicità esplodeva dai finestrini aperti e nei loro giovani volti, bianchi sorrisi sotto i variopinti copricapo. Dietro di noi, un lussuoso suv inglese di color nero. A bordo un uomo e una donna, dall'aspetto curato e alla moda, molto contrariati dal formarsi della coda che avrebbe fatto probabilmente cambiare i loro piani. Lei nervosamente gesticolava, mentre al telefono stava, forse, annunciando, il loro ritardo che avrebbero avuto per colpa del contrattempo autostradale.
Davanti a noi un vecchio furgone Volkswagen Vestfalia color azzurro, con targa straniera, pieno di borse e oggetti vari compreso bici al seguito e un sacco di adesivi applicati di tutti i luoghi da loro visitati.
A giudicare da quanti posti avevano visto erano senz'altro dei giramondo.
Nell’attesa che la coda ricominciasse lentamente a muoversi alcuni conducenti erano scesi dai proprio mezzi.
C'era chi ne approfittava per fare qualche allungamento alla schiena, chi si era acceso una sigaretta e fumava, chi beveva per dissetarsi nel caldo torrido di quel tratto di Italia. Anche il conducente dell'auto dietro alla nostra era sceso, lo vedevo dallo specchietto. Era un tipo robusto, alto, abbronzato, in ordine dentro i suoi vestiti griffati di colore bianco. Al polso luccicava un inconfondibile orologio, segno di distinzione per chi aveva denaro da spendere in cose futili. La donna, al contrario, era rimasta seduta in auto, evidentemente contrariata e nervosa, capelli raccolti ed enormi occhiali a specchio, con i piedi appoggiati al cruscotto, intenta a ritoccarsi lo smalto delle unghie. L'uomo con il suo procedere un po’ goffo, si avvicinò alla nostra auto e quando fu vicino al finestrino aperto, mi domandò:
-” Buongiorno, mi scusi...lei sa il motivo di questa coda?”-
Era evidentemente arrabbiato e i suoi modi erano forzatamente gentili.
-”Mi dispiace ma non so il motivo di questa coda”- dissi -“probabilmente un incidente”- aggiunsi.
L'uomo mi ringraziò rimanendo in silenzio, mentre con lo sguardo rivolto alla fila di auto davanti a noi, cercava di capire il motivo della forzata fermata.
-” Sa”- Riprese l'uomo -”Sto andando al molo perché ho degli amici che mi aspettano. Io e la mia compagna andiamo a fare una regata in barca a vela. Non vorrei che questo ritardo facesse saltare tutto. Ho pagato il migliore skipper della zona”-.
Io annuii e sorrisi. -” Il mio nome è Mariano” dissi all'uomo scendendo anch’io dall'auto in segno di rispetto.-” il mio è Guido”- disse l'uomo.
Monia lo salutò allungandosi da dentro l'auto attraverso il mio finestrino aperto.
I due si strinsero la mano.
Bianca dormiva sdraiata sui sedili posteriori.
Nel frattempo anche i conducenti del furgone davanti a noi scesero cercando un po’ d’ ombra dietro allo stesso. Erano notevolmente diversi da Guido. Lui aveva una folta barba scura, i capelli lunghi arricciati a mo di rasta, una canottiera azzurra e dei pantaloni variopinti con disegni etnici. Lei, visibilmente in dolce attesa, aveva capelli castani lunghi raccolti, canottiera color ocra e pantaloni simili a quelli di lui ma di una tonalità di colore diversa.
Presero dal furgone due sedie pieghevoli e si sedettero all'ombra dietro al mezzo.
Guido si diresse verso la propria auto conversando in modo concitato al telefono cellulare, mentre la sua donna lo seguiva con lo sguardo come attendendo notizie.
Monia scese anch'essa dall'auto senza prima assicurarsi che Bianca stesse riposando all'ombra. Mi raggiunse mentre mi avvicinavo alle persone del furgone davanti a noi.
-” Ciao...io mi chiamo Mariano e lei è mia moglie...Monia”-
-” ola” disse il ragazzo dall'apparente età di trenta anni -” io sono Manuel e lei è la mia compagna Rosa”- ci fecero un accogliente sorriso. Poi il ragazzo continuò -” Noi veniamo dalla Colombia e siamo in Europa per vivere girovagando per la vostra terra ricca di storia.”- -“Siamo arrivati cinque anni fa a Madrid, abbiamo comprato questo furgone con i pochi soldi rimasti, trasformandolo nella nostra casa, e abbiamo cominciato a viaggiare”-.
Io ero incuriosito ed eccitato dallo stile di vita dei due ragazzi che mi parevano liberi e felici, ma soprattutto sereni, una parola che avevo sempre ricercato nella mia vita e spesso mai trovata. Monia, da donna, era interessata al nascituro di Rosa la quale ci disse –“ non voglio conoscere il sesso del nascituro per non rovinare la sorpresa”-. “Lo amerò con tutta me stessa “- disse a bassa voce.
Monia in un gesto affettuoso le accarezzò la pancia. Rosa si stupì per un attimo del tenero gesto e disse -” Grazie, grazie tante, in Colombia accarezzare la pancia di una donna incinta le porta fortuna, grazie ancora”-. Monica sorrise apprendendo questa dolce usanza.
-” Noi viviamo alla giornata”- disse Manuel -” prendiamo la vita senza fare programmi né attese, insomma come viene.
Ci costruiamo dei monili con le pietre e il legno che troviamo girando, poi li esponiamo e li vendiamo alle fiere o nel lungomare delle città balneari così da ricavare il necessario per sostenerci il giorno successivo”- Poi continuò “- Rosa sa fare delle bellissime trecce con il cuoio che s’interseca con i capelli. Le ragazze sono sempre molto soddisfatte di questi piccoli manufatti”-.
Ero sempre più affascinato dal tipo di vita di Manuel e Rosa, e avevo provato invidia per come riuscivano ad affrontare la vita giorno per giorno, senza pianificare, incluso il coraggio di avere preso una direzione così radicale e priva di compromessi con la società.
Mentre Monia cercava di dare qualche indicazione a Rosa riguardante il parto e, i primi periodi da neo mamma, Manuel ed io parlammo dei luoghi visitati e di quelli che ci sarebbe piaciuto vedere mentre, l'ingorgo non accennava a ripartire.
L'aria si riempiva di musica reggae provenire dall'auto dei quattro ragazzi, fermi al nostro lato sinistro. Incuranti dello stop forzato, continuavano a cantare e a incitarsi mentre, a turno, scendevano per ballare un po’ tra i sorrisi rumorosi e gli sfottò degli altri.
Al suonare della musica, provenienti dalle casse dell'utilitaria dei quattro ragazzi, Bianca si svegliò e ci raggiunse tra i sorrisi di Manuel e Rosa.
-” Un viaggio indimenticabile”- disse Manuel -” è stato il lungo percorso fatto a piedi, in Spagna, denominato il cammino di Santiago de Compostela.”- “ Rosa ed Io abbiamo camminato per 800 km come pellegrini, con lo zaino in spalla e con tutto il necessario per il sostentamento, chiedendo viveri e acqua alle tante persone buone che abitano o s’incontrano lungo il cammino. Abbiamo riposato sotto enormi querceti, nelle soste, e abbiamo dormito la notte, in ospitali abbazie di suore oppure in fienili accoglienti.
E' stata un’esperienza sorprendente.
L'infinito verde dei prati tagliato da freschi e rigogliosi torrenti e questa lingua di terra battuta bianca che è il cammino. E poi tanti pellegrini da tutto il mondo, con ognuno una storia, da raccontare alla sera intorno ad un falò, oppure alla luce delle lampade frontali.”-
-”Esperienza davvero indimenticabile”- sospirò. Rimasi colpito dal racconto di Manuel che mi lasciò senza parole e sognante.
Cercavo di vivere le sue sensazioni, i colori, i profumi e i paesaggi. Percepivo l'energia motivazionale che li aveva spinti fin là e fare tanto sacrificio, ma percepivo anche il taglio spirituale che ne aveva, senz'altro, in qualche modo, purificato gli animi.
Era un’energia che conoscevo e che provavo quando affrontavo le mie corse nel bosco, donandomi appagamento.
-” Sono anch’io un sognatore”- Dissi a Manuel. -” Io corro a piedi e partecipo a numerose competizioni di corsa in montagna, dove provo le tue stesse emozioni, nel percorrere un sentiero nel bosco, che dietro ad ogni curva, nasconde qualcosa di meraviglioso di se. Più ci s’inerpica verso la vetta più, ci si avvicina al creatore con la fatica di un pellegrino che vuole purificarsi dentro e fuori. Così ho avuto l'onore di conoscere molte montagne in Italia e più è dura l'ascesa, più la difficoltà è appagante e purificatrice.
Una sorta di sacrificio al divino. -” Lo scorso anno”- dissi -” partecipai a una competizione che si è svolta in Francia nelle Alpi marittime. Siamo partiti alle 20di sera da una località interna di nome l'Authion posta a oltre 2000 metri di altezza e siamo arrivati in riva al mare a Cap d'Ail in una sorta di collegamento naturale. 60 km di gara in notturna in dieci ore di percorrenza...Manuel ho provato la vera avventura.”- -“ Correre di notte illuminato solo dalla lampada frontale è stata un’esperienza unica. Seguire la lunga scia delle luci in fila indiana nel bosco reso oscuro dalla notte.
L’ambiente prende tutta un'altra dimensione.
Diventa misterioso e a tratti inquietante. Il profumo umido degli alberi di pino, la nebbia, lo scricchiolare dei rami sotto i piedi e i suoni degli animali notturni, ti fa provare sensazioni emozionanti.
Poi la costa azzurra di notte, completamente illuminata dalle luci della città, quando siamo nel punto più in alto dove non si distingue la differenza tra cielo e mare. E poi l'alba che colora di rosso il cielo e infine il mare, l'arrivo, la soddisfazione di avere portato a termine una reale impresa.
Manuel sorrise con la mia stessa espressione di prima. Ero certo che aveva notato e apprezzato la luce nei miei occhi mentre raccontavo la mia impresa.
Rosa era stata presa dal mio racconto, tant'è che anche Monia si era emozionata smettendo di parlare tra loro.
Bianca mi abbracciò forte una gamba fiera del suo papà.
Quello che avevamo raccontato era stato così emozionante che ci lasciò senza parole per qualche minuto come a cercare un argomento che fosse ugualmente interessante. Ma non c'era.
Il silenzio fu rotto dall'arrivo di Guido che sempre più nervosamente entrava e usciva dall'auto aggirandosi come una tigre in gabbia.
La sua compagna, nel frattempo, aveva di certo abbassato lo schienale tant'è che non si scorgeva più la figura. Era evidente che aveva preferito dormire anziché partecipare alla conversazione.
-” Questo blocco non ha intenzione di risolversi”- esordì seccato Guido.
-” Già “- rispose Manuel -” ma ci ha dato l'opportunità di conoscerci e scambiare ricordi e storie di vita condividendo forti emozioni”- disse.
-” L'unica emozione che provo è l'incazzatura per questo ingorgo e, se saltano le vacanze dopo un anno di lavoro, giuro che cito per danni la società autostrade”- incalzò Guido alterandosi.
-” Io non la prederei così”- disse Rosa con voce dolce e disarmante nel suo soave accento spagnolo - “ ogni istante della nostra esistenza è vita anche nei momenti meno piacevoli.
Non esiste nessun luogo in cui siamo diretti, né l'obbligo di incontrare persone, né tanto meno rispettare orari perché la vita non ha queste regole. La vita è libertà. La morte ha regole precise.
Tuttavia è vita sempre, ogni istante, e deve essere vissuta con arrendevolezza come fosse l'ultimo momento. La vita, a mio avviso, si misura in intensità, non in tempo, nei momenti belli o nei periodi brutti.
Un’antica persona di moltissimi anni fa diceva che alla nostra vita è stato concesso un numero preciso di respiri che non c’è dato di conoscere e quando è arrivato l'ultimo, s’intraprende un nuovo viaggio.”-
Rosa, finito di pronunciare queste parole, unì le mani giunte davanti a se e abbassò il capo in una sorta di ringraziamento.
Noi tutti rimanemmo stupiti da tanta dolcezza e arrendevolezza che una coltre di ossequioso silenzio cadde su di noi.
Nessuno aveva più il coraggio di replicare perché ogni parola "detta" sarebbe stata senz'altro banale.
Rimanemmo tutti a riflettere sulle parole di Rosa traducendole ognuno per il proprio codice di pensiero.
Solo Guido si allontanò certamente turbato, ma una nuova espressione, senz'altro più meditativa, apparve sul suo viso colorito dalle lampade estetiche facciali.
Si fece cadere sul sedile dell'auto con uno sbuffo.
Chissà se le parole di Rosa avrebbero sortito effetto su Guido come fecero su di noi.
All'improvviso un rumore in sequenza ci annunciava che le auto prima di noi stavano riavviando i motori ed era giunto il momento di ripartire.
In questi casi non c'è tempo per i saluti e ognuno corre in fretta sulle proprie auto per innestare velocemente la prima marcia ed essere così pronto alla ripartenza.
Così successe anche a noi.
Nessuno ebbe il tempo di scambiarsi un indirizzo, un telefono ma forse era giusto così.
Manuel e Rosa non avrebbero potuto dare di più di quello che erano riusciti a dare alla nostra riflessione e anche Guido era riuscito a dare qualcosa di suo cioè quello che non avremmo mai voluto più essere.
La diversità di pensiero tra Manuel e Guido era così palese che subito riflettessi sul principio cinese dell’In e dello Yang, il quale illustra come gli opposti vivono in una sorta di equilibrio armonico per sopravvivere.
Salimmo sulle nostre rispettive auto.
Guido con la sua frenesia di arrivare era già sulla sua, mentre svegliava la compagna ormai tra le braccia di Morfeo.
Monia e Rosa si scambiarono un affettuoso bacio. Manuel ed io ci stringemmo la mano con tanto vigore quasi fosse un augurio di buona sorte.
Quando penso a un’immagine di quegli attimi, mi sovviene, su tutte, l'immagine degli occhi scuri di quell’uomo. Occhi che avevano conosciuto il dolore e il sacrificio ma predicavano la pietà, il rispetto e la bontà.
Un saluto con la mano da dietro i finestrini e addio cari amici...buona fortuna.
Nell’antica filosofia cinese un elemento basilare nella vita è il principio dello Yin e dello Yang.
Il simbolo è un cerchio vuoto che rappresenta le origini dell'universo, la causa prima dell'essere. All'interno del cerchio vi sono due figure uguali e speculari, una bianca e una nera che, in un’ipotetica rotazione, creano, l’ interseco di una dentro l'altra. Dentro la figura bianca, che rappresenta lo yin, c'è un puntino nero, mentre nella figura nera, che rappresenta lo Yang, c'è un puntino bianco a indicare che non esistono opposti puri.
Perciò è l'armonia degli opposti a creare l'equilibrio. Il disegno, nel cerchio, raffigura una condizione che non ha tempo, che non ha essenza, che non ha né vita né morte. Una condizione che esiste e non esiste, perché tutti gli opposti in esso contenuti si neutralizzano vicendevolmente e quindi sono inefficaci.
In effetti, essi sono lì, ma non si mostrano. E' una condizione di armonia superiore che i cinesi chiama Tao.
Si può chiamare anche Dio, Allah, Nirvana, Buddha o Grande Spirito.
Si trova aldilà del nostro mondo e non si può descrivere con parole di uso quotidiano.
Da queste idee primordiali ha avuto origine l'universo. L'armonia iniziò a svilupparsi. Gli opposti si spezzarono e si resero palesi. Nacque la prima coppia di opposti, Yin e Yang, dal quale si svilupparono tutti gli opposti che conosciamo oggi. Grande e piccolo, alto e basso, lento e veloce, avanti e indietro, passato e futuro, gioia e dolore, guerra e pace, vita e morte, materia e antimateria: tutti si ricollegano al principio fondante dello yin e Yang.
In questa filosofia orientale gli opposti lottano in apparenza l'uno contro l'altro, ma in realtà si integrano in una totalità superiore. Insieme formano l'armonia della quale hanno bisogno per esistere. Dipendono l'uno dall'altro. Se si riuscisse veramente di eliminare il proprio opposto, il rapporto tra i due poli verrebbe meno, l'energia vitale si estinguerebbe e l'apparente vincitore verrebbe esso stesso annientato.
Per non arrivare a tale crollo, la natura ha sviluppato un efficace meccanismo che rinnova in continuazione, l'armonia globale.
In ogni yin trova fondamento lo Yang allo stato iniziale e in ogni Yang lo yin. Ciò significa che in natura non esiste alcuno yin puro, come accade altrettanto per lo Yang.
La polarità degli opposti, la tensione tra yin e Yang, è il fondamento della vita. Da ciò nasce l'energia che noi conosciamo come vitale.
Nel nostro organismo troviamo numerosi esempi diversi e in contrapposizione tra loro, come l'inspirazione e l'espirazione.
Osservati superficialmente essi, si neutralizzano.
Tuttavia, quando osserviamo meglio tale fenomeno, possiamo vedere che le due parti non si neutralizzano ma, al contrario, si completano.
Ogni muscolo, del nostro corpo, ha il proprio antagonista e anche il muscolo cardiaco, essendo anch'esso fatto di fibre, non si sottrae alla regola. Deve dilatarsi e contrarsi,
La pressione sanguigna non deve essere né troppo alta né eccessivamente bassa, i reni non devono eliminare troppa acqua ma neanche troppo poca.
In tutto il corpo, come in tutti i fenomeni in natura, possiamo incontrare coppie di opposti e dappertutto siamo in grado di riconoscere che, in effetti, le funzioni opposte s’influenzano a vicenda, tuttavia sono reciprocamente dipendenti nel mantenimento della salute.
La coda delle auto in autostrada come si era formata, improvvisamente si risolse e questo fatto ci consentì di ripartire.
Tra i pensieri che entravano e uscivano dalla mia mente, c'era quello che a volte viviamo pochi istanti carichi di grande emozione senza nemmeno accorgerci.
Nessuno conosce quali conseguenze può portare una nuova conoscenza del mondo e un diverso modo di vedere le cose.
Forse continuiamo la nostra esistenza come se nulla fosse accaduto o forse ci dimentichiamo presi da troppi pensieri.
Ma altre volte no.
Alcune volte, invece, assorbiamo quello che ci è successo, quello che abbiamo visto o sentito, come facente parte di noi e più riflettiamo sul nostro vissuto più sembra prendere corpo una verità che fino allora non era stata considerata per pigrizia o per inconsapevolezza.
Quello che sorprende, poi, è che da una scintilla si accende un vero e gigantesco falò.
Tutto quello che ci succede intorno, prende una luce sempre più intensa e si vive della concatenazione degli eventi come se tutto quello che ci accade, da quel momento in avanti, sia legato all’iniziale scintilla.
Come se tutto fosse legato da un’invisibile corda che percorre tutto il cammino di un nuovo indirizzo dell'esistenza.
Il sole era ancora alto e il caldo non accennava a diminuire.
Le verdi colline dalla forma tondeggiante erano tagliate dall'ombra che a quest'ora allunga le forme degli alberi.
L’improvvisa apparizione del mare, dopo un paio di curve, ci aveva sorpreso ed emozionato. Un deserto di acqua enorme, sconfinato, misterioso e per il più sconosciuto all'uomo.
“- Papà lo sai che mi diverto quando metto la testa sotto l'acqua?” esordì Bianca improvvisamente rompendo il silenzio.
“- Ah si amore?...perché ti piace nel mettere la testa sotto il mare”- Dissi.
“- Quando mi immergo, sento il fresco dell'acqua tra i capelli e poi tutti i rumori sono meno rumorosi e sento le bolle.
Sorridemmo per l'espressione buffa di Bianca che ci sorrise a sua volta, senza i denti incisivi da latte persi qualche giorno prima.
“- Vieni amore che ti do un grosso bacione”- disse Monia.
Il mare è affascinante.
Affascina per la sua vastità apparentemente statica rimanendo, tuttavia, variopinta e vitale.
Ma così statico poi, in fondo, non lo è affatto facendo del mare stesso un elemento essenziale alla nostra esistenza.
Non si può definire il mare come entità staccata dalla vita umana, sia nelle occasioni, purtroppo, funeste, quali onde anomale oppure esondazioni, né in quelle occasioni utili all'uomo come il nostro clima e come fonte di cibo.
Il mare è un vero e proprio mondo nascosto agli occhi degli uomini.
Quattro quinti della flora e della fauna del mondo intero vivono nei mari costieri poco profondi che limitano i continenti e solo con cifre di smisurata grandezza si può definire la densità di popolazione di queste acque.
Una piccolissima parte di questa vita è rappresentata da pesci, conchiglie, coralli e alghe dove la natura sembra aver giocato con le forme e i colori per stupire ogni volta noi uomini, ultimi arrivati a scoprire questo fantastico pianeta blu.
Quando immagino il mare sogno di nuotare libero e solitario immergendomi verso il basso fino ad avvicinarmi al fondale.
Sogno di nuotare lentamente cercando di percepire ogni piccola sensazione.
La pace e la tranquillità m’invadono.
Più mi spingo verso il basso più la luce diminuisce e i rumori sono solo suoni ovattati.
M’immedesimo in un pesce e nuoto con la curiosità di scoprire, in ogni istante, quale novità si presenti ai miei occhi. Vedo sabbia e poi mare, tanto mare. Intorno a me il blu diventa più scuro, sempre più intenso, fino ad arrivare al nero, al buio, dove non riesco più a vedere nulla, ma dove sono consapevole di non trovare ostacoli e di essere comunque libero. Impaurito, ma curioso di scoprire cosa la vita ha riservato per me in quel frangente. Mi sento isolato e sereno e, anche se non ho una meta precisa e mi sto perdendo negli abissi, ritrovo me stesso e la gioia del solo vivere l'istante dove tutto è solo quello che si vive “ora”.
Sono lì in quel preciso istante ... e nulla più.
L'autostrada si snodava, in questa parte di territorio, tra curve e saliscendi tra il mare e la collina.
La vegetazione era rigogliosa e colorava di un verde intenso le pareti delle alture intorno.
I fiori, in balia dell'aria provocata dal passaggio delle auto, coloravano di bianco e di fucsia i pannelli di cemento al centro dell'autostrada, dando un tocco di bellezza a una strada altrimenti priva di vita.
I pini marittimi, tra le rocce e la terra rossa, si spartivano gli spazi con secolari alberi di ulivo e filari di uva, tra appezzamenti di piantagioni dorate di grano maturo e fitte zone di macchia mediterranea.
Decidemmo di lasciare l'autostrada e addentrarci all'interno di quelle meravigliose colline che nascondevano, in lontananza alte catene montuose coperte da foschia dovuta al caldo.
Dopo aver pagato il pedaggio ed essere usciti dal casello autostradale, prendemmo la direzione della zona montagnosa con il sole che ci accecava.
Non avevamo una meta precisa e decidemmo di proseguire alla scoperta di zone sconosciute, finché le forze fisiche lo avrebbero permesso.
La strada statale lasciò presto il posto a una stradina che s’inerpicava sulla collina alla nostra destra.
Decidemmo di prendere una strada piccola a destra a un bivio.
La piccola lingua di asfalto entrava in un fitto bosco di querce percorrendo liscia e ben curata quello che una volta era certamente un sentiero.
Forse era stata rifatta di recente.
Aprimmo i finestrini per godere del fresco dell'aria e dei profumi del sottobosco.
Sia io che Monia appoggiammo fuori il braccio e con la mano, giocammo con l'aria.
Bianca, con la testa fuori dal finestrino dei posti posteriori, cantava con tutto il fiato aveva in gola facendo fuggire, volando, i piccoli uccellini appollaiati sui rami degli alberi.
Aleggiava serenità e allegria così da permetterci di cantare, tutti insiemi, le canzoni che conoscevamo e che uscivano dall'autoradio, scoppiando a ridere a ogni stonata.
Non incontrammo nessuna auto in questo tragitto così conversammo a lungo.
Parlammo del traffico nelle nostre inquinate città e da come il caos possa influire negativamente sul nostro umore e sulla nostra salute e su come invece qui si potesse vivere senza quest’assillo.
Percorremmo parecchi chilometri con la curiosità di vedere dove portasse la piccola strada intrapresa, ma senza l'agitazione di sapere con esattezza il luogo geografico.
Eravamo dei viandanti in attesa degli eventi e forse avevamo solo voglia di scambiare qualche parola con qualcuno del posto.
Questo avvenne quando dopo una buona mezz'ora di guida incontrando, sulla nostra strada, il primo paese che in antichità era un castello.
Pochissime case medievali dentro un’alta muraglia, alcune riattate altre no, che vedevamo dalla stradina che lambiva alla sinistra.
Parcheggiammo l'auto e ci incamminammo verso l'antico maniero, mentre il paesaggio che si apriva intorno era una distesa infinita di colline.
Il silenzio era irreale, nemmeno le cicale e gli uccellini si azzardavano a disturbare tale pace e solo il frusciare degli alberi al vento ci fece capire di non essere in un sogno.
Godemmo per un attimo di quella tranquillità a occhi chiusi poi decidemmo di entrare per curiosare attraverso un grande arco di pietra che era la porta d'ingresso del fortificato paese.
Non incontrammo nessuna persona e la sensazione fu quella che non ci sarebbe stato nessuno.
La stradina sassosa ci portò in direzione della piazza centrale attraversando stretti borghi di piccole case, alcune distrutte altre no, ma visibilmente chiuse o abbandonate.
Dopo lo stretto borgo, apparve la piccola piazzetta centrale, lastricata di pietre dell'epoca dove a sinistra si ergeva una chiesa inconfondibilmente restaurata di recente e a destra una locanda.
La porta della locanda era aperta.
Si notava dallo sventolare, alla lieve brezza, di quelle stringhe di plastica colorata appesa che devi spostare per entrare.
Ovunque regnava un grande silenzio.
All'esterno della costruzione di sasso, un’insegna in metallo arrugginito esibiva la scritta “la locanda della nonna” e sopra ancora, un porta lampada arrugginito con avvitata una lampadina ingiallita dal tempo.
Percorremmo la piccola piazza e, dopo avere guardato tutto intorno, decidemmo di entrare nella locanda per un caffè e poi ripartire.
Appena varcato la soglia del bar, Bianca si nascose dietro di me e Monica mi guardò con sguardo interrogativo. La caratteristica locanda aveva le pareti di sasso e il soffitto basso, era sorretto da antiche travi in noce scuro che il tempo aveva solcato da lunghe crepe. Non erano presenti finestre e non avendo illuminazione accesa, aveva un aspetto buio e vagamente macabro facendo impaurire la bimba e aumentando i dubbi della scelta nell'espressione di Monia.
L'odore di cucina si era mescolato con il fumo di sigarette impregnando il legno dei tre tavoli e delle poche sedie impagliate.
Davanti a noi c'era il bancone bar in formica rossa scolorita, e l'alluminio lucido, che ricopriva il piano mescita, era completamente solcato da innumerevoli graffi dovuti all'usura del tempo.
A sinistra scendeva una vecchia scala di legno che da un piano superiore portava alla locanda.
A destra del bancone era appoggiata un’imponente macchina da caffè di almeno cinquant'anni prima.
Il bar era completamente vuoto.
Nessun cliente ma anche nessun gestore.
Poche bottiglie di liquore mezze vuote appoggiate a piccole mensole in vetro davanti ad una parete specchiata.
Una volta entrati non ci sentimmo a nostro agio ma decidemmo di tergiversare e aspettare che qualcuno venisse a servirci.
In fondo ero curioso di sapere se fossi riuscito a bere un buon caffè in quel posto remoto e dimenticato.
-” C'è nessuno??”- dissi ad alta voce -” Il locale è aperto??, volevamo solo un caffè”- ma non arrivò nessuna risposta.
Io e Monia ci guardammo mentre Bianca si aggirava tra i tavoli giocando.
Senza proferire alcun suono ci intendemmo nelle intenzioni e, con uno sguardo, ci avvicinammo alla porta per uscire.
-” Dai Bebe vieni che andiamo!!”- disse Monia. -” un momento mamma!!”- disse Bianca -” sto aspettando i miei amici Luca e Giada”- “- Mi hanno mandato un messaggio che tra poco sono qui”- Aggiunse.
Luca e Giada non esistono nella realtà, sono solo suoi amici frutto dell’immaginazione di nostra figlia.
-” Dai Bianca andiamo!!”- dissi con voce più decisa. Lei si avvicinò a me per uscire, quando, improvvisamente, si sentì scricchiolare il soffitto e, dalla scala di legno, scese con molta lentezza una figura di spalle, curva e traballante con indosso un abito nero e un fazzoletto dello stesso colore in testa.
Sinceramente un piccolo brivido ci percorse la schiena a quella visione, provocando in Bianca una reazione che la trasformò di colpo seria spalancando i grandi occhi azzurri.
La figura quando fu al piano terra si girò verso di noi, e scoprimmo una donna anziana che con grande gentilezza ci disse -” Buongiorno, scusate, ma stavo riposando, avete bisogno di qualcosa?”-
L'anziana donna poteva avere in apparenza ottanta anni, era di corporatura robusta ed era piuttosto bassa. Indossava un abito nero lungo di cotone grosso sicuramente pulito ma rammendato in numerosi punti. Un fazzoletto di cotone nero, più leggero della trama del vestito, legato in testa, racchiudeva un viso tondo e piuttosto liscio privo dalle rughe del tempo.
Dalla nuca si intravedevano capelli argentei.
Aveva gambe ingrossate dagli anni e affaticate dentro calze pesanti nere. Ai piedi pantofole pesanti in feltro contenitive.
La sua età e la sua condizione non le permettevano di muoversi con agilità ma senza nessun tentennamento.
Il suo aspetto era povero ma dignitoso e non suscitava nessuna sensazione sgradevole anzi, ispirava una certa fiducia e gentilezza.
Solo un particolare sorprendeva, per la situazione in cui ci trovavamo, l'anziana donna era di origine africana e lo testimoniava in maniera inequivocabile il colore della sua pelle.
Ci accolse con un bel sorriso che noi ricambiammo con piacere e anche Bianca smise di avere paura fermandosi a fissarla incuriosita.
-” Non siete del luogo immagino”- esordì l'anziana con voce profonda.
-” No, signora, siamo solo di passaggio e siamo entrati per vedere se c'era la possibilità di bere un caffè, anzi, ci scusi se l'abbiamo disturbata.”- replicai.
-” Non mi avete affatto disturbata, è sempre un piacere ospitare gente nuova con diversa conoscenza ed esperienze. Sedetevi che vi preparo il caffè”-
Accettammo con piacere l'invito e ci sedemmo al tavolo.
L'atmosfera, ora, era cambiata trasformandosi in sincera ospitalità che ci strappò un sorriso di compiacenza; anche Bianca dimostrava di essere a proprio agio giocando con i suoi amici di fantasia.
L'anziana signora arrivò al nostro tavolo lentamente con un vassoio con sopra tre caffè. Pose il primo a Monica, il secondo a me, e il terzo lo appoggiò alla mia destra davanti alla sedia sulla quale si sedette al nostro tavolo rendendoci felicemente sorpresi.
Mentre eravamo intenti a sorseggiare il nostro caffè e, a dirla tutta, anche di ottima qualità, lei iniziò a parlare.
-” Mi chiamo Adele”- disse -” e vengo dal Senegal”-” ma tutti gli abitanti del luogo mi chiamano nonna Adele”-.
Per un attimo sobbalzai, appoggiando la tazzina sul piattino, prima di rovesciare il contenuto. Il sentire quel nome mi riportò immediatamente al ricordo di mia nonna con la quale condivideva lo stesso sorriso rassicurante.
-” Come mai è arrivata qua nonna Adele?”- disse Monia.
-” E' una lunga storia “-” in ogni caso sono finita qui più di venti anni fa e ho trovato questo posto splendido, e ci sono rimasta”-
Era impossibile dare torto alla scelta di nonna Adele, in quel luogo regnava una tranquillità e una serenità quasi irreali come se il tempo si fosse fermato moltissimi anni prima.
-” Non ho avuto un passato felice”- disse nonna Adele rompendo quel breve silenzio che accompagna quando si sta sorseggiando qualcosa. -” E' stato molto duro andare avanti nella mia vita e il destino avverso si è accanito con tutta la sua forza contro di me”-
Mentre lo diceva, nonna Adele, chinò la testa e le sue mani, appoggiate al tavolo, incominciarono a tremare, tradendo, per un attimo, quella serenità che ci aveva colpito sin da principio.
-” Io sono qui da sola e non ho nessuno e non sono più tornata nella terra, dove sono nata e cioè in Africa”-” Manco da troppo tempo, nessuno mi riconoscerebbe più e non avrei argomentazioni per conversare con nessuno dei miei parenti. Ormai mi sento italiana e tutta la mia vita si è svolta in Italia.”-.
Il suo viso cambiò espressione e diventò più duro mentre gli occhi si velavano di lacrime nascondendo, di certo, un grande dolore.
Adele diventò, di colpo, molto vulnerabile e ci scatenò una pietà che fino allora non avevamo provato.
“- La mia vita è stata notevolmente disgraziata facendomi soffrire i lutti delle persone che amavo”- disse dopo essersi soffiata con fragore il naso. Avevamo capito che aveva voglia di parlare e ci fece piacere che fossimo stati noi i prescelti. La ascoltammo con interesse e curiosità.
Bianca, intanto, era tranquilla, mentre correva nella piazza giocando con la sua bambola preferita di nome Jasmine, mentre noi ne controllavamo i movimenti attraverso la porta aperta della locanda.
“- Sono venuta in Italia che ero molto giovane e ho sposato molto presto un uomo più grande di me. Si chiamava Giovanni, un giovane e forte l'agricoltore del quale m’innamorai per la sua concretezza e per il suo semplice e corretto stile di vita. Ci stabilimmo nel casale, dove lavorava come mezzadro. Passammo molti anni felici occupandoci dei campi e delle colture, degli animali e della casa. Eravamo poveri ma sereni, il necessario non ci mancava.
Io ero una straniera, di certo spaesata e con grandi difficoltà, ma ero felice insieme a quell'uomo con elevati valori contadini e solide convinzioni.
Dalla nostra unione nacque Federica.
Una bambina stupenda, occhi neri e profondi, lunghi capelli ricci, pelle mulatta, vivace, gioiosa che riempì il tempo e i nostri cuori.
Noi riuscimmo a dare tutto il nostro possibile a questa figlia che crebbe donandoci delle soddisfazioni enormi.
Eravamo riusciti a donarle la nostra più grande ricchezza che era il nostro tempo.
Crebbe felice di se e dei suoi genitori mostrando molto carattere e certezze di vita.
Giovanni era un uomo di buon cuore e un lavoratore instancabile.
Io riuscì a condurre la famiglia con semplicità e allegria riuscendo, con grande impegno, a dare a nostra figlia un’educazione invidiabile.
Federica era dolce e educata, rispettosa e sensibile, grande studiosa, assetata di sapere e di conoscere più che per prendere solo buoni voti a scuola quanto per soddisfazione personale e per crearsi un’opinione ragionevole assai rara nei giovani d'oggi.”-
Il volto di Adele s’illuminò parlando della figlia ma ricadde, di nuovo, in un’espressione di disappunto.
-” Poi conobbe Biagio”- riprese -” un bel ragazzo: alto, moro, occhi neri e profondi un fisico prestante, un bel sorriso e di buona famiglia ma, purtroppo, figlio dei tempi e di una società che correva e corre, ancora oggi sempre più velocemente.
Biagio si creò falsi miti che lo autorizzano a credere in desolanti, quanto inutili, certezze.
Non aveva un lavoro e quelli avuti in passato, erano sfumati per negligenza.
Aveva, anche, lasciato gli studi ritenendoli inutili e a quel tempo si guadagnava qualcosa con piccoli lavoretti saltuari di compra vendita.
I genitori contribuivano al mantenimento del figlio che non aveva la minima riconoscenza, anzi, accusandoli spesso di non fare a sufficienza.
Era un vero “spaccone”. Viaggiava con auto potenti e costose indebitandosi in modo spaventoso, da non dormire la notte. La velocità era la sua passione che serviva per ravvivare una vita monotona, abulica, priva di ogni ideale o convinzione da seguire. Una vita vissuta insapore, giorno dopo giorno, come un conto alla rovescia di un cronometro”-
-“Una velocità resa spesso pericolosa ma per questo emozionante dallo stordimento dovuto all'alcool che ingeriva ogni sera.
Nessuno stile di vita, nessuna conduzione. Solo una barca alla deriva della sua stessa esistenza, nessun ideale o sogno per il quale battersi nessun impegno o responsabilità.
Si vestiva con capi firmati, in maniera ossessiva, spendendo fino all'ultimo centesimo senza riuscire a gestire il benché minimo capitale.
Acquistava senza ritegno, orologi, accessori, magliette, mutande insomma tutto ciò che aveva una firma di qualche stilista.
Per poi rompersene in breve tempo quando l'interesse calava, oppure si spostava su un nuovo oggetto.
La situazione, poi, cadeva addirittura nel ridicolo quando riusciva ad accumulare copie degli stessi capi solo per il piacere di possedere che riponeva con ancora i cartellini del prezzo e che, dopo qualche tempo, se ne disfaceva perché passati di moda.
In poche parole una persona con la quale non si può progettare un futuro di famiglia.
Mia figlia lo sapeva e forse era una sfida con se stessa per cercare di invertire la rotta.
Ad attrarre Federica fu la bellezza fisica di quel ragazzo e non riusciva a vedere oltre. Noi non eravamo d'accordo e cercammo di farla desistere, con ogni mezzo, da quella frequentazione.
Federica era molto testarda e cocciuta nelle proprie idee che portava fino in fondo a costo di rimetterci tutto.”-
Noi rimanemmo ad ascoltarla in silenzio mentre il pathos era rotto solamente dall'arrivo di Bianca che aveva qualche esigenza da soddisfare.
Adele riprese a parlare con un tono più greve e la voce era spesso rotta. S’interruppe a deglutire, quasi come a mandare giù un boccone molto difficile da digerire.
-”Quella maledetta sera era uscita ancora con lui.
Io avevo discusso con Federica perché non volevo che lo facesse, e mio marito mi appoggiò. Tuttavia, non era bastato a persuaderla nel rimanere in casa.
Lei cercò i nostri occhi, mentre si allontanava, ma noi delusi, chinammo il capo in segno di disapprovazione e non ricambiando il saluto. Nel cuore il nostro amore era per lei totale, come era sempre stato e come sempre sarà.
La certezza di rivederla l'indomani ci aveva falsamente consentito di non rivolgerle lo sguardo quella sera, mentre, sorridendo, ci salutava ignara dalle scale di casa.”-
Ora le lacrime segnavano il volto di Adele facendole brillare gli occhi della donna mentre un’espressione di dolore attraversava la sua fronte. Noi rimanemmo impietriti e fissammo Adele, quando un brivido premonitore ci percorse vedendo l'aumentare della tensione di sofferenza nell’anziana signora.
Adele scoppiò a piangere in maniera fragorosa coprendosi il volto con le mani e tra i singhiozzi disse.
“- Ci telefonò qualcuno nel cuore della notte”-.
-“Era un carabiniere che ci disse che nostra figlia era all'ospedale vittima di un incidente e che avremmo dovuto correre sul posto.
Io cercai di avere altre informazioni ma chiuse immediatamente la comunicazione.
Entrammo in una tale confusione che non capimmo più nulla, e, in pigiama prendemmo l'auto in direzione dell'ospedale. Piangemmo per tutto il tragitto senza proferire parola, anche se il pensiero che non fosse nulla di grave mi donava un briciolo di sollievo. Giovanni rimase in silenzio tutto il viaggio fisso a guardare la strada come ipnotizzato. Ben presto ogni rosea speranza si trasformò prima in ansia e poi in terrore quando fummo avvicinati dal medico che ci informò, tergiversando, sulle condizioni di nostra figlia. Lo sguardo di quel dottore era inequivocabile.
Compresi tutto e urlai con tutto il fiato avevo in gola mentre sentì il cuore strapparsi nel petto. Federica se ne era andata in un incidente sulla strada che portava a casa.
La mia vita era finita insieme con la sua.
Nulla poteva essere come prima e nulla aveva più importanza.
La nostra vita dopo il terribile fatto non fu più tale diventando, di fatto, una prigione.”-
-”Giovanni, mio marito, cadde, nel giro di pochi mesi, in una profonda depressione che lo portò a non uscire più da casa e a chiudersi in un totale silenzio anche con me. Si nutriva a fatica chiudendosi in uno stato di dolore perenne che fu tenuto a freno dai farmaci antidepressivi.
Io ogni giorno pregavo Dio che mi ricongiungesse con mia figlia, ma le mie suppliche non furono mai ascoltate rendendomi insopportabile il vivere quotidiano.
Nuova maledizione fu essere obbligati a passare davanti al luogo del terribile incidente per rientrare a casa. Un dolore senza fine.
La vita non era più gioia, tutto era finito.
Un giorno, dopo qualche mese vissuto faticosamente, rientrai a casa dopo una breve uscita e chiamai mio marito come facevo di solito per annunciare il mio ritorno. Ma non ci fu risposta. Lo chiamai di nuovo pensando che non avesse sentito e non ottenni risposta. Allora mi recai in stanza da letto e lo vidi dormire così uscii prontamente dalla stanza per non disturbare il suo riposo. Ci volle un po’ di tempo prima che mi accorgessi che non stava dormendo bensì che anche lui aveva raggiunto sua figlia Federica.
Stava lì disteso con gli occhi chiusi, nessun segno di dolore sul viso, la coperta fino al mento e il braccio sinistro sollevato e appoggiato al cuscino. La sua espressione era serena e appagata come se fosse arrivato un amico a prelevarlo o per meglio dire a liberarlo da tanta sofferenza interiore. Sembrava soddisfatto e incuriosito dal nuovo viaggio che stava intraprendendo e dal mutamento che esso comporta.
Non riuscì a piangere perché non avevo più lacrime da versare.
Lo baciai sulla fronte e gli accarezzai il viso bisbigliando un sincero ringraziamento all'orecchio.
Gli chiesi scusa per non trovare la forza di occuparmi anche di lui in quest’occasione sicura che mi avrebbe compreso.
La mia reazione fu di repulsione.
Chiamai, così, un suo stretto parente pregandolo di occuparsi di tutto e mi allontanai da casa con le cose che avevo indosso decisa a non tornare mai più.
Avevo bisogno di alleviare il mio dolore e solo allontanandomi per sempre avrei potuto avere, forse, una speranza.
Ero come morta anzi peggio.
Ero morta e condannata a vivere di ricordi per tutta la vita.
Dovevo trovare il modo per riprendere la vita andata perduta e solo, pensai, attraverso la redenzione e la purificazione.
Partii a piedi senza nessuna direzione e senza nessuna meta cercando di aiutare una rinascita attraversando l’immenso dolore che sarebbe potuto venirmi a trovare lungo il cammino. Camminai di giorno e di notte facendo poche soste prendendo con noncuranza e senza una meta la decisione di quale strada intraprendere alla presenza di un bivio.
Passarono molti giorni e molte notti senza che io sapessi dove mi trovavo e dove stavo andando.
Camminai fino a logorare le scarpe e poi continuai a piedi nudi.
I miei abiti si bagnarono sotto un’incessante pioggia e si asciugarono sotto un torrido sole.
Riposai sotto gli alberi o sotto le tettoie di qualche casa disabitata.
Qualche buona anima mi fece riposare nel suo fenile o nella stalla donandomi cibo e acqua.
Ero distrutta e il pensiero di mia figlia e di mio marito erodeva ogni giorno la mia stabilità mentale mentre il digiuno e la sofferenza minavano la mia salute fisica diventata, nel frattempo cagionevole e debole.
Mi addormentavo pregando di non vedere il sole sorgere l'indomani come per liberarmi da un opprimente fardello. Forse Dio aveva in mente un altro progetto per me e ogni mattina, seppur a fatica, riuscivo a svegliarmi e a riprendere il cammino. Perché ero ancora in vita dopo tutto questo? Chi dovevo ancora aiutare?
Una bella mattina di primavera, incontrai, e fu per caso oppure no, su queste strade, Giuseppe detto Pippi.
Una persona straordinaria che mi aiutò donandomi tutto quello che possedeva, privandosi lui stesso, a volte, senza chiedere nulla in cambio solo per l'amore e il senso di pienezza che si prova nel dare. Mi ospitò nella sua dimora fino a che non ripresi le forze poi, una volta rifocillata e riposata, mi accompagnò qui, dove siamo ora dicendomi che potevo stare nell'appartamento al piano di sopra tutto il tempo che avessi voluto. Se avessi avuto voglia e forze, potevo anche mandare avanti la locanda provando anche a guadagnare qualche soldino.”-
-” Ed eccomi qui”-
-” Ecco la fine della mia storia”- disse Adele.
-” Da allora vivo qui e mando avanti la locanda, per questo sono riconoscente a Pippi a ogni respiro e lo sarò per sempre.
Ringrazio, quell'uomo, ogni istante per avermi restituito una vita donandomi uno scopo per cui impegnarmi. Ringrazio, inoltre, perché grazie a lui, ho ritrovato una certa serenità ed equilibrio anche se il dolore non si potrà cancellare mai.
Forse a ricordarmi che il dolore esiste ovunque anche dove, apparenza, non c'è, come il rovescio di una stessa medaglia.
Devo tutto a pippi, anche se lui è solito minimizzare.”-
Adele ora aveva ripreso il suo aspetto iniziale come fosse riuscita a liberarsi di un peso dallo stomaco, un pasto amaro da sputare, per intero, per riprendere a stare meglio.
Ora era ritornata la dolce vecchina che avevamo conosciuto e questo ci rassicurò per il suo stato di salute che nel corso del racconto aveva vacillato sotto il peso dei ricordi e del dolore.
Si allontanò per andare a rinfrescarsi il viso mentre noi rimanemmo impietriti e scossi dal racconto della sua vita. Io e Monia ci fissammo negli occhi senza proferire parola mentre osservavamo Bianca giocare felice giustamente ignara di quanto il mondo possa essere crudele e ingiusto.
Quando Adele ritornò da noi, disse-” Senz'altro non sapete come funziona qui alla locanda, vero?”-.
-“ No “- risposi. -” forse avete dei piatti particolarmente prelibati a prezzi molto popolari ed economici”-.
-” Non proprio”- rispose Adele. -” Qui funziona così... i clienti prenotano il posto, io apparecchio e li accolgo ma il cibo lo portano loro”-
-“Come!!??”- dissi io -” Portano il cibo loro!!??”-
-”Si!... proprio così!!”- “Loro portano le materie prime e le cucinano come meglio desiderano secondo i loro gusti, io lascio a disposizione una cucina piccola ma ben attrezzata e sempre ben pulita, il resto lo fanno loro.
-” Ma Adele, come fai a guadagnare?”- domandò perplessa Monica.
-” Non guadagno nulla, non voglio avere utili monetari, è prassi che i miei clienti lascino qualcosa da mangiare per me alla fine della loro cena, questo è ciò che chiedo come corrispettivo e i miei clienti sono felicissimi di ottemperare a questo impegno. Sono tutti molto carini con me e molto generosi. Spessissimo fanno la spesa anche per me.
Io finalmente posso dire di aver trovato la mia armonia con la vita e con tutto ciò che mi circonda.”-
Un impulso irrefrenabile mi consentì di accarezzare la spalla di Adele in un gesto consolatorio che lei apprezzò con un tenero sguardo.
Monia, sorrise appena mentre erano visibili i segni della sua commozione, mentre osservava, a sua volta, la vecchia signora con uno sguardo dolce e affettuoso.
Bianca giocava felice e chiassosa nella piazzetta.
Ci trovammo ad essere più sereni alla fine dello sfogo di Adele e, nel suo sguardo le nubi nere del rancore avevano lasciato il posto al tiepido sole della speranza.
Era riuscita a ritrovare una serenità seguendo un primitivo quanto efficace metodo per rinascere. Stravolgendo il pensiero comune. Lasciare, cioè, tutto il passato con tutte le sue presunte certezze e tutti i suoi metodi standardizzati. Riprendendo la vita dall'inizio per trasformarla in qualcosa di radicalmente diverso, con altri principi, altre motivazioni e altri traguardi, certamente meno importanti, ma proprio per questo più vivibili e semplici.
Stava sopraggiungendo la sera, e il sole, calato dietro le colline, aveva illuminato di rosso le poche nuvole sparse nel cielo azzurro.
L'aria era pulita e piacevole. Un vento da nord aveva rinfrescato il clima: anche dentro la locanda, la temperatura era piacevole tanto da desiderare solo di rilassarsi con un buon bicchiere di vino bianco ghiacciato.
Il mio pensiero era fisso su dove avessimo trovato un posto dove trascorrere la notte e anche Bianca, ormai esausta dalla giornata movimentata, insisteva affinché lasciassimo quel luogo.
Anche se incuriosito dalla figura di nonna Adele e dalle sue indiscusse capacità di sapersela cavare dovetti cedere alle richieste della piccola e ci alzammo dal tavolo salutando calorosamente.
Le augurammo tanta fortuna. Tutta quella non avuta fino ad ora. La ringraziai per la lezione di grande umanità che avevo imparato nel poco tempo trascorso assieme giurando di non potere mai dimenticare quei momenti.
-” Anche tu hai carisma”- disse Adele rivolgendosi a me
-”sono certa che non sei come tanti, sento che sei vero e saprai trovare le soluzioni alle tue domande. Approfondisci sempre quello che conosci, cerca i dolori altrui e fatti sempre delle domande, seguendo, infine, le tue idee e il tuo cuore ovunque ti porti perché solo così troverai la tua armonia e la tua serenità”-.
Ci abbracciammo e le augurai buona fortuna, anche Monia la abbracciò con quella tenerezza che solo le donne sanno avere.
Benedetta salutò Adele da lontano con un gesto della mano che lei felice ricambiò.
Ci allontanammo in direzione della porta quando Adele disse -” Se volete conoscere quel vecchio saggio di Pippi vi scrivo l'indirizzo su questo foglietto, ditegli che vi mando io, sarà molto felice di passare del tempo con voi”-.
-” Con grande piacere”- dissi, presi il foglietto, la ringraziai, la salutammo e ci allontanammo lungo il piccolo borgo.
Riprendemmo l'auto e la stradina che avevamo lasciato in direzione della vetta passando attraverso una folta vegetazione boschiva.
Era arrivata la sera, il sole era tramontato mentre il buio avanzava velocemente coprendo come una coltre nera, i campi che risuonavano dello stridere dei grilli.
La stanchezza aveva preso ognuno di noi facendoci stare fermi in un isolato silenzio. Capimmo che era arrivato il momento di trovare un camping dove montare la nostra tenda per passare la notte. Trovammo per caso, sulla strada, un’indicazione stradale del camping “il faggeto” a quindici kilometri. La seguimmo arrivando dopo circa un’ora di viaggio. Fummo felici da aver scelto quell’indicazione.
Ci trovammo, di fronte, un camping molto piccolo, silenzioso, coperto da un gran numero di profumati alberi di pino e ovunque un morbido tappeto di aghi.
Era ubicato a terrazza tagliato su un monte che dava sulla visione delle colline dell'entroterra fino a perdita d'occhio. Le luci dei paesi brillavano ovunque mentre il suono delle sagre e dell'allegria che ne scaturiva riempiva i nostri silenzi meditativi. La signora gerente fu molto gentile nel indicarci la nostra piazzola e sorridendo ci illustrò i servizi del camping che erano tenuti con semplicità e cura, tra la quale una piscina aperta tutta la notte e illuminata a giorno.
Montammo la tenda senza difficoltà e la riempimmo degli accessori che ci sarebbero serviti per passare la notte.
Bianca, complice il caldo, si fece un primo bagno nella piscina, l'acqua era calda, limpida alla luce delle lampade.
La piccola giocò fino a quando non la chiamammo ad asciugarsi per poi recarsi, dopo esseri vestita, a cenare nella pizzeria in paese.
La pizza soddisfò la nostra fame donandoci anche un po’ di energia che finì subito per Monia e Bianca che, al rientro al campeggio, s’infilarono subito nella tenda a dormire. Rimasi, da solo, seduto su una stuoia davanti all'ingresso, ammirando nel buio, uno stupendo cielo stellato che vegliava su una terra ondulata coperta di luci e suoni lontani. Mi sedetti a meditare riuscendo ad isolarmi nel silenzio fino al raggiungimento dello stato in cui sei inconsapevole del tempo e del luogo. Questo stato sublime sommato alla vista di una natura immensamente imponente mi fece arrivare a sentire e provare quell'armonia tra uomo e natura tanto cara a nonna Adele. Percepii l'armonia con il pianeta nel momento in cui mi resi conto di essere una forma di vita come tutte le altre presenti nello stesso mio tempo; non superiore e nemmeno con caratteristiche intelligenti e di pensiero, ma esattamente come tutte le altre che siano piante, insetti, animali, fiumi o mari.
Nel momento stesso in cui entrai in questo stato di meditazione, percepii, il tutt'uno della vita e come l'armonia regoli tutte le leggi dell'universo.
Pensai a come noi uomini contemporanei ci siamo resi indipendenti dagli eventi ritmici e armoniosi aventi un corso naturale.
Per noi la presenza del sole e della luna corrisponde solo al fatto di poterli vedere nel cielo come qualcosa “che ci deve essere” e nulla più senza considerare che, al contrario, la loro notevole influenza sulla natura e sulla nostra esistenza.
Per noi plenilunio e novilunio sono uguali, l'estate è come l'inverno, lavoriamo tutti i giorni e quasi tutto è illuminato artificialmente. Regoliamo le ore a nostra disposizione in modo da non accorgerci che in inverno, in realtà abbiamo meno ore di luce naturale.
Gli uomini del passato, al contrario, vivevano in modo naturalmente sicuro secondo il ritmo della natura. In quest’armonia gioca un ruolo essenziale, il sole, che determina il giorno e la notte e, in proporzioni maggiori, i cambiamenti delle stagioni. Il sole, con il suo fuoco interiore, fornisce l'energia vitale alle piante, agli animali e a noi umani. Dal più piccolo al più grande essere vivente che popola il pianeta trova giovamento dall'irradiazione dei raggi solari, mentre la luna per noi è diventata riconoscibile solamente come specchio della luce solare dimenticando che anch’essa ha un’enorme influenza sul pianeta, basti pensare alle maree, e su di noi.
Aumenta in continuazione il numero di coloro che vogliono sapere in quale fase lunare avere figli, oppure piantare fiori e alberi da frutto, ma anche quale fase lunare è meno a rischio emorragia in caso di operazioni oppure più semplicemente per andare dal parrucchiere.
Provai la sensazione di essere sopra di tutto in un punto di osservazione fluttuante sopra il sistema solare così da vedere la luna girare intorno alla terra e la terra girare intorno al sole, ma anche come tutto sulla luna gira intorno al nostro pianeta e tutto sul sole gira intorno alla nostra madre terra così da comprendere che, in natura, esistono delle forze enormi e sconosciute che tengono tutto in armonia come un perfetto meccanismo di un orologio.
Era ora di riscoprire, di fronte all'universo e alle sue gigantesche unità di misura, la strada che conduce alla nostra qualità del tempo, quella qualità che, nel corso degli anni, è andata scomparendo offuscata dall'aspetto quantitativo.
Meditai come oggi viviamo in un tempo senza tempo.
Nonostante che, nell'ultimo secolo, la durata media della vita degli uomini sia notevolmente aumentata, appare chiaro che oggi abbiamo molto meno tempo di prima. Ci muoviamo da un luogo all'altro più velocemente che in precedenza, in modo più veloce produciamo beni e servizi.
Ci informiamo sugli avvenimenti di attualità in tutto il mondo con un click assimilando un numero enorme di dati.
Mangiamo, scriviamo, contiamo, laviamo, pensiamo sempre più velocemente e poi affermiamo, in tutta fretta, di non avere più tempo. Più veloci diventiamo e meno tempo abbiamo. Anche nella malattia vale lo stesso principio. Più nessuno oggi si prende del tempo per curarsi in modo giusto un raffreddore o una febbre rimanendo a letto, sarebbe proprio uno spreco di tempo. Si preferisce prendere delle pasticche o uno sciroppo contro la tosse e reprimere la malattia. Si inizia a pensare che malattia provochi il non avere tempo. Lo stress e la fretta eccessiva, il nervosismo e la tensione interiore sono la base per favorire l'insorgere di nuove malattie che ci rendono vulnerabili. Ognuno di noi conosce il significato dei cambiamenti naturali nel corso delle ore e delle stagioni e nonostante ciò vengono sempre più dimenticati. Organizziamo la nostra quotidianità senza prestare attenzione a queste variazioni esterne e interne. Giorno dopo giorno, mese dopo mese, mangiamo sempre gli stessi cibi, svolgiamo lo stesso lavoro, riscaldiamo le nostre abitazioni, in inverno, come fosse estate e viceversa. E' evidente che proprio su queste basi rompiamo l'armonia con il nostro ambiente naturale ma anche quella con il nostro corpo favorendo l'insorgere di malattie.
Un insolito rumore mi riportò di colpo alla realtà facendomi destare da quel meraviglioso stato dove i sensi vivono il loro momento di massima espressione. Era il passaggio roboante di una moto nella strada sottostante la causa del mio improvviso risveglio. Era passato tanto tempo senza che me ne accorgessi, nello stato meditativo, per cui decisi, visto la tarda ora notturna, di andare in tenda a dormire.
Monia e Bianca dormivano beatamente da molto tempo e nell'occupare il mio posto feci particolarmente attenzione a non svegliarle. Prima di infilarmi nel mio sacco a pelo mi tornò in mente il foglietto con scritto l'indirizzo di Pippi così lo cercai nelle tasche dei pantaloni che mi avevo appena sfilato. Trovai il biglietto lo guardai a lungo prima di promettermi, al sorgere del sole, di cercare questa persona così da soddisfare la mia curiosità e la mia passione per certe storie. Rimasi immobile a guardare la fioca luce nella tenda e il mio pensiero si allontanò nuovamente dal presente riflettendo sulla grande umanità di un uomo di nome Giuseppe detto Pippi. Pensai a quello che avrei provato nel conoscerlo, nello stringergli la mano e nel guardare i suoi occhi e le sue espressioni del viso. Pensai, inoltre, come certe persone emanino una certa aurea positiva e un’energia strana, quasi attrattiva che ci costringe a non riuscire ad allontanarsi dalla loro compagnia. Quasi una voglia di averli vicino per più tempo possibile.
E questo pensai di Pippi.
Altre persone, al contrario, appaiono spenti, insensibili, presi dalle loro personali vicende che li rende assenti nei confronti del mondo, dei loro simili e della natura, assenti dalle problematiche e dalle ideologie, latitanti nello spendersi per dare il loro contributo al miglioramento.
Gli uomini, nella maggior parte, sono così presi dalle false preoccupazioni e da un lavoro che ne occupa quasi tutta la giornata e la vita, che non possono cogliere i frutti più saporiti che questa offre loro: le fatiche eccessive cui si sottopongono hanno reso le loro giornate troppo piene d’impegni e poco spazio per loro stessi e per coltivare la loro cultura e i loro pensieri. In effetti, un uomo che lavora duramente non ha abbastanza tempo da conservare giorno per giorno la propria vera integrità: non può permettersi di mantenere con gli altri uomini i più semplici rapporti di cordialità, perché perderebbe tempo e, il suo lavoro, poiché deve occupare più tempo possibile, sarebbe deprezzato sul mercato; ha tempo solo per essere una macchina. Una macchina assoldata a pochi potenti nel mondo che ne manipolano e indirizzano l'esistenza creando, di fatto, una nuova forma di schiavitù che ci costringe tutti a essere paragonati a criceti che girano, tutto il giorno, sulla ruota della loro gabbietta senza che vi sia una meta alcuna.
A volte provo meraviglia che si possa essere tanto superficiali, per così dire, da preoccuparsi in maniera eccessiva dell’inevitabile quanto ciclicamente storica, presenza extra comunitaria nel nostro paese, quando ci sono padroni così astuti e così scaltri che riescono a renderci schiavi, da nord a sud del mondo, attraverso il loro potere economico.
E' duro avere un sorvegliante armato; ancora più duro averne uno subdolo e silente; peggio di tutto, però, è essere negrieri di se stessi.
Pensai quanto l'uomo basi, la sua esistenza attuale e il suo progressivo sviluppo, alla conoscenza e alle esperienze accumulate nel tempo, dalle origini a oggi, e se ne deve servire per sopravvivere.
Ogni uomo o donna sulla terra, quindi, poiché possessore di esperienze e conoscenza diversa dalla nostra, dovrebbe essere nutrito e vestito gratuitamente e ospitato a vivere per un po’ di tempo insieme con noi prima di formulare, sebbene comunque illegittimo, giudizio su di lui.
Le qualità migliori della natura umana, come i boccioli di fiori, si possono conservare solo avendone la massima cura. Eppure noi non trattiamo né noi stessi né gli altri con tanta tenerezza.
Mi tornarono in mente le ultime parole di Adele che caddero come macigni sulla nostra conversazione. Colpirono esattamente dove molti uomini non sono disposti a sentire, per incapacità o insensibilità, che tutta la nostra esistenza è basata sull'armonia tra esseri umani e il nostro ambiente circostante.
Mi distesi esausto addormentandomi poco dopo.
Le prime luci del mattino mi svegliarono filtrando attraverso il tetto chiaro della tenda.
Il cinguettio degli uccellini sugli alberi diventava sempre più fragoroso mentre l'aria fresca filtrava attraverso la zanzariera.
Quando fui più cosciente e i muscoli più reattivi sgattaiolai fuori dalla tenda in silenzio per non svegliare il resto dei componenti avvolti nelle loro coperte. Mi sedetti ad ammirare il panorama, che era uguale a quello del giorno precedente, ma con quella luce dell'alba prendeva un aspetto più misterioso mentre una leggera foschia velava questo cielo d'estate.
L'aria era fresca, quasi fredda. Con i brividi sulla pelle respirai profondamente per riempire di vita i miei polmoni risvegliando il mio corpo dall'indolenzimento dell'inattività della notte. Il sole si stava alzando da dietro il monte alle mie spalle illuminando parte dello sconfinato territorio collinare che si apriva di fronte a me. La temperatura iniziava lentamente ad aumentare.
Salutai con un sorriso la signora del camping intenta a esporre le previsioni del tempo nella bacheca. Lei contraccambiò con un tenero sorriso mentre dalla sua casetta proveniva un buon profumo di salsa di pomodoro.
Avevo deciso di andare a correre quella mattina prima che si svegliassero Monia e Bianca così avremmo potuto fare colazione tutti assieme. Avevo pensato che, partendo presto, avrei lasciato tutto il tempo per prepararsi con la calma tipica delle mie donne. Mi vestii con il mio completo tecnico per correre, m’infilai le scarpette e partii in direzione del monte alla mia destra, dove s’intravedevano, sulla sommità, antenne per la riproduzione del segnale audio o video. Dopo poco mi trovai sulla strada asfaltata che porta al paese su un pendio dolce ma costante e il mio pensiero andò subito al momento dove, forse, avrei conosciuto l'uomo che aveva salvato Adele solleticando la mia curiosità.
Mentre correvo sulla piccola striscia di asfalto che portava, in salita, verso il paese, non avevo buone sensazioni sentendo le gambe deboli e rigide, colpa delle corse precedenti e della pendenza che si faceva sempre più ripida.
Quando mi trovai nei pressi del paese, vidi un tipico cartello del centro alpino italiano che segnalava il percorso della “Madonna del monte” che entrava nel bosco alla mia sinistra e proprio sotto il punto di arrivo che mi ero prefisso. Senza indugiare imboccai il ripido sentiero verticale che saliva verso la vetta girando intorno alla montagna. L'impegno non si fece attendere quando la stradina sterrata si arrampicò verso il sole facendomi salire il battito cardiaco mentre i miei polmoni pompavano aria con un crescendo di frequenza. Spinsi caparbiamente sulle doloranti gambe ansimando e soffrendo ma determinato a raggiungere il mio obiettivo. Pensai a una silenziosa preghiera di ringraziamento quando, dopo un tratto di dura salita nel bosco, uscì dalla vegetazione correndo quasi in piano, a mezza costa, riprendendo fiato e godendomi la vista di una vallata ricca di vegetazione, dove, nel fondo, scorreva un torrente. Di nuovo il sentiero s’innalzava a sinistra e scompariva in lontananza dentro ad una pineta. Cominciai, per la stanchezza, ad accorciare il passo ma senza cedere di un centimetro nell'ascesa anche se la mia mente si ribellava. I miei muscoli stremati si rifiutavano di obbedire ma con un caparbio sforzo mi ritrovai all'inizio della pineta. I miei polmoni imploravano aria quando m’inerpicai su per un’altra salita dopo la fresca e profumata pineta che si estendeva in un piccolo spiazzo pianeggiante. Correvo piegato in avanti spingendo, con le punte delle scarpe, una gamba dietro l'altra come stantuffi tra le rocce e l'erba del sentiero. Dietro una curva iniziava una salita quasi verticale che affrontai facendo ricorso a tutte le energie rimaste in corpo, consapevole, come ogni volta, di dover attingere a forze spirituali e non fisiche, le quali permettono di affrontare le salite della vita senza mai mollare. Ripresi con passo deciso l'ascesa verso la “Madonna del Monte” correndo su una pietraia molto insidiosa e pericolosa esposta al sole consapevole del fatto che dovevo “sentire” il mio stato e che avrei dovuto seguire il corso naturale del mio corpo per potermi fondere con la natura che mi circondava rigogliosa. Correvo per quello che mi lasciava, nel suo movimento armonioso e ripetitivo, nel ritmo del mio respiro, nei luoghi della natura, perché il correre trial soddisfaceva il mio bisogno di correre. Quel senso di libertà e leggerezza che provavo quando percorrevo i miei sentieri, quel perdermi nei miei pensieri e nei miei sogni, quella stanchezza fisica che prevaleva su tutto, che ti svuota, ti scava e ti prosciuga restituendo in leggerezza ciò che ruba in sostanza e quando sei vuoto...sei pronto ad accogliere. La corsa è la sottrazione del meraviglioso superfluo che anni di benessere ci ha lasciato, donando una disciplina, senz'altro dura e faticosa, ma di notevole aiuto nell'affrontare la vita.
“Non opporti mai a niente e a nessuno segui l'andamento naturale delle cose e solo così ne farai parte completamente”. Questo mi venne in mente nel momento in cui mi feci il segno della croce cristiana inginocchiandomi in saluto alla Madonna che si ergeva su un grande piedistallo di marmo bianco sotto una grande quercia in cima al monte. La ringraziai con una preghiera per avermi concesso la possibilità di farle visita e concentrandomi nella discesa, mi lanciai a lunghe falcate nel sentiero che scendeva a sinistra tra gli alberi. Ben presto arrivai nei pressi del camping favorito dalla ripida discesa che mise a dura prova muscoli e articolazioni. Il sole era già alto nel cielo e il caldo cominciava a farsi sentire, anche se l'aria era limpida e fresca regalando colori vivi e accesi a tutte le cose rendendole più belle alla vista.
Monia mi attendeva rilassata sullo sdraio, intenta nella lettura del suo libro mentre Bianca si scatenava nella piscina in compagnia di un nuovo amico. Il suo nome era Rocco Pio, un esuberante bimbo di cinque anni un po’ grassoccio che abitava nei pressi del camping e che gli era stato permesso di frequentare la piscina.
Nel centro del paese, ed esattamente dopo qualche centinaio di metri dopo una porta di origine medievale, c'era la piazza centrale che ospitava, tra l'altro, una pasticceria con arredamento volutamente retrò. Davanti al bar si apriva una distesa di tavolini e sedie di colore giallo, dove la gente consumava godendosi il sole mattutino. Sullo sfondo una suggestiva chiesa del periodo medievale arricchiva uno scenario di per sé molto affascinante.
Ordinammo cappuccino e cornetti alla marmellata e alcuni dolcetti locali fatti con un ripieno di pecorino addolcito con lo zucchero. Addentammo con voracità quelle leccornie senza preoccuparci della linea. Io avevo un certo appetito, visto le calorie bruciate nella corsa fatta a digiuno, e ordinai un secondo giro di cappuccini e cornetti. A pancia piena tornammo al camping non prima di aver passeggiato in lungo e in largo per tutto il paese e aver visitato una mostra d'arte di artisti locali. L'esposizione dei quadri si svolgeva in una chiesa sconsacrata a ingresso gratuito che, con sincerità, non era nemmeno particolarmente bella.
Ritornati al campeggio e alla nostra tenda, ognuno riprese le proprie attività che aveva lasciato in precedenza. Monia si adagiò, nuovamente, sullo sdraio all'ombra degli alberi e riprese la lettura del libro accarezzandosi la pancia piena, Bianca ritrovò Rocco Pio soggiogandolo, suo malgrado, al gioco dell'asilo che consisteva nel farlo ubbidire dispoticamente al proprio comando. Leggevo un’espressione di rassegnazione negli occhi del povero e corpulento bambino.
Presi la direzione del bosco portando con me la mia stuoia. Poco più in alto, mi distesi, a viso in su, sopra una parte pianeggiante con l'erba rasata. Guardavo l'azzurro intenso del cielo mentre veniva solcato dalla bianca scia di un aereo.
Mi divertivo a giocare con le ombre che il sole creava filtrando attraverso i rami degli alberi.
Si riuscivano a distinguere chiaramente le strisce di luce solare farsi largo nel bosco comprendendo il perché il sole veniva disegnato con i propri raggi.
La mia mente cominciò a vagare dentro i pensieri che avevo desiderato chiamare.
Pensai, tra le tante cose, al possibile incontro che sarebbe potuto avvenire nel pomeriggio, con Pippi, e di cosa mi avrebbe emozionato oppure deluso.
Nella calma del luogo che avevo scelto per rilassarmi mi venne in mente una riflessione sull'uomo e sul lavoro. Pensai a come il lavoro condizioni spesso un’intera esistenza convincendoci che il miglior modo per far passare il tempo è, appunto, lavorare.
Questa idea, pensai, aveva un grande limite che era quello di far cadere in depressione chi dovesse perdere l'occupazione per licenziamento oppure per limiti di età facendoci perdere la certezza che le cose che possediamo ci possano accompagnare per tutta la vita.
Qualche volta poteva diventare addirittura alibi per azioni violente e suicidi.
Il problema più grande non è cercarsi o crearsi un nuovo lavoro e con esso ricreare un nuovo salario quanto perdere la stima sulle proprie capacità e non vedere prospettive per il futuro. Soprattutto per chi non ha saputo coltivarsi interessi alternativi al lavoro stesso.
Pensai di non essere contrario a un’occupazione, al contrario ritenevo che fosse un modo per accrescere le esperienze e imparare o migliorare il relazionarsi con gli altri. Purtroppo i ritmi che sono imposti nei giorni nostri risultano essere addirittura innaturali.
Sono per un’umanizzazione del lavoro in cui i ritmi seguano le esigenze e i limiti di ognuno di noi.
Mi dispiacerebbe pensare che il tempo libero sia quello ricavato tra un lavoro e un altro, un tempo rubato o preso a prestito sottraendo un'ora ai creditori o alle banche.
Avevo l'impressione che la maggioranza delle persone che conosco conduca una vita meschina e cinica: sempre in bilico tra il dare e l'avere, tentando di entrare in più affari possibili e lavorare senza limiti, senza considerare le proprie e soggettive capacità fisiche e mentali, il tutto per potersi tirare fuori dai debiti. Vivendo, morendo, venendo sepolti sempre per mezzo dell’oro altrui cioè denaro preso in prestito; promettendo sempre "pagherò", ripetendo "domani pagherò" e morendo oggi, insolventi; tentando di ottenere favori e credito in tutti i modi possibili, non sempre scartando quelli che implichino rischio di galera, che sono la menzogna, la piaggeria, il voto di scambio; contraendosi in un guscio di noce di cortesia o dilatandosi in un'atmosfera di sottile e vaporosa quanto falsa generosità, pur di riuscire a indurre il nostro prossimo a commissionarci dei lavori. Si lavorerà, dunque duramente arrivando spesso ad ammalarsi per metter da parte qualcosa per quando saremo ammalati.
La maggioranza degli uomini, pensai, vive in questa quieta disperazione. Ciò che si chiama rassegnazione è disperazione forzata. Dalla disperata città si entra nella disperata campagna, e ci si deve consolare con il coraggio degli eroi televisivi o cinematografici oppure attraverso la bellezza di qualche avvenente ragazza nelle trasmissioni televisive.
Una disperazione uniformata e inconscia si nasconde persino sotto quelli che vengono chiamati i divertimenti. Non c’è alcun divertimento in essi, perché questo avviene sempre dopo il lavoro e se il lavoro lo permette. Sono tutte scuse per non riuscire ad agire controcorrente pensando che sia saggezza non commettere azioni diverse dal comune pensiero conformista. Rendendo vero il contrario. E' saggezza prendere sempre nuove vie e conoscenze.
Se consideriamo quale sia il fine fondamentale dell'uomo e le vere necessità e i mezzi di vita, la conclusione logica più chiara è che gli uomini scelgono di proposito la maniera di vita comune, quella che fanno tutti, perché la preferiscono a ogni altra. Prendere un metodo di vita già percorso non implica nessun rischio. Pensai, tuttavia, essi credono di non avere altra scelta, un'altra possibilità.
Non è mai troppo tardi per rinunciare ai nostri pregiudizi e a quello che riteniamo certo che poi così certo non sia mai.
Non possiamo accettare nessuna maniera di pensare o di agire, per quanto diversa essa sia, senza averla in precedenza sperimentata. Quello che tutti, oggi, accettiamo per reale apertamente e senza discutere, può apparire falso domani; solo fumo di opinioni, dove tutte sono accettabili e il cambiamento dovrebbe far parte della nostra esistenza affinché ci sia evoluzione, non accettando tutto quello imposto perché qualcuno ci aveva fatto credere che fosse pioggia benefica sui nostri campi.
Il pensiero mi prendeva e con esso tutte le varie relazioni con la nostra vita quotidiana. Dovetti, tuttavia, cedere alla stanchezza della corsa in montagna e, complice la beatitudine del luogo, crollai in un sonno profondo.
“-Papà!, papà!!, papà!!!, papàààà!, papààààààààààààààà!!”-
Aprii gli occhi in preda al panico con il cuore che mi batteva nel petto come un motore facendomi svegliare in preda ad un tremore. Mi misi a sedere sbarrando gli occhi, spalancai la bocca in preda al panico per urlare ma mi accorsi che era solo mia figlia, un concentrato di modi gentili in pochi centimetri.
-” Ha detto la mamma che dovevo svegliarti perché è pronto il pranzo”-
Mi lasciai cadere nuovamente sulla stuoia ma a viso in giù cercando di trovare la pazienza in ogni filo di erba intorno a me e che si muoveva ad ogni mio respiro.
Sentivo ribollire il sangue e avrei voluto urlare che non erano i modi per svegliare qualcuno ma mi trattenni e contai i famosi “fino a 10” prima di muovere anche solo un muscolo.
-”Papà?”-
La piccola era ancora davanti a me in attesa di una mia risposta.
-”Si amore”- risposi con una calma serafica che stupì anche me -” vai a dire alla mamma che arrivo subito”-.
Lei ubbidì e si voltò in direzione del camping che si trovava poco più a valle.
Mentre la guardavo allontanarsi, come facevo solitamente, oltre a rendermi conto del tempo che scorreva velocemente guardando lei crescere, mi trovai sollevato di vederla felice e in salute. Pensai a quanto era importante per un’esistenza serena avere pazienza con i figli e con tutti i nostri simili. Ero orgoglioso di non essere stato sopraffatto dall'impulsività e avere saputo controllare l'ira dimostrandomi saggio e permissivo così di essere considerato calmo e protettivo agli occhi della mia piccina.
“Chicca!!”- dissi.
Lei si fermò e si voltò sorridendo -” cosa c'è papà?”- disse.
-” Torna vicino a me, vorrei spiegarti una cosa”-
-” va bene ”-. Mi arrivò accanto con il solito entusiasmo.
-” Senti amore mio, papà prima stava dormendo”-
-” Si lo so”- disse lei.
-” Quando una persona dorme, bisogna avvicinarsi con dolcezza e cercare di svegliarla dolcemente altrimenti potrebbe destarsi di soprassalto e impaurirsi. Bisognerebbe essere gentili”-
-” Ma tu non eri gentile con me, stavi dormendo”- incalzò la piccola.
-” Vedi amore non dobbiamo aspettare la gentilezza altrui per essere a nostra volta gentili. Dobbiamo pensare ad essere noi gentili e amorevoli in qualsiasi circostanza soprattutto nei momenti di tensione o di difficoltà. Nel momento in qui saremo capaci di controllare le nostre emozioni negative sarà il momento in cui apprezzeremo maggiormente quelle positive.”-
Lei mi guardava con un’espressione interrogatoria e incuriosita. Continuai, non altro, per ripetere a me stesso delle regole di comportamento alle quali credevo ciecamente.
-” Dobbiamo proporci agli altri sempre nel migliore modo possibile, senza giudicare ne imponendo il nostro punto di vista o la nostra posizione. Dobbiamo essere comprensivi, capire le ragioni che spingono l'altro a pensare in un modo diverso dal nostro e accettare di buon grado le diversità, anzi, trarre giovamento dalle stesse per una crescita interiore. Solo con la totale comprensione si può capire quale strada intraprendere. Si vera e sincera con te stessa prima di esserlo con gli altri. Non importa conoscere il mondo se prima non hai conosciuto il tuo vero io e quali sono i tuoi desideri e aspirazioni. Ricorda che le guerre prima che fuori nel mondo sono dentro di noi. Con la tranquillità di una vita serena si ragiona meglio e in maniera più lucida senza pregiudizi né preclusioni. In conclusione vorrei che t’imponessi di essere gentile sempre soprattutto con chi ti tratta male”-.
Ero certo che non capì un granché ma mi rispose - “Va bene papà”-.
-” Sei felice tesoro ?”- le domandai.
-” Si Papà”- rispose lei sorridendo. Gli occhi le brillavano come perle, poi, nel fragore di una canzone da lei inventata, si lanciò saltellando giù per il lieve pendio correndo a braccia aperte, come una farfallina, in direzione del camping.
Io la guardai e la felicità mi esplose dentro trascinando con sé un sorriso che si stampò in viso per un tempo che mi sembrò un’eternità.
Ero felicemente vivo. Il solo alzarmi di mattina mi rendeva felice. Il solo riuscire ad aprire gli occhi e rivedere la luce, che poi “solo” non era, mi rendeva pago e sazio di vita. Tutto quello che sarebbe capitato nella giornata, non avrebbe scalfito la mia serenità perché essere vivo, mi bastava. L'esistenza era una grande possibilità. Tutto poteva accadere bastava approcciarsi con la giusta curiosità di conoscere e sperimentare.
Avevo costantemente presente che la felicità non doveva avere una ragione ma essere uno stato, una condizione costante che procurava felicità irragionevole. Un modo di affrontare il mondo con una grande risata, e così sia qualunque cosa succeda.
Feci ritorno al campeggio.
Ci sedemmo su una coperta a grandi quadri colorati posta davanti alla nostra tenda. Mangiammo un pasto semplice come di consueto, chiacchierando e scherzando.
Terminato il pranzo frugale, preparai il tè scaldando l'acqua nel bollitore sul piccolo fornello da campo. Mentre l'acqua si riscaldava, aiutai a liberare la coperta dalle briciole di pane che donammo alle formiche.
Noi eravamo soliti mangiare cibi semplici e con poco condimento. Usavamo attenzione nel mangiare, e non certo per un fattore estetico, quanto per il fatto che mangiando poco e semplice, si poteva migliorare notevolmente la digestione favorendo così le attività del dopo pasto.
Una riflessione ricorrente sul rapporto tra essere umano e cibo mi portava a pensare che, riuscendo a contenere la quantità di cibo ingerito, si avesse una specie di controllo della propria vita in modo armonioso indirizzandola nella direzione voluta. Contrariamente ad altre persone che invece non riescono a controllare né la quantità né la qualità del cibo, subendo scelte altrui e tentazioni.
E' importante vedere il cibo come esigenza di energia più che un piacere che spesso non appaga. L’errore più grande è l’abitudine a riempire il nostro corpo di cibo, così, tanto per mangiare. Non dobbiamo vivere per mangiare, ma mangiare per vivere, selezionando i cibi vitali da quelli inerti, privi di forza vitale; tenendo conto dell’incompatibilità di un cibo nei confronti dell’altro; valutando il trattamento di conservazione, gli additivi, i coloranti usati.
Perché non riusciamo a considerare il nostro corpo come una bellissima e delicatissima macchina? Perché succede ciò?
Generalmente perché non si ha una buona opinione di sé.
Spesso la stima viene influenzata negativamente dal peso di un passato poco appagante, o il suo condizionamento a non voler affrontare la vita da non desiderare di cambiarla.
La pigrizia e l’abitudine non ci fanno vivere da protagonisti ma solo da spettatori.
In tutte le scelte della vita, la pigrizia non ci consentirà di sforzarci ad esaminare noi stessi tendendo a responsabilizzare altri la causa dei nostri insuccessi e di problemi che sono solo nostri. Queste persone non saranno mai libere, autonome, ma gestite e dominate sempre da altri.
Non impareranno mai a decidere bensì avranno sempre bisogno di altri per decidere della propria esistenza.
Tuttavia, per vivere la propria vita da protagonista, bisogna scegliere di viverla. E scegliere come vivere, bisogna reagire agli eventi avversi. Bisognerebbe stabilire l’obiettivo e desiderarlo. Ma per ottenere una cosa bisogna conquistarla. E la conquista è in genere lenta, tortuosa e complessa portando il nostro lavoro, una volta stabilita la meta, a essere continuo, costante fino alla conquista.
Pensai al lavoro. Molti di noi hanno scelto un indirizzo scolastico e poi un lavoro da giovani, credendo fosse l’ideale per poi accorgersi, in seguito, che di speciale non aveva proprio nulla.
Se oggi, tuttavia, dopo un periodo più o meno breve, il nostro lavoro non ci dovesse più piacere. Se oggi si è cambiati, maturati, e il lavoro che facciamo risulta pesante rendendoci tristi, intrattabili, depressi, perché continuarlo?
Perché non avere il coraggio di cambiarlo?
Perché avere paura di ricominciare?
In fondo il passato, attraverso i nostri errori, non dovrebbe paralizzare la nostra vita presente. Il passato potrebbe solo accompagnarci e noi usare lo stesso per ricordarci di non ripetere certi errori. Ciò non significa dimenticarlo. Non dobbiamo viverlo sempre come davanti agli occhi. Non ci permetterebbe di vivere. Dovremmo tenerlo al nostro fianco e non solo potremmo vivere liberi, ma ci aiuterebbe a trascorrere meglio il presente.
Bisognerebbe comprendere e accettare gli errori commessi se si vuole proseguire in serenità.
Terminato di mangiare, andai a lavare le stoviglie al piccolo lavabo bianco che si trovava in una zona comune al centro del campeggio. Fui accompagnato dalla piccola che, nel tragitto, mi rivolse una raffica di domande alle quali tentai di rispondere al meglio. Al ritorno alla tenda, trovai la mia tazza, smaltata rossa, riempita di tè al ginseng che Monia aveva versato. Sorseggiai la calda bevanda comodamente seduto sullo sdraio pieghevole mentre, con grande concentrazione, studiavo la cartina cercando il luogo scritto nel foglietto donatomi da Adele con l'indirizzo di Pippi. Sicuramente era un luogo isolato e piccolo tant'è che non era nemmeno segnalato sulla cartina topografica. Avevo trovato, tuttavia, il paese di riferimento, dove questa piccola località faceva comune e pensai, quindi, che la zona sarebbe stata quella.
Nel primo pomeriggio partimmo. L'aria, a quell’ora, era un po’ afosa ma, tutto sommato, accettabile. Cercammo di non pensare al caldo concentrandoci, invece, sulla nostra meta che pareva tutt'altro che agevole da raggiungere visto la scarsità d’indicazioni dettagliate. Ero certo che non sarebbe stato agevole cercare qualcuno senza telefono, ne indirizzo civico in una località che non appariva nemmeno su una cartina stradale rimanendo, tuttavia, deciso a portare a termine l'impresa in un modo o nell'altro. Eravamo fiduciosi come nei momenti precedenti all'affrontare un qualcosa che eri obbligato a compiere e che, non avendo altre possibilità, ti appresti a fare quel qualcosa cercando di infondere la convinzione di riuscire e la speranza del buon risultato.
Di colpo mi vennero in mente le parole che Adele mi aveva sussurrato all'orecchio subito dopo avermi consegnato il biglietto con l'indirizzo di Pippi.
-” Se non trovi risposte alle tue domande con la ragione e la logica è il momento di aprire il cuore e i sentimenti al mondo e vedrai che le risposte che cerchi arriveranno spontaneamente. Abbi fiducia nelle tue percezioni e segui la vocina del tuo io interiore e vedrai che giungerai alla meta-”.
Ora avevo ben chiaro il significato di quelle parole che mi donarono una fede inaspettata nei miei mezzi.
Avevo finalmente compreso che tutto il mio futuro dipendeva solo da me; dalle mie esperienze in fatto di vita vissuta e dalle scelte che da esse scaturivano e dalle capacità di decidere la giusta via nel più breve tempo possibile. E' assai importante conoscere più cose per scegliere sempre quella giusta da fare. Ero certo che avrei trovato Pippi.
Nella prima parte del pomeriggio partimmo per una gita tuttavia l'interesse principale era trovare quell'uomo.
Percorremmo con l'auto la strada in discesa che porta verso valle in direzione dell'entroterra. Avevo una vaga idea di dove andare “sentendo” di essere sulla retta via e questo mi bastava.
Viaggiando il paesaggio era un’alternanza di colline e vallate. Gli stupendi rilievi ci regalavano paesaggi affascinanti, dove paesi arroccati, sulla sommità, capeggiavano, piccoli centri dentro fortificate mura medievali. Le vallate si mostrarono per la loro bellezza, tagliate da freschi torrenti di acqua pulita, s’illuminavano alla luce del sole brillando nell'oro dei campi di grano.
Arrivammo a metà del pomeriggio nella zona indicata nel biglietto che avevo in tasca, ma del paese indicato e tanto meno di Pippi nessuna traccia.
Il paese era un piccolo borgo di poche case attaccate alla roccia e molte delle quali disabitate e in una condizione di degrado. Le case rimaste integre parevano chiuse in un contesto spettrale. Sembrava un paese fantasma se non fosse per il bar aperto sotto a un piccolo portico in sasso. Entrai e chiesi informazioni su Pippi a un barista appesantito e annoiato che asciugava un cestello di bicchieri fumanti dietro al bancone.
-” Mi dispiace, ma non conosco nessuno con quel nome, non ho nessun cliente che risponde al nome di Giuseppe. Chieda a Don Gianfranco il prete del paese, lo trova in chiesa qui di fronte”-. Ringraziai e mi diressi verso la chiesa. Don Gianfranco mi parlò di piccoli laghi sperduti e nascosti nel folto dei boschi, tra dirupi e terreni paludosi.
-” Forse il signor Giuseppe che cerca si nasconde lì”- Prima di congedarsi mi disse che, in tutta la zona, c'erano delle costruzioni nascoste nella montagna dove molte persone vivevano in solitudine.
Ancora più isolate si trovavano, in una sorta di nuovo eremitaggio, delle grotte e delle cavità del terreno, in cui alcuni uomini vivevano e pregavano in una solitudine ancora più rigorosa.
-” Questo è quello che si racconta da queste parti-” disse Don Gianfranco.
-” Non ho conferma delle dicerie, io non ho mai conosciuto nessuno di queste persone, eppure sono qui da quarant'anni”- continuò.
Strinsi la mano al prelato e salii di nuovo in macchina, dove i miei famigliari attendevano ansiosi una mia risposta.
-”Allora?”- disse Monia
-” Nessuno ha saputo darmi indicazioni”- dissi -” Non credo sarà facile tuttavia sono certo che ci riusciremo”-
Mi figlia mi guardò e un sottile sorriso apparve sul suo volto caricandosi anch’essa di fronte a questa nuova sfida. Tutta suo padre.
Avevamo deciso che avremmo cercato in ogni strada o sentiero che fosse, come in una caccia al tesoro, cercando degli indizi ma soprattutto avendo fede alle mie percezioni e consapevolezze incoscienti. Il luogo era certamente quello dove noi ci trovavamo, ma non sapevo dove cercare consci del fatto che, se Pippi avesse voluto farsi trovare, noi lo avremmo certo trovato. Era una questione di energia e caparbietà.
Partimmo in direzione della montagna di fronte a noi con la strada che, dopo qualche chilometro di asfalto in prossimità delle case, diventava bianca tra terra e sassi tagliando nel bosco.
Per fortuna l'auto era predisposta per questo tipo di percorso e non ci furono particolari problemi a superare agevolmente ogni ostacolo che si presentava.
Percorremmo diverse piccole stradine traverse della strada principale, alcune portavano a valle finendo in qualche casa abbandonata oppure nel greto del torrente.
Altre portavano in alto verso la cima, ma, anch’esse, finendo la loro percorrenza in campi per il pascolo tra il gregge di pecore.
Durante la ricerca non incontrammo case o casolari atti a ospitare qualcuno ma solo vecchie stalle diroccate e costruzioni distrutte dal logorio del tempo. Pensai, comunque, che un uomo del genere si sarebbe notato immediatamente tra il resto delle persone, e se viveva in questo luogo, lo avremmo certamente notato. Solo se Pippi voleva farsi trovare.
La sera si stava avvicinando velocemente senza che avessimo trovato un minimo indizio di dove si potesse trovare l'uomo che stavamo cercando. Sinceramente avevo anche pensato che fosse stato tutto uno scherzo da parte di Adele per vedere l'espressione di un sempliciotto come me. Cercai di rimuovere questo pensiero per non incappare in una sorta di scoramento. Pensai che Adele non fosse il tipo di persona che faceva scherzi.
Il sole era definitivamente calato dietro le montagne portando con sé l’aria fresca della sera mentre il buio cominciava a coprire ogni cosa con il suo velo scuro. Avremmo, di certo, dovuto pernottare in giro, dentro la macchina, e la cosa mi procurava un misto di eccitazione e paura, di mistero e curiosità. Pensai a come rendere accettabile una notte in macchina per la mia famiglia.
Mi chiedevo, tra le tante cose, se tutto questo aveva senso.
Se questa mia personale testardaggine era condivisa e se mi avrebbe portato a qualcosa. L'unico particolare che notai con piacere fu che, la ricerca di questa persona, mi portava a fare cose diverse dalla mia routine quotidiana procurando in me un misto di buone sensazioni, anche se, un minimo di delusione e scoramento cominciava a serpeggiare in me.
Quella sera, ci preparammo un giaciglio nell'auto parcheggiando in un punto disabitato del bosco, tra felci e rocce coperte di licheni che illuminammo con i fari dell'auto. Era un luogo isolato che si trovava su un terrapieno che dava su un dirupo di un lungo calanco roccioso. Parcheggiai tra due grosse querce che avrebbero fatto da riparo dal sole l'indomani mattina.
Mangiammo i panini che avevamo preparato di fronte al fuoco che avevo acceso all'interno di un cerchio di sassi, utilizzando rami secchi trovati a terra. Il calore che il fuoco emanava con le sue rassicuranti fiamme ipnotizzava i nostri sguardi facendoci rimanere in silenzio a contemplare la notte, mentre il crepitio della legna, che ardeva, era l'unico rumore percepito. Stendemmo i nostri sacchi a pelo nel baule del fuoristrada abbassando i sedili posteriori e dopo avere raccontando storie inventate di elfi, di maghi e di streghe dei boschi ci addormentammo.
Prima di addormentarmi riflettei per un istante sulle cause delle maggiori seccature e delle ansietà che l'uomo deve affrontare ogni giorno, e quanto possa essere davvero necessario per noi essere impegnati o, tanto meno preoccupati.
All'interno di un bosco non si può desiderare altro che il necessario per vivere.
Dovevamo ritrovare un qualche senso condurre una vita primitiva e improvvisata, anche se nel bel mezzo di una civiltà puramente dedicata all'aspetto esteriore. Era necessario imparare quali erano le esigenze fisiche, che sono veramente poche, e quali siano i modi impiegati a soddisfarle. Il progresso dei secoli ha influito fortemente sulla tecnologia in generale ma assai scarsamente sulle leggi fondamentali della vita umana; e, probabilmente, la nostra composizione interna non si distinguerebbe per niente da quella dei nostri predecessori e poco da chi ci seguirà.
Pensai che le nostre necessità di vita, immerse in un’altra situazione, come nel nostro caso sdraiati a dormire su un fuoristrada, siano completamente diverse e notevolmente ridotte rispetto a chiunque, vivi una realtà cittadina o immersa nelle comodità. Con le parole "necessità della vita" intendo qualsiasi cosa ottenuta dall'uomo con il proprio lavoro manuale e con il suo intelletto diventando importante per garantire l'unica cosa necessaria alla vita, il cibo; che per un cerbiatto dei boschi si riduce a pochi ciuffi di erba saporita e acqua per calmare la sete, salvo che esso non cerchi il rifugio nella foresta o all'ombra delle montagne. Allora dovrà aggiungere la necessità di uno spostamento.
Nessuna creatura vivente, anche la più feroce, non ha altri bisogni oltre al cibo e al rifugio. Per l'uomo le esigenze primarie per vivere si possono riassumere in: Cibo, tetto, vestiario, fuoco. Infatti, fin tanto che non avremo a disposizione ciò, non saremo pronti ad affrontare i veri problemi della vita con libertà e speranza di successo. L'uomo ha inventato non solo le case, ma gli indumenti per rimanere al caldo d'inverno, e ha imparato a cuocere il cibo al fuoco e a riscaldarsi con esso. Secondo alcuni studiosi il corpo umano è una specie di stufa, dove il cibo è la materia prima che, mantiene attiva la combustione nei polmoni e tutte le funzioni vitali.
In una temperatura fredda noi mangiamo di più, e a una temperatura calda, meno. Solo perché abbiamo bisogno di meno “combustibile”. Il calore animale è il risultato di una lenta combustione, e le malattie e la morte sopraggiungono quando tale combustione è troppo rapida; il fuoco della vita si spegne per mancanza di cibo o per mancanza di ossigeno. Come un vero fuoco cui viene tolto la legna e l'ossigeno per bruciare. Anche un tetto e il vestiario servono soltanto a conservare il calore così prodotto e assorbito. Ciò che dunque è maggiormente necessario per il nostro corpo, oltre al cibo e l'acqua, è conservarlo caldo, conservare il calore vitale naturale.
Le persone poco attente dei paesi ricchi non si accontentano di vivere in un ambiente caldo, ma vogliono che sia estremamente caldo. Molti lussi e molte delle cosiddette comodità della vita non sono solo inutili ma addirittura effettivi intralci all'elevazione morale dell'uomo. Il denaro non porta alla felicità, anche se sembra una frase qualunquista, ma al superamento delle primitive esigenze di vita per abbracciare l'inutile e il superfluo. Non serve avere cibo più abbondante e saporito da combattere, poi, con estenuanti diete ipocaloriche, possedere case più ampie e più belle di quello che necessita, vestiti migliori e in maggior numero e spesso inutili, fonti di calore sempre più numerosi ma inquinanti per l'ambiente, avere un sempre crescente numero di auto per intasare le nostre città, possedere pericolosissime centrali nucleari per produrre sempre più energia invece di ridurre i consumi.
Quando ci si troverà liberi dai lavori più umili e dall'ottenere i basilari elementi fisici per sostenere la vita apriremo la strada al superfluo che spesso si trasformerà in noia e deviazione favorendo comportamenti umani insensati e carichi di violenza ingrandendo la base delle persone infelici e senza uno scopo, ambizione o desiderio nei confronti della loro esistenza.
Parlo soprattutto alla massa degli scontenti che si lamentano passivamente della durezza della loro condizione o dei tempi, quando potrebbero tentare di migliorarli.
Ci sono certe persone che si lamentano più profondamente e sconsolatamente degli altri poiché dicono che stanno facendo solo il loro dovere. Intendo anche parlare a quelli che sono ricchi in apparenza, ma, in effetti, sono, invece, i più poveri di tutti, combattendo con debiti sempre crescenti cui non sanno come fare fronte non rendendosi conto di essersi costruito con le loro stesse mani catene d'oro che li ingabbia al possedere.
Per quanto riguarda lussi e comodità, i più saggi hanno sempre condotto una vita più semplice e difficile di quella dei poveri perché da quella posizione e più facile e imparziale osservare la vita. Essere saggio significa vivere secondo i dettami di: semplicità, indipendenza, generosità e fiducia nella vita e nel prossimo. Essere saggio significava anche tentare di risolvere i problemi della vita, non solo teoricamente ma anche in concreto.
Così avevo cercato di creare il migliore e confortevole giaciglio per la mia famiglia, all'interno dell'auto, sacrificando, di conseguenza, il mio.
Il migliore ringraziamento, che potevo attendermi, fu vederli dormire in maniera così profonda e serena per tutta la notte.
L'indomani arrivò in un attimo.
Mi alzai all'alba, quando il sole si stava svegliando e anche la natura stessa sonnecchiava alla mite temperatura.
Materialmente non aiutai il sole a sorgere ma essere presente al suo arrivo pensavo fosse di estremo rispetto così come ascoltare le parole del vento, che quella mattina voleva dirci qualcosa.
Mi allontanai in silenzio pochi passi dall'auto per non svegliare gli occupanti, mettendomi, in piedi, di fronte al nuovo giorno. Mi fermai a osservare un albero in lontananza. Da quel punto di vista, l'albero assomigliava a una figura con le braccia aperte verso il cielo come ad accogliere tutto quello che il divino aveva scelto per il suo destino. Era una figura che avevo sognato spesso e riprodotto in tanti disegni ma in questo caso pensai che la vista di quell'albero fosse un segnale che non dovevo trascurare.
-” A cosa stai pensando?”- mi voltai colto alla sprovvista.
-” Buongiorno, hai dormito bene?”-
-” Non era certo un letto di un hotel a quattro stelle tuttavia era comodo e caldo. La piccola dorme ancora.”-
-” Ho preparato il caffè con il fuoco che ho acceso questa mattina appena alzato, ne vuoi un poco ?”-
“- Si grazie”-
Versai il caffè in un bicchiere di plastica e presi una bustina di zucchero dal cassettino della macchina e mescolai con il coltello.
-” Hai avuto qualche visione nella notte riguardo alla nostra ricerca?”-
-” sinceramente no, ma ora stavo osservando con interesse quell'albero che spunta dal fitto bosco in cima a quella montagna laggiù. M’incuriosiva per la sua forma. Forse è un segno da prendere in considerazione -”.
-”Non è che ti stai intestardendo troppo in questa ricerca? Magari è tutto un bluff o magari non è così interessante come ci aspettiamo. Magari è solo un vecchio pazzo. Dai andiamo a divertirci, in fondo siamo in vacanza”-. La parola “vecchio pazzo” rimbalzò nella mia mente come fa un eco in montagna.
In effetti, non sapevo nulla di chi stavo cercando, né cosa cercassi e con tutta probabilità ne sarei rimasto certamente deluso.
Era incomprensibile anche a me il perché spendessi tanta energia e impegno in qualcosa di sconosciuto riponendo immotivatamente una così alta aspettativa.
Forse non stavo cercando veramente qualcuno o qualcosa, forse non stavo cercando illuminazioni o alibi per una crisi d’identità che ultimamente stava minando le mie poche verità e certezze.
Forse stavo cercando un conforto per un momento difficile sentendo la necessità di scavare nei recessi più bui della mente e del cuore per trovare rassicurazioni.
Forse stavo cercando un percorso di vita che mi potesse dare una nuova linfa interiore facendomi dimenticare che il mio involucro stava lentamente cambiando, lasciando spazio ai segni del tempo. Forse stavo semplicemente cercando il coraggio, succhiandolo dalla vita altrui, che qualcuno, attraverso il proprio vissuto, mi convincesse che tutto era possibile. Nella mia testa echeggiava una voce, che, con tono solenne diceva ”gettati completamente, dimentica ogni appiglio di salvataggio e non avere paura, vivi ogni istante”. Dovevo gettarmi nelle cose e non voltarmi mai.
Avevo bisogno di gettarmi giù nel dirupo della vita, come a togliere il fiato, provando la paura del vuoto che si trasforma in terrore alla consapevolezza dell'avvicinarsi velocemente all'impatto con il suolo, scoprendo solo alla fine se ero in grado di volare.
-”Papà!!”- sentii chiamare da dentro l'auto.
Mi avvicinai e aprì il portellone posteriore dove, da un groviglio di coperte damascate e sacchi letto colorati, spuntava una testina di capelli biondi corti e ricci e tutti arruffati. Faceva finta di dormire, anche se intravedevo il sorriso che si apriva sul viso allargando le morbide guance. Per un po’ stetti al gioco facendo finta di parlare piano per non svegliarla. Bianca era una bambina che amavo definire compatta. Era muscolosa e molto attiva. Un viso di altri tempi con due occhi grandi azzurri contornato da capelli ricci di colore castano biondo tendenti al rosso. Mi assomigliava molto facendo specchiare in lei la mia infanzia. Mi misi al suo fianco e ci facemmo un sacco di coccole dandoci dei morbidi bacini sulle guance. Ci avvolgemmo nel gioco della “lotta” che consisteva nel fare delle mosse, stile lotta greco-romana, facendoci ridere a crepapelle. Era come tornare bambino per me e non ero per nulla dispiaciuto, anzi, il “mescolarsi” mi procurava un enorme divertimento. Monia, nel frattempo, sorseggiava il suo caffè seduta su un grande sasso.
-” Papà cosa si fa oggi?”- mi domandò
-” Non lo so amore. Tu cosa vorresti fare?”- dissi
-” Vorrei andare al mare oggi”-
-” Va bene, faremo così”-
Anche mia moglie mi guardò con la speranza che smettessi questa ricerca. Lo compresi senza difficoltà.
Mi avvicinai lentamente a Monia. Il suo sguardo era eloquente. Non avevano voglia, oggi, di seguirmi in giro per boschi in quell’insensata ricerca, così m’inchinai al loro volere decidendo di passare il resto dell’assolata giornata in riva al mare. Avvisammo la titolare del campeggio, che non ci aveva visto tornare nella notte precedente, che saremmo rientrati per la notte, tranquillizzandola sulle nostre condizioni di salute. -” Avevo visto la tenda vuota e mi ero preoccupata”- ci disse al telefono.
Il mare non era più distante di una cinquantina dio chilometri e lo raggiungemmo in tarda mattinata dopo un agevole viaggio con l'auto.
La giornata era illuminata da un sole limpido, mentre il cielo, era privo di nuvole, spazzate da un vento, in quota, che rinfrescava l'aria.
Si annunciava, di certo, una bella giornata. Raggiungemmo la spiaggia attraverso una stretta stradina ciottolosa. Carichi di tutti gli armamentari indispensabili per una giornata al mare e che possedevamo in macchina dalla partenza.
Hai lati chiassosi bar modaioli che accoglievano, al ritmo di tecno, gli avventori, per lo più giovani, assonati e stropicciati dalla sera precedente.
Mentre ero intento a raccogliere paletta e secchiello cadutami a terra una voce alle mie spalle disse.
-” Festeggiamo?”-.
Mi drizzai in piedi e vidi che Monia e Bianca si erano avvantaggiate di qualche decina di metri.
Mi rivolsi, quindi, alla persona che si era avvicinata a me.
-” Festeggiare??...Che cosa dovremmo festeggiare?”- Dissi.
-” Il primo giorno del tempo che ci rimane da vivere”-.
L'affermazione mi bloccò di stupore sebbene fosse talmente vera da farmi sobbalzare il cuore in un battito anomalo.
-” Per vivere al meglio bisogna celebrare ogni istante con un festeggiamento non trovi?”-
Rimasi bloccato senza potere rispondere. Non sapevo se ero stato fermato da una pazza con la quale dovevo avere modi gentili per non farla irritare oppure da una grande saggezza.
Di fronte a me avevo una donna. Di altezza media e corporatura magra. Aveva occhi grandi nocciola accesi e lunghi capelli neri avvolti da una bandana etnica bordeaux. La pelle liscia abbronzata era lucida e sana.
-” E' un bel festeggiamento quello che mi propone. Sono d'accordo”- dissi io.
-” dovremmo festeggiare sempre anziché fare dell'altro “- Disse.
Il suo movimento della testa, che inclinava da un lato, denotava grande dolcezza.
Era vestita con calzoncini corti color cachi sostenuti da una grande cintura. Aveva calzettoni lunghi arrotolati sopra un paio di scarponi da trekking ma adatti a camminare a lungo. Sopra, una canottiera nera e un foulard legato al collo per evitare eventuali colpi di aria sulla pelle sudata. Lo zaino usurato dal tempo legato sulle spalle. Aveva il tipico abbigliamento di una persona attiva e attenta alla comodità.
Da lontano mia figlia mi fece il gesto di raggiungerla al quale io risposi di attendere qualche secondo. Bianca, quindi, partì di corsa e raggiunse la mamma che nel frattempo si era già accomodata sulla sabbia sopra le grandi salviette colorate.
-” Io sono una giramondo senza fissa dimora. Una clochard o una barbona come più ti piace definirmi. Ho visto i tuoi occhi e ho letto il desiderio di libertà. Ho sbagliato?”-
La fissai a lungo prima di rispondere. Ero molto curioso della sua vita attuale, da come passava le giornate. Avrei desiderato sapere cosa facesse prima e perché aveva visto una luce diversa nei miei occhi.
“- Non hai sbagliato. Io sono molto incuriosito da chi sceglie una vita diversa da quella che ci viene in qualche modo imposta.
Lei continuò -” C'erano cornamuse mute, c'era la poesia che una foglia morta esprime quando si addormenta come il tempo sulla terra.
Dolce e languido, il tuo canto scrisse melodie che confondono l'anima intrecciandosi abilmente con la solitudine del vivere.
Splendi gelido e folle diamante, irraggiungibile, prima che il giorno ti rubi la luce e le mani di quelli che piangono con me nel cuore comincino a cambiare.
Fragile pelle di cartone, certa gente è qui per scuoiarti e poi gettare un muro che separa i nostri corpi di cenere “-
Io non compresi, ma quelle parole m’ipnotizzarono al punto di rimanere a fissare i suoi occhi che brillavano alla luce del sole.
-” Non ti dirò come vivo e come passo le mie giornate, lo dovrai scoprire da solo e sono sicura ci riuscirai.
Ora devo andare ma prima di lasciarti ti leggerò quello che c'è scritto su un biglietto che tengo gelosamente e che è stato ritrovato molti anni fa“-.
-”Va serenamente in mezzo al rumore e alla fretta
E ricorda quanta pace ci può essere nel silenzio.
Finché è possibile, senza doverti arrendere conserva i buoni rapporti con tutti.
Sostieni la tua verità con calma e chiarezza, e ascolta gli altri, anche il noioso e l'ignorante: anch'essi hanno una loro storia da raccontare. Evita le persone prepotenti e aggressive: esse sono un tormento per lo spirito.
Se ti paragoni agli altri, puoi diventare vanitoso e aspro, perché sempre ci saranno persone superiori e inferiori a te.
Rallegrati dei tuoi risultati come dei tuoi progetti.
Mantieniti interessato alla tua professione, benché umile: è un vero tesoro rispetto alle vicende mutevoli del tempo.
Sii prudente nei tuoi affari, poiché il mondo é pieno d’inganno. Ma questo non t’impedisca di vedere quanto c'é di buono: molte persone lottano per alti ideali, e dappertutto la vita è piena di eroismo.
Sii te stesso. Specialmente non fingere di amare.
E non essere cinico riguardo all'amore,
perché a dispetto di ogni aridità e disillusione esso è perenne come l'erba.
Accetta di buon grado l'insegnamento degli anni,
abbandonando riconoscente le cose della giovinezza.
Coltiva la forza d'animo per difenderti dall'improvvisa sfortuna. Ma non angosciarti con fantasie. Molte paure nascono dalla stanchezza e dalla solitudine.
Al di là di ogni salutare disciplina, sii delicato con te stesso. Tu sei un figlio dell'universo, non meno degli alberi e delle stelle; tu hai un preciso diritto a essere qui.
E che ti sia chiaro o no, senza dubbio l'universo va schiudendosi come dovrebbe.
Perciò sta in pace con Dio, comunque tu Lo concepisca, e qualunque siano i tuoi travagli e le tue aspirazioni, nella rumorosa confusione della vita conserva la tua pace con la tua anima.
Nonostante tutta la sua falsità, il duro lavoro e i sogni infranti, questo è ancora un mondo meraviglioso. Sii prudente.
Avrei voluto ringraziarla per le splendide parole che aveva letto nel suo biglietto consumato ma conservato con cura come un oggetto prezioso, ma non ne ebbi l'opportunità. Era sparita. Come era arrivata all'improvviso così scomparve tanto da considerare, quell'incontro, frutto della mia fantasia.
Era stata una visione oppure era realtà? Cosa mi avrà voluto dire?
M’incamminai nuovamente verso i miei famigliari mentre pensieri interrogativi affollavano la mente.
Il calore della sabbia sotto i piedi era piacevole, così decisi di continuare scalzo.
La spiaggia non era molto affollata, anche se eravamo in piena stagione.
Raggiungemmo un posto, isolato dagli altri gruppetti di persone, più vicino alla riva così da godere della brezza marina fresca e profumata di sale. Piantai l'ombrellone e disposi lo sdraio pieghevole all'ombra. Ci spogliammo e disponemmo gli abiti nella borsa insieme a portafogli e telefonini stando attenti a non fare entrare sabbia. Ci cospargemmo reciprocamente il corpo con la crema solare mettendo particolare attenzione al fattore di protezione e alle diverse possibilità la nostra scelta ci metteva a disposizione. Al termine di tutte queste operazioni presi il mio libro e mi sedetti a terra sulla salvietta posta all'ombra dell'ombrellone. Appena mi fui rilassato una voce, che non avrei voluto in quel momento, disse.
-” Papà andiamo in acqua?”-
Attesi di rispondere mentre cercavo gli occhi di mia moglie sperando che si alzasse lei dallo sdraio per accompagnare la piccola in acqua. Nulla. Non si mosse.
Presi coraggio e risposi -” Aspetta un secondo amore. Mi sono appena seduto”-
-” Si lo so papà. Io mi annoio”-
Compresi, con rassegnazione, che non avrebbe smesso di insistere fino a che non avessi soddisfatto le sue richieste.
Passai tutto il tempo in acqua tra freesbe e palloni, tra braccioli gonfiabili e salvagente. Diventavo, a turno, nella fantasia di mia figlia, un enorme numero di personaggi, tra i quali una fata. Avete mai visto una fata con la barba? E per di più brizzolata?
Per fortuna la permanenza in spiaggia, complice il caldo che con il passare del tempo si era fatto sempre più intenso e afoso, non durò per tutto il giorno. Infatti, nel primo pomeriggio decidemmo di andare a visitare delle grotte presenti nelle montagne dell'entroterra non tanto distanti dal luogo dove eravamo.
La visita alla grotta fu un’esperienza davvero emozionante. L'ingresso era già discretamente inquietante. Una lunga galleria artificiale, scavata nella montagna, dove, ogni cento metri circa, porte scorrevoli si chiudevano rumorosamente al passaggio per permettere alla temperatura e all'umidità di rimanere costanti all'interno della grotta stessa. Bianca nascose impaurita la testa sotto la mia felpa. Quando fummo, all'interno, rimanemmo sbigottiti e ammutoliti dallo spettacolo che ci era offerto dalla natura. Enormi ammassi di composti salini, dalle forme impensabili, erano ovunque colorando la prima grande stanza della grotta di bianco panna e di rosso ruggine. Le luci fredde esaltavano le forme come in un grande teatro naturale. All'interno delle grotte non penetrava, in alcun punto, la luce naturale. Non si udivano rumori esterni nella pancia di questa montagna e anche la prospettiva, essendo priva di punti di riferimento, ingannava la vista facendo perdere la capacità di stimare correttamente le dimensioni e le distanze e l'orientamento. Successe, come raccontava la guida, che gli scopritori, trovarono una grotta di forma irregolarmente circolare e si persero girando in tondo numerose volte prima di individuare un punto di riferimento e capire che giravano intorno dentro la stessa grotta, come in un percorso infinito.
All'interno delle varie cavità si ergevano delle sculture naturali formatesi a causa di stratificazioni calcaree nel corso di 190 milioni di anni grazie all'opera di una goccia d'acqua e della roccia. L'acqua scorrendo sulla roccia discioglieva piccole quantità di calcare, che cadendo a terra, nel corso dei millenni, si depositava formando delle concrezioni di notevoli dimensioni e di forme, a volte anche curiose.
Dopo circa due ore di cammino, rimanendo affascinati ad ogni scoperta, finimmo il giro dentro la montagna cava che era la grotta, uscendo un po’ storditi ma affascinati da tanta bellezza. Avevamo assistito alla potenza della natura e la sua immortalità.
-“ Papà, poiché siamo andati dentro la terra, perché adesso non andiamo insieme su una nuvola?”- disse mia figlia mentre ci avvicinavamo alla macchina.
-“ Certo amore!. Ma come facciamo?-“
-“ Facciamo come gli uccellini.”- “muoviamo forte le manine!”-
-“ E cosa andiamo a fare lassù?”- dissi.
-“ Ci sdraiamo su una nuvola e facciamo la ninna e se poi piove, ci divertiamo a bagnarci i capelli.”-
All'uscita dalle grotte avevamo trovato un pomeriggio assolato e afoso. L’umidità faceva perlare la fronte di minuscole e salate gocce di sudore mentre, la maglietta, si attaccava fastidiosamente alla pelle della schiena formando chiazze di bagnato.
Avevamo deciso di rientrare al campeggio e finalmente concederci un po’ di riposo dopo una giornata intensa. Partimmo dirigendo l'auto verso est. Ci rinfrescammo utilizzando il condizionatore dell'auto per rinfrescare quell’aria resa irrespirabile dall'elevato tasso di umidità.
Superato un cavalcavia, si apriva la visione stupenda delle prime colline che si snodavano dolci tra terreni coltivati.
Mentre guidavo, ripensavo alla tenera richiesta di mia figlia di portarla dentro una nuvola.
L’innocente richiesta di mia figlia mi aveva aperto il cuore.
La sua voce, fine e delicata, era stranamente decisa e risoluta.
Da subito non diedi importanza alle sue parole, ma ben presto mi resi conto che era una specifica richiesta. Ed era il primo desiderio espresso in modo così deciso. Forse mi vedeva così grande da poterla mettere in una nuvola con il solo allungare le braccia. L’incarico era rivolto esattamente a me. Era un preciso incarico, diretto e lucido. Non poteva essere frainteso e nemmeno ignorato. Non ho visto i suoi occhi mentre pronunciava quelle parole, ma sono certo che erano gli occhi che ho imparato a conoscere, intensi, grandi, carichi di curiosità e gioia. Quegli occhi dove io guardo spesso cercando di penetrarvi i miei nella speranza di comprendere ciò che provano in quella giovane vita piena di speranza.
Ora sapevo cosa dovevo fare della mia vita. Portare metaforicamente mia figlia su una nuvola.
Mentre guidavo, ero immerso in pensieri intensi tanto da non accorgermi che non avevo acceso i fari. Pensavo come a volte, le altre persone, incrociandoci, notino le nostre espressioni inebetite mentre guidiamo oppure mentre guardiamo un punto imprecisato fuori dalla finestra di casa. Ebbene credo di avere avuto di certo quell’espressione.
Bianca era nata in luglio in un paese lontano cotto dal sole. Quel caldo pomeriggio aveva visto nascere quella nuova vita.
L’ho abbracciata subito dopo la mamma.
Era una sensazione strana avere tra le braccia quel piccolo fagotto avvolto in un asciugamano bianco. La sua carnagione era rosa confetto e il suo pianto continuo e poco rumoroso. Che trauma fare il proprio ingresso nella vita.
Ero consapevole che tutta l’attesa e tutte le domande su come potesse essere, di colpo erano svanite. Era lì di fronte a me. In quell’istante era tra le mie braccia e sono sicuro di aver udito la parola “proteggimi” tra un vagito e l’altro.
Dopo qualche giorno Bianca cominciava a mostrare il suo aspetto, il magnetismo che mi attraeva a lei era sempre più forte. Era piccola dentro quel lettino in metallo luccicante e sembrava ancora più piccola quando Monia, la mamma, la cingeva tra le braccia per portarla al seno per la poppata.
Non so se tutti noi abbiamo un ricordo nitido di una poppata di un neonato ma è il gesto più tenero e intenso che uomo possa mai vedere. E’ l’inizio della vita, dell’esistenza. Dentro quel gesto c’è tutto l’amore del mondo. Il più intenso amore che il genere umano possa provare. Non so se l’amore si può imparare ma di certo quella situazione aveva insegnato molto, aggiungo molto.
Ammiravo Bianca succhiare la vita da Monia e ammiravo gli occhi di Monia fissare quelli di Bianca che si socchiudevano in una miscela di sforzo e delizia.
Bianca era minuta, al limite del peso, calva e terribilmente sensibile ai rumori esterni. Nella sua tutina arancione era pronta a partire in un pianto inconsolabile al primo rumore che provenisse dai corridoi oppure dalle stanze dove orde di parenti chiassosi venivano a salutare e festeggiare le nuove vite.
L'ho vista crescere, giorno dopo giorno, e ora era qui con me, in questa vacanza, ad avere nostre giornate e delle nostre curiosità, sempre pronta a sorridere e a lanciarsi in avventure senza tentennamenti trascinando, a volte, anche me.
Arrivammo al campeggio sul far della sera mentre il caldo aveva mollato un po’ la presa e il sole colorava con sfumature di viola e rosso l'orizzonte.
La giornata al mare ci aveva prosciugato tutte le energie.
Tiziana, la proprietaria del camping, stava curando i fiori delle fioriere con maniacale attenzione forte degli eccellenti risultati ottenuti.
Ci accolse con un grande sorriso felice nel rivederci. -” Non avendovi visto arrivare nella notte mi sono preoccupata-” ci disse. -” In ogni caso vedo che state bene e i vostri oggetti personali e la vostra tenda sono ancora al loro posto”-. Ci scusammo e la ringraziammo per aver preso cura delle nostre cose in nostra assenza e averci tenuto la piazzola a disposizione.
Dopo aver cenato, ci coricammo veramente stanchi e ci addormentammo quasi subito.
Quella notte feci un sogno:
Percorrevo un sentiero che portava ad un minuscolo capanno, che misurava circa due metri e mezzo per lato. Vi entrai e ispezionai l'interno avvolto nell'oscurità. Solo alcuni raggi di sole penetravano attraverso il tetto di paglia e i muri fatti di tronchi d'albero. Via via che i miei occhi andavano adattandosi alla scarsa luce vidi una canna di bambù lunga e cava che scendeva giù dal soffitto fungendo da canale per l'acqua piovana, che si raccoglieva sul tetto, e la convogliava in un grande tino di legno sistemato in un angolo. Nell'angolo opposto di questa stanza spartana, potevo distinguere un buco nel pavimento che serviva da water e un secchio d'acqua lì accanto a mo di sciacquone. In un angolo, sul pavimento di terra c'era un giaciglio di foglie per riposare.
Dall'aspetto del capanno, ne dedussi che servisse come luogo di ritiro e solitudine. Decisi di rimanere lì fino a che non avessi ricevuto un chiaro segnale su quello che dovevo fare e il perché mi trovassi lì.
Chiusi alle mie spalle la porta di paglia. Esausto, mi distesi e chiusi gli occhi. Quasi immediatamente, avvertii una presenza e mi drizzai a sedere. Un uomo mi stava davanti, a gambe incrociate, come se stesse meditando. Sentii che voleva comunicarmi qualcosa, così attesi in silenzio, non volendo disturbare la tenue apparizione.
Mi fece un gesto con il braccio e lo udii dire mentre la sua immagine cominciava a farsi tremolante e svanire “E' tutto un sogno nel sogno”-
-”Non capisco, che significa?”-
-”Siamo noi a creare i nostri scopi”- disse mentre la sua immagine andava dissolvendosi.
-”Aspetta! Non andartene!” Urlai. Volevo vederne il volto ma sapevo che non era possibile.
Al buio, sentii le due ultime parole che riecheggiavano da lontano.
-”va bene, va tutto bene...”-
Poi scese il silenzio.
Era andato via: non vedevo più nessuna traccia ma potevo sentirlo nelle viscere. Che cosa avrei fatto ora? Non feci in tempo a formulare la domanda che arrivò la risposta: non c'era nulla da fare se non starsene calmi e aspettare che tutto fosse chiaro.
Ispezionai la mia piccola stanza e valutai attentamente la situazione: non avevo nulla da mangiare. Il mio io primordiale non aveva più paura di restare senza cibo e il tino di legno era pieno d'acqua.
Dopo essermi stiracchiato diverse volte per sciogliermi i muscoli, mi sedetti e chiusi gli occhi. Immediatamente, frammenti di ricordi, di cose vedute e suoni uditi si ripeterono nella mia mente, mentre io rivivevo tutta la mia vita in un montaggio casuale d’immagini ed emozioni fugaci.
In quello stato mi sognai l'immagine lieve della figura vista poco prima.
-”I viaggi esteriori al meglio possono solo rispecchiare i viaggi interiori e al peggio rimpiazzarli. Il mondo che tu percepisci, può solo fornirti dei simboli per quello che stai cercando. Il viaggio sacro è dentro di te; prima che tu possa trovare quello che stai cercando nel mondo, devi trovarlo dentro di te. Altrimenti, un maestro potrà salutarti ma tu potresti oltrepassarlo senza neanche sentirlo e riconoscerlo”-
-”Quando impari a viaggiare interiormente attraverso gli spazi psichici di questo mondo, la tua coscienza non sarà mai più limitata da spazio e tempo o dai confini del corpo fisico”-
Sebbene ne avessi sentito parlare, solo ora ne capivo il senso. Prima di poter proseguire nel mio viaggio nel mondo, dovevo viaggiare nella mia psiche. Sarei stato in grado di farlo? La mia consapevolezza sarebbe stata in grado di andare tanto in profondità dentro se stessa e arrivare alla porta che conduce oltre i sensi fisici?
Riflettei a fondo su questo punto. Sapevo di avere una sensibilità particolare e delle facoltà. Ma dove erano? Com’erano fatte e che sensazione davano?
Sapevo che ci sono più cose nell'immaginazione di quanto l'occhio possa vedere. Quando la mente si allarga, diventa un'altra cosa trasformandosi in un ponte per la chiaroveggenza donandoci poteri di vedere le cose da un nuovo punto di vista.
Sarei partito da lì. Lasciai che le immagini fluissero: La mia casa, le mie corse nei boschi. Poi vidi mio padre che curava il suo orto. Provai una tristezza amara per il dolore di questa vita e gli mandai un messaggio d'amore dal mio cuore al suo, sperando che, in qualche modo lo potesse ricevere. Poi mi lasciai andare.
Ero in uno stato trasognato, la cosa non mi sorprendeva affatto visti i recenti avvenimenti. Visitai volando altri luoghi, altri mondi e altre dimensioni fatte di colori, chiarezza e sensazioni che mi riempirono di stupore.
Passando il tempo nella capanna, la notte e il giorno smisero di essere molto diversi, ai miei occhi; la debole luce del giorno era solo l'anticamera dell'oscurità della notte.
La mattina, dopo tanti giorni, per quanto riesca a ricostruire in termini di tempo, portò con sé un profondo senso di pace e serenità. I morsi della fame erano spariti. La mia attenzione era catturata dalle pareti del capanno attraverso le quali penetravano dei frammenti di raggi solari, minuscoli puntini di luce simili a stelle che brillavano in un cielo notturno. Usavo quei puntini per meditare. Facendo respiri profondi e lenti, le stelle cominciavano a dissolversi fino a che non vedevo la mia mente proiettata sullo schermo dell'oscurità come in uno spettacolo con la lanterna magica, un carosello d’immagini e suoni ininterrotti. Passavo tutto il giorno a fissare il muro. La noia finì e la mia consapevolezza si sintonizzò su energie più sottili.
I giorni continuavano a passare tutti uguali, eppure diversi. Mi stiracchiavo, respiravo e mi mettevo a guardare lo spettacolo. Prima i raggi del sole e poi quelli della luna si allungavano lenti sul pavimento di terra come un pendolo di luce. Il tempo passava dolcemente, con infinita lentezza mentre io mi adattavo ai ritmi sottili e galleggiavo in un oceano di silenzio, disturbato solo, ogni tanto, dai relitti galleggianti e dai rottami della mia mente.
Ad un certo punto, qualcosa cambiò; fu come se, davanti alla mia consapevolezza persistente, una barriera cadesse e si aprisse una porta. Capii come l'io primordiale e quello cosciente lavorassero assieme, fornendo le chiavi per la motivazione, la disciplina, la guarigione, la visualizzazione, l'intuizione, l'apprendimento, il coraggio e il potere. In pochi attimi mi sentii carico di energia.
Un attimo dopo, la mia mente si fermò e mi ritrovai nella foresta, a faccia a faccia con i miei tre se; l'io infantile, l'automa io cosciente e l'io superiore, un essere dai colori radiosi che turbinavano in tonalità rosa, azzurro e viola profondo. Questo essere di luce allargò le braccia verso gli altri due.
A quel punto i tre io si unirono.
Vidi davanti a me il mio stesso corpo, nudo con indosso solo un paio di calzoncini, illuminato dalla pallida luna, che se ne stava in piedi a braccia in fuori. Un bagliore rossastro brillava dall'addome, la testa era una sfera di luce e sopra la testa c'era un mulinello di colori iridescenti.
Entrai nel corpo fisico che avevo davanti. Vi entrai completamente, sentendo la sua forma. Sentii la potenza sprigionata all'altezza del mio ombelico, la chiarezza della consapevolezza che illuminava la mente e l'ispirazione della chiamata ad ascendere in forma di spirito.
La mia preparazione era completa: i tre io erano diventati uno solo e cioè me stesso. Non vi erano più battaglie interiori né resistenze interne o esterne e grazie a questo la mia attenzione riposava naturalmente e spontaneamente nel cuore. Qualsiasi pensiero o immagine sorgesse veniva sciolta lì, in sentimenti e senso di resa. Divenni un punto di consapevolezza nel regno del cuore, che si alzava verso la corona della mia testa, in un punto sopra e dietro le sopracciglia.
Sentii la luce rigeneratrice e amorevole dell'io superiore che mi circondava, abbracciandomi e penetrando ogni cellula e lembo di pelle fin dentro la struttura dell'atomo. Sentii la sua chiamata, un ponte di luce che si allungava da quel punto di consapevolezza che io sono fino all'io superiore, stava sopra e dietro di me. Ne avvertivo la forza, la saggezza, la dolcezza, il coraggio, la compassione, la pietà. Divenni cosciente della sua connessione, passato e futuro nell'eterno presente.
Ora sapevo quello che il mondo sapeva, provavo quello che il mondo provava. Vidi come le energie angeliche avessero fabbricato con capacità il corpo e capii in pieno le opportunità per usarlo al meglio.
Proprio allora mi accorsi degli altri esseri di luce che avevo attorno alla mia forma fisica. Onde di felicità mi percorsero tutto mentre capivo che avevo conosciuto questi esseri fin dall'infanzia, ma che avevo in qualche modo ignorato la loro presenza. Alcuni erano amici, uno era il mio amico di tante battaglie, uno era l'amore unico, altri erano i famigliari, altri ancora erano speranze dimenticate, energie, guaritori d'animo, guide, maestri – La mia famiglia. Sentivo il loro amore e sapevo che non mi sarei mai più sentito solo.
Uscii dalla capanna e socchiusi gli occhi mentre ero inondato dalla luce del sole che mi feriva la vista e penetrava in me. Annusai l'odore della foresta.
Debole per la mancanza di cibo, camminai lentamente attraversando i monti, sentendomi come se non fossi fatto di carne e di ossa, come un neonato, appena uscito dal mio grembo di paglia. Con un respiro profondo, presi possesso della vista e dei suoni di un nuovo mondo.
Notai un piccolo germoglio che spuntava dalla terra rossa, teso verso l'alto, verso il sole. Nei semi di quel piccolo germoglio percepii l'albero maturo e tutte le leggi della natura.
Se un piccolo germoglio poteva rivelarmi tutto ciò, anche il cielo allora un giorno mi avrebbe forse svelato i suoi segreti? E cosa mi avrebbero potuto dire le pietre, o mormorarmi gli alberi? Avrei imparato un giorno la via del fiume che scorre, o l'antica saggezza delle montagne? Era tutto da scoprire.
Delle piccole cose possono fare una gran differenza, pensai. Feci un sospiro compassionevole pensando a quelle persone, prigioniere dei dettagli della vita che avevano, come me, perso di vista il disegno principale, la verità liberatoria che sta nel profondo delle nostre esistenze.
Il mio cuore si aprì e dagli occhi sgorgarono lacrime di gioia ma anche lacrime di dolore per tutti coloro che si sentivano ancora soli, tagliati fuori, nei loro capanni fatti di solitudine. Poi d'un tratto, con un’onda crescente, mi misi a ridere di gioia perché seppi con assoluta certezza che anche loro sarebbero stati capaci di sentire e sorreggere lo spirito se solo avessero aperto gli occhi dei loro cuori.
Mi svegliai di colpo, nel cuore della notte, mi misi a sedere sul materassino all'interno della tenda in preda ad una sorta di paura e con il fiato corto. Il mio cuore batteva all'impazzata dentro il petto; il sogno era stato talmente verosimile che mi sembrò aver vissuto realmente quell'esperienza mistica. Mi rassicurai vedendo il resto della famiglia dormire beatamente accanto a me. Andai a sciacquarmi il viso così da rilassarmi prima di cercare di riprendere sonno. Ero pensieroso e questo non mi facilitò l'operazione. Pensavo al sogno come a un segnale che avrei dovuto codificare e comprendere e che, certamente mi avrebbe indicato nuove vie di vita. Pensavo alla figura dell'uomo incontrato nel sogno e alla sua possibile identità che non ero riuscito a vedere. Quell'uomo mi aveva mostrato il modo per oltrepassare il reale a favore di uno stato mentale ed emotivo più elevato dove la comprensione delle cose passa attraverso altre strade. Mi aveva consigliato di considerare gli eventi che mi avrebbero riguardato non con gli occhi distaccati del pensiero comune ma di cercare altre spiegazioni, forse più complesse, forse più interiori ed emozionali ma che sicuramente mi avrebbero dato più vie di risposta alle mie domande. Il mio pensiero andò subito a Pippi e a quell'albero dalla strana forma che avevo individuato svettare tra tanti in quel bosco che ero certo, mi avrebbe dato un’indicazione, dove trovare quell'uomo.
Avevo deciso che al risveglio della mia famiglia avrei comunicato l'intenzione di tornare in quei luoghi sperando che la notizia accendesse un qualche interesse.
-” Davvero vuoi tornare a cercare quell'uomo?”-
-” Si”- “ Sento che sarà un incontro importante per me”-
-” Ma non sei stanco di cercare?”-
-” No! Non sono stanco perché cercare è curiosità e la curiosità è linfa di vita”-
-” Se pensi che possa aiutare la tua vita, allora sono d'accordo e noi ti seguiremo... andiamo!”- Disse mia moglie.
Un sole caldo, ormai ben visibile dietro le montagne, filtrava attraverso i rami del bosco disegnando visibili raggi. Ci trovammo esattamente sulla strada ai piedi del monte, dove avevo individuato, da un altro versante, l'albero dalla forma curiosa. Parcheggiai l'auto in una piazzola sterrata lungo la strada e ci incamminammo a piedi lungo un sentiero che s’inerpicava nel bosco dietro di noi. Partimmo in direzione della vetta. Avevo programmato diverse soste cosi da tenere d'occhio la direzione che portava all'albero, approfittando per fare rifiatare la piccola ma anche noi. Un’ultima controllata all'equipaggiamento e ci incamminammo su per il sentiero con un ritmo lento ma costante.
Percorremmo un sentiero piuttosto largo e tracciato tanto da permettere il passaggio di trattori che si recavano di certo a lavorare la terra in qualche campo coltivato Nei momenti di spazio aperto vedevamo davanti a noi un susseguirsi di colline e, all'orizzonte, catene montuose sempre più alte. Sotto di noi la strada e le auto si facevano sempre più piccole. Anche le case si facevano sempre più piccole mostrando i tetti di color rosso mattone. Era interessante vedere come il paese, visto dall'alto, avesse una forma tondeggiante chiusa da spesse e alte mura così da consentire, in passato, una difesa dagli assalti dei nemici. Il concetto di paese e poi di città prevedeva la costruzione di abitazioni, vicine una all'altra per meglio proteggersi, riscaldarsi e aiutarsi reciprocamente. Pensavo a come il concetto architettonico dei nostri avi di chiudere le città tra mura poteva sembrare discriminante. Ma non era così. Era stato pensato, a mio avviso, per facilitare l'aiuto reciproco tra le persone e il totale utilizzo delle poche risorse esistenti, sia in fatto di energie, sia per un tornaconto economico, che di difesa. Pensavo invece a come oggi le città siano un esempio di estrema libertà personale ma anche un grande spreco di risorse. Riflettevo come la società odierna tende a creare una divisione anziché unire favorendo una vile rincorsa al vivere sulle spalle di qualcun altro in un clima d’intolleranza dilagante, non solo per il nuovo e lo straniero, ma anche per chi vive accanto a noi con le nostre stesse sembianze e radici facendo crescere un fenomeno sempre più in espansione di violenza urbana.
Salimmo ancora percorrendo una costa della montagna in piano e ci trovammo a scendere dentro un bosco di abeti che ci portò fino a un’ampia radura dove le piante cambiavano conformazione. Dal fitto sottobosco si ergevano querce contorte e pioppi alti e dritti si ergevano qua e là. Grossi alberi di abete erano saldamente piantati su una sinuosa spianata, dove il bestiame aveva pascolato di recente rasando l'erba. In mezzo alla radura e al silenzio si trovava un casolare abbandonato. Passammo vicino alla costruzione diroccata muti e senza fare rumore. Pensammo di non disturbare allorché fosse stata abitata evitando di disturbare o peggio ancora di svegliare animale selvatico che nella casa aveva trovato rifugio. Non trovammo nessun segno di vita ne umano né animale. Proseguimmo intorno alla costruzione prendendo il sentiero che portava in direzione del corso d'acqua che sentivamo scorrere in lontananza. Una volta giunti al torrente notammo che la corrente lo rendeva vivace nel suo scorrere e le acque erano fredde e invitanti. Scostai gli arbusti e mi chinai per riempire le borracce di acqua nuova e fresca e bagnandomi il viso. Ad un tratto sentì un movimento tra la vegetazione sopra di me. Alzai lo sguardo e gli arbusti si agitarono nuovamente poi più nulla. Di certo sarà stato un uccello o qualche scoiattolo. Ci incamminammo nuovamente dopo aver attraversato il torrente nella direzione del bosco sovrastante passando da un sasso all'alto. Il sentiero ora si era trasformato in uno stretto passaggio tra felci e rocce mentre intorno a noi il bosco mostrava pini e aceri. A un certo punto ci trovammo di fronte ad un passaggio su una sassaia che ci impegnò non poco per la nostra poca aderenza nel salire. Ci fermammo per una sosta in un piccolo spazio piano, dove ci concedemmo un meritato riposo dopo aver consumato alcune delle provviste contenute nei nostri zaini.
Riprendemmo, dopo la breve sosta, il cammino assicurandomi che la direzione fosse quella corretta. Salimmo ora sul pendio della montagna su un sentiero che procedeva a zig zag, scavato nella terra ed eroso dell'acqua piovana. Il terreno si faceva notevolmente più impervio e scivoloso, cosa che ci procurava non poche difficoltà nel salire riuscendo tuttavia ad avanzare sebbene in maniera più lenta di prima. Dopo qualche ora di cammino non sopraggiungemmo da nessuna parte. Eravamo stanchi, demotivati e scoraggiati di faticare per un qualcosa del quale non sapevamo nemmeno il perché. Nessuno si domandò il perché e andammo avanti caparbiamente facendoci coraggio l'uno con l'altro.
Il pomeriggio inesorabilmente arrivò e ci sorprese mentre camminavamo sui pendii di una montagna qualsiasi in un luogo qualsiasi senza una meta e senza una ragione per giustificare la nostra presenza. Una mia preoccupazione, oltre alla salute della piccola, era di focalizzare, attraverso la memorizzazione di segnali naturali, la strada del ritorno. Ripercorrere mentalmente la via del rientro mi dava una certa sicurezza che sarei ritornato al punto di partenza qualsiasi cosa fosse successo.
Ora la salita era meno dura e ci consentii di percorrere il sentiero che proseguiva verso monte attraversando boschi di conifere profumate e rovi di more. Il continuo susseguirsi del sole e dell'ombra ci donava sollievo in questa calda giornata permettendoci di continuare senza troppa fatica. A un tratto, dopo una secca curva a sinistra, il sentiero saliva diritto continuando in un bosco che sembrava essere luogo ideale per i funghi in autunno. Proseguimmo per trecento metri circa fino a raggiungere quella che sembrava la vetta. Lo stesso sentiero, arrivati in cima, svoltava a destra nascondendo quello che da lì a poco avrei scoperto pochi metri più sotto. Appena scollinato, ci apparve quello che non ci saremmo mai aspettati. Uno spettacolo che ci lasciò senza parole. Uno stupendo lago di origine glaciale si apriva davanti ai nostri occhi. Era piuttosto grande e limpido tanto che riusciva a fare da specchio a tutti i monti che si ergevano formando un anfiteatro intorno ad esso. Le rive presentavano ampie zone piane ed erbose mentre dal nostro lato grandi massi piantati nella terra formavano naturali posti di osservazione per questa meravigliosa creatura del nostro pianeta. Eravamo soli. Il lago si trovava in mezzo a boschi di pini e di querce; non aveva emissari o immissari visibili e sopra di esso si alzavano le montagne che raggiungevano il cielo sovrastando il panorama specchiandosi sulle acque del lago. Con l’aria limpida le acque erano di colore blu intenso simile a squarci di cielo invernale. L'acqua, vicino a noi, era talmente trasparente che si poteva distinguere facilmente il fondo e i pesci che ne popolavano i fondali. Al centro del lago si ergeva maestoso un grande albero che poggiava su una piccola isoletta coperta dal verde dell'erba e del muschio. Era l'albero che avevo intravisto giorni addietro dal versante opposto facendoci da punto di riferimento nella nostra ascesa.
Fu una sorpresa, per me, scoprire che la forma dell'albero riprendeva esattamente la figura longilinea con le braccia aperte rivolte verso il cielo che sognai poco tempo prima. Ero sicuro che un segnale divino si stesse per materializzare in quel luogo, dovevo solo essere così sensibile da comprenderlo e forse avrei raggiunto lo scopo della mia salita al lago. Ci sedemmo su un masso piatto a riposare approfittando del sole per scaldarci e assaporare il silenzio rotto solo dal verso di qualche uccello. All'improvviso, dietro di noi, si sentì un muoversi di arbusti come se qualcuno scappasse dopo averci visto. Mi recai immediatamente in quella parte di sottobosco ma non vi trovai nessuno e pensai a qualche animale impaurito dalla nostra presenza.
La mia famiglia, più sotto, si lasciava andare in simpatici giochi vicino alle fredde acque del lago ridendo fragorosamente. Nel frattempo mi sedetti a osservare il lato sinistro del lago che presentava una zona lastricata di massi in modo tanto regolare da far pensare che le pietre del monte sovrastante fossero rotolate giù per il pendio formando la riva attuale. Probabilmente fu opera di un terremoto preistorico oppure il lago aveva le sue acque più in alto rispetto alla riva attuale.
-”Papà guarda ci sono dei pesci!”- disse mia figlia.
Guardammo immediatamente il fondale e vedemmo muoversi nell'acqua un pesce di circa dieci centimetri di lunghezza, con i fianchi argentei e il dorso verdastro. Non era il solo. Riuscimmo a vedere una specie di luccio di misura più grande del precedente di colore acciaio e di forma lunga e schiacciata; un altro di colore oro vivo, con riflessi verdastri intensi e altri maculati di nero sui fianchi. Avevamo inventato un gioco che consisteva nel contare i pesci che si riusciva a individuare occupando così il nostro tempo.
La foresta tutta intorno era così varia nella sua bellezza che pareva innaturale come se piantata artificialmente da mani esperte. Le alte montagne specchiandosi nelle immobili acque del lago sembravano sorgere proprio da lì; allora l'acqua, nella quale la foresta si rifletteva, non solo creava il più bel primo piano ma, con la sua riva serpeggiante, offriva ad essa il più naturale e piacevole confine. Gli alberi avevano un ampio spazio d'espansione, dalla parte dell'acqua, e ognuno di essi spingeva in quella direzione il proprio ramo più vigoroso. L'albero al centro del lago era formato da un lungo fusto perfettamente diritto e pulito alto circa dieci metri; in alto si apriva un piccolo cappello di foglie verdi di forma sferica quasi regolare mentre due grandi e possenti rami, partivano da sotto il cappello per incurvarsi verso l'alto assottigliandosi verso la fine quasi privi di foglie assomigliando a braccia rivolte al cielo.
Il lago era il tratto più bello ed espressivo del paesaggio. Pareva un occhio della terra, nel quale l'osservatore misura la profondità della propria natura. Gli alberi fluviali, sulla riva, erano le sottili ciglia che orlano l’occhio, e le scogliere del bosco erano le sopracciglia.
In questa limpida giornata, guardando sopra il lago, verso ovest, eravamo obbligati a servirci di tutte e due le mani per riparare gli occhi dal sole riflesso e da quello reale, ambedue estremamente scintillanti; e se osservavamo attentamente la superficie tra di essi, questa ci appariva liscia come vetro, meno, dove gli insetti, sparsi a eguali intervalli sopra tutta la sua estensione, producono, con i loro movimenti, nel sole, i più bei possibili scintillii. Vedemmo anche in lontananza l'emergere di un pesce e descrivere nell'aria un piccolo movimento provocando uno scintillio simile a un lampo al suo rientro in acqua.
Il lago per la sua natura era qualcosa d'intermedio tra terra e cielo. E questo lo rendeva particolarmente magico. L'erba e le foglie sugli alberi ondeggiano, mentre l'acqua era increspata dal soffiare dell'aria. Vedevo, dove la brezza lo colpiva di traverso, dalle strisce o dalle scaglie di luce. Era notevole che si potesse guardare attraverso la sua superficie. Forse avremmo guardato così sulla superficie dell'aria, e alla fine, avremmo notato, dove uno spirito più attivo vi passi dentro fluttuando.
Mi avvicinai a una zona di fitto sottobosco al lato sinistro del lago ricco di rovi di more selvatiche facendo attenzione a non pungermi. Desideravo assaggiare quei frutti come per avere un contatto diretto con quel luogo, qualcosa che entrasse in me per un più vivo ricordo; ma da dietro quei rovi, all'improvviso, in una zona del bosco assai impervia, spuntò tra i rami un viso che mi fissò per una frazione di secondo per poi scomparire dietro la vegetazione. Era il viso di un vecchio dalla folta barba bianca e dai capelli lunghi e bianchissimi raccolti in una coda. Era di corporatura media, vestito completamente di bianco, indossando sandali neri sopra calze bianche anch’esse. Ci guardammo per pochi secondi negli occhi e quello che mi rimase impresso nella mente fu il suo sguardo che mi oltrepassò da parte a parte.
-” Buongiorno!!” - dissi ad alta voce in direzione del vecchio ma non ebbi nessuna risposta. Mi diressi, quindi, velocemente verso il punto, dove avevo visto l'uomo raggiungendolo pochi secondi. Solo che lì non c'era più nessuno e nemmeno nei dintorni. Sembrava essere scomparso e nessun rumore di passi si udiva intorno. Pensai di aver sbagliato luogo o distolto lo sguardo per un attimo, ma non ricordai di aver fatto nulla di ciò.
Tornai mestamente dalla mia famiglia per raccontare l'incontro che avevo appena fatto.
-” Non siamo soli in questo lago”- dissi
_” Davvero?”- disse mia moglie. -” Chi hai incontrato una scolaresca in gita? “- disse in tono sarcastico.
-” No! Ho incontrato una persona anziana dietro a quei cespugli ma poi è scomparsa”-
-” In che senso scomparsa? “- disse mia figlia
-” Semplicemente scomparsa”-” Ora la cercheremo, magari, se siamo fortunati, saprà indicarci dove si trova l'abitazione di Pippi. Chiederemo informazioni.-”
Mentre ci dirigemmo verso il luogo dell'incontro, ebbi quasi la sensazione di avere avuto una visione, una sorta di suggestione visionaria ma non dissi nulla. Arrivammo al punto che indicai come quello dell'incontro, ma ovviamente non trovammo nulla, nessun segno, nessuna traccia, così decidemmo di incamminarci sul sentiero che poco sotto costeggiava il lago in tutta la sua estensione.
Camminammo girando attorno a tutto il lago, nel ripido fianco che costeggia la collina, là dove il bosco intrecciava i suoi rami; poi giù sulla riva, su uno stretto e vecchio sentiero che si alzava e si abbassava alternativamente, si avvicinava al bordo dell'acqua e poi se ne allontanava donandoci una meravigliosa vista dall'alto.
Dello sconosciuto incontrato poco prima, non trovai nessuna orma visibile e nessuna idea di dove si potesse celare. Dovevo assolutamente trovare quel vecchio. Era l'unico contatto con il mondo degli uomini in quella magnificenza naturale.
Salvo che, per un lontano rombo di tuono che annunciava l'arrivo di un temporale, il silenzio era così totale che il mio respiro sembrava rumoroso in modo innaturale e la luce che filtrava attraverso i rami degli alberi dava a quel pomeriggio d'estate un sapore da sogno.
A un tratto il dramma:
-” Oddio!!!! Bianca si è persa!!! “- Urlò Monia.
Per un attimo mi si gelò il sangue nelle vene.
-” Bianca!!! “- “ Bianca!!”- Urlammo con tutto il fiato che avevamo nei polmoni, ma di Bianca nessuna traccia. Eravamo in preda al panico e all’agitazione perché in una frazione di secondo, di disattenzione, nostra figlia si era persa. Corremmo in tutti lati urlando il nome della piccola con tutta la voce che c'era in gola. Io mi diressi verso il monte mentre mia moglie correva verso riva. Mi vennero in mente cose orribili e l'agitazione aumentava diventando disperazione; sentivo Monia chiamare la bambina mentre la voce si rompeva dal pianto e dai singhiozzi. Io correvo nel bosco in preda al panico, non sapevo cosa fare, né dove andare, né tanto meno vivere se avessi scoperto che per una leggerezza fossi stato causa di una conseguenza orribile.
-” Papà! “- sentì, ad un tratto, la sua piccola voce uscire dal bosco poco lontano da dove avevamo fatto una sosta.
-” Bianca dove sei? “-
-” Sono qui papà! “- sbucando da un piccolo sentiero che si apriva tra due pini profumati messi in modo tale da sembrare due colonne di un cancello.
Scoppiai a piangere in un misto di felicità e sollievo e scaricai tutta la tensione sedendomi a terra con la testa tra le mani distrutto e sfinito fisicamente e psicologicamente.
-” Vieni qua piccola!-” Vieni dal papà”-
Abbracciai con forza Bianca ignara della grande preoccupazione ci aveva procurato. Pochi istanti dopo, Monia, avendo sentito quanto successo, apparve aprendo le alte felci davanti a noi e, ansimante, scoppiò a piangere distrutta anch'essa. Non riuscimmo a rimproverare Bianca per essersi allontanata senza dirci nulla e ci abbracciammo sorridendo stringendoci forte e rincuorandoci a vicenda.
-”Papà “- Io ho visto una specie di casetta laggiù “- disse la bimba.
-” Davvero amore? “- le dissi
-” Si! Andiamo a vedere? “- esclamò
-” Si dai! Andiamo! “-.
Ci dirigemmo nella direzione del sentiero da dove Bianca era sbucata poco prima. All'inizio era poco più di una traccia poco percorribile e scarsamente individuabile ma, con il procedere, diventò sempre più segnata e comoda. Camminammo per circa un chilometro arrivando in una radura in piano dentro il bosco. L'ombra creata dalle fronde degli alberi donava sollievo facendo calare la temperatura che in quel pomeriggio si faceva concretamente sentire. Ci accorgemmo immediatamente che la siepe di pini, di fronte a noi, era in qualche modo, non nata spontaneamente ma piantata dall'uomo tempo prima. Ci avvicinammo con cospetto alla fila di pini di colore verde brillante e ci affacciammo dietro.
Una fila di alberi di alto fusto faceva da pilastri alle pareti di legno scuro di una piccola casetta su cui si arrampicava una folta edera che ne celava la presenza. Il tetto si trovava appena sotto i numerosi rami degli alberi che con le foglie ne coprivano una gran parte, al centro una porta di legno con un piccolo ingresso esterno mentre ai lati due finestre celate in parte da fiori su un piccolo davanzale. Era proprio una casetta ben mimetizzata dove di certo avremmo trovato qualcuno. Mi avvicinai mentre Monia e Bianca rimasero qualche passo dietro.
-” Salve! C'è qualcuno in casa? “-
Sentimmo una grande risata provenire da dentro e vedemmo, con grande stupore, uscire la persona che avevo visto poco prima nel bosco. Ci accolse con un grande sorriso e le braccia alzate, come a mimare un abbraccio, un uomo di circa settant'anni. Un alone luminoso sembrava circondare l'anziano. La folta barba e i lunghi capelli bianchi gli davano un aspetto ancora più nobile e imponente. Aveva gli occhi chiari e sinceri e una fronte spaziosa mentre profonde rughe solcavano il viso dove un naso importante, per dimensioni, capeggiava al centro. La sua pelle era colorita dal suo vivere all'aperto tra il caldo del sole o le gelate nevicate mentre le sue piccole mani portavano dita affusolate coperte da rudimentali anelli. Nell'insieme dava un’idea di grande forze fisica, e, soprattutto, morale e psicologica. Aveva lo sguardo fiero del cervo. La nostra prima sensazione fu di grande rispetto per quell’uomo rimanendo ammirati dal modo in cui ci accolse. In fondo potevamo essere dei malintenzionati. Non riuscimmo a trattenere il sorriso vedendo il suo e ne fummo quasi rapiti. Immediatamente fui impressionato dai modi di fare di quell'uomo riconoscendone una grande presenza spirituale.
-” Io sono Giuseppe “- disse in tono dolce e sereno che lasciò trasparire la sua grande serenità.
Sperai che fossi lui la persona che stavamo cercando.
Non fu facile deglutire e ritrovare la voce per rispondere.
-” Io sono Mariano, lei è Monia, la piccola è Bianca “- risposi con altrettanta calma e pacatezza.
Giuseppe chiuse gli occhi come per ringraziare, fece un respiro lungo e profondo e rimase immobile per quasi un minuto. Poi riaprì gli occhi e disse: “ Siete i benvenuti nella mia umile dimora “-.
Non so il perché ma ebbi la sensazione che ci stesse aspettando.
Entrammo attraversando un piccolo prato, ben curato, antistante alla casa dove erano raccolti oggetti che sembravano provenire da tutte le zone del mondo.
-” Ho viaggiato molto “- disse l'anziano mentre mi scoprì guardare con estrema attenzione anfore di terracotta e sculture di bronzo. Una volta in casa ci accolse in una stanza piuttosto buia, dove il bruciare di poche candele illuminavano, fioche, i suoi lenti e decisi gesti. Nonostante la poca luce, l’atmosfera era calda e accogliente. Nella stanza c'era un piccolo tavolo e una sedia mentre a terra un grande tappeto orientale copriva completamente il pavimento. Ovunque profumo di legno, resina e incensi indiani.
Ci sedemmo a terra in cerchio mentre anche in casa, soprattutto nella zona dell'ingresso, capeggiavano oggetti antichi di culture lontane su rudimentali mensole di legno massiccio.
L'anziano rimase immobile per qualche minuto a guardarci e mi sentii come trafitto da una sorta di scanner che mi penetrava. I suoi occhi mi ricordavano quelli del leopardo: vispi, attenti e curiosi. Occhi che sapevano guardare avanti oltre le cose che si vedono.
Su una scultura di bronzo, alta forse un metro, messa al lato esterno della porta d’ingresso capeggiava la scritta – Ricordati di fare buon uso del tempo che Dio ti concede perché non ne abbiamo altro su questa terra -. La scultura rappresentava un guerriero con le braccia aperte verso il cielo. Non ho mai creduto alle coincidenze.
-” Vi posso offrire un tè? “- disse con voce gentile chinando il capo come per scusarsi della domanda.
-” Ne saremo onorati “- risposi io -” speriamo di non averla disturbata “- Volevamo solo chiedere qualche informazione e poi l'avremmo lasciata ai suoi impegni “-
Il vecchio non rispose. Si alzò agilmente da terra e si recò nella stanza cucina per preparare il tè.
Noi, sebbene la situazione fosse strana, non avevamo paura né tanto meno disagio. Tutto trasudava tranquillità e quell'uomo sembrava avere dei poteri magici perché ogni suo gesto e ogni sua parola sembravano scolpiti nella moderazione e nella conoscenza.
-” Non mi disturbate per niente “- disse poco dopo mentre si avvicinava a noi con un vassoio di legno di ciliegio che conteneva una teiera color verde scuro e quattro ciotole dello stesso colore.
-” Non avevo nulla da fare e non ci sono priorità della mia giornata o cose che devo fare prima di altre perché più importanti ”- disse mentre versava il te -” dovevo solo vivere e voi siete quello che la vita ha riservato oggi per me. “- La saggia risposta di Giuseppe mi lasciò sbigottito. Non avevo mai udito parole più belle e aperte. Tutta quella umiltà ci fece sentire importanti. Per una frazione di secondo pensai che fosse un pazzo così presi tempo bevendo un sorso del caldo tè verde.
-” Per la bimba ho zuccherato il tè con molto più miele rispetto a noi “- disse rivolgendosi a Bianca avvicinandosi con un sorriso rassicurante che lei ricambio mostrando approvazione.
Mi sentii nudo, quasi trasparente sotto lo sguardo penetrante del vecchio mentre Monia rimase costantemente a testa bassa forse intimidita ma in segno di grande rispetto e ammirazione.
-” Senta signor Giuseppe “- esordii facendomi coraggio e rompendo l'attimo di silenzio.
L'anziano alzò la mano per interrompermi. -” Chiamami Pippi è più corto “- disse sorridendo e lanciando uno sguardo giocoso nei confronti di Bianca. Improvvisamente alzammo lo sguardo verso di lui increduli guardandoci con insistenza tra di noi. Avevamo trovato la persona che stavamo cercando. Quando mi riebbi dallo stupore, riuscì solamente a balbettare poche parole: -” Ma-ma-ma lei è Pippi?...scu-scusa tu sei Pippi?...Sa-sa-sai che sono giorni che ti stiamo cercando?”-.
-” Lo so rispose Pippi “- -” Sono io che vi ho condotto qui “-
Il Balbettio si mescolò a un poco d’inquietudine -” Co-come lo sa-sapevi?
-” Ho guardato e so perché siete venuti qua. Siete venuti perché io vi ho chiamato “-
Non comprendemmo in pieno le parole di Pippi che ci sembrarono inquietanti e molto misteriose ma certamente interessanti.
Non riuscì a spiegarmi le parole pronunciate dall'anziano e non mi venne in mente nessuna domanda d'impulso mentre una leggera tensione elettrizzava il mio corpo. Lo guardai per qualche secondo poi con tono curioso domandai.
-” Perché ci hai chiamato qui? “-.
-” Vi ho chiamato perché io ti devo addestrare -” disse Pippi.
-” Addestrare a cosa? “- gli chiesi
-” Addestrarti alla vita “- -” T’insegnerò tutto quello che ho imparato nella mia esistenza, così sarai pronto “- disse.
-” Pronto a cosa? “-
-” Pronto ad affrontare al meglio ogni situazione che si presenterà perché non siamo noi a decidere il momento in cui si presenteranno gli eventi. E noi dobbiamo essere pronti ad affrontarli “-
Quel vecchio suscitò grande sorpresa ogni qualvolta apriva bocca per parlare.
-” E m’insegnerai senza chiedere nulla in cambio?“-.
-” Non è un favore che ti faccio e non è neppure rivolto a te. Io servo il volere di un Dio magnanimo; Lui mi è apparso e mi ha domandato di fare questo. Se lo faccio, è perché spero che lo metterai al servizio di un bene che né io né tu riusciamo ancora a immaginare; Adesso basta parlare, preparatevi che passerete qui la notte “-. Non avemmo nemmeno il tempo di fare delle domande, di chiedere delucidazioni, né di parlare di Adele né tanto meno di renderci conto che era arrivata la sera. In quel luogo tutto sembrava magico e qualsiasi oggetto, anche il più banale, si arricchiva di un’aurea azzurra alla quale era doveroso concedere grande rispetto.
Ogni gesto di Pippi era ponderato e misurato così come il suono della sua voce e il candore della sua persona. -” Ecco questa sarà la stanza dove passerete la notte “- disse attraversando il piccolo ingresso e mostrandoci una stanza di legno che si trovava di fronte a quella, dove eravamo riuniti poco prima.
Entrammo nella nostra stanza. A destra c'era un lavatoio smaltato, consumato dal tempo su una base di metallo dove sotto si trovava una caraffa d'acqua. Un piccolo specchio era fissato alla parete di legno sopra al lavatoio. A sinistra un tavolino fatto in tavole di legno usurate e vicino c'era una sedia fatta con rami legati insieme da lunghe e resistenti foglie. Al centro un materasso futon di cotone grezzo appoggiato a terra e imbottito di paglia. Una piccola finestra sulla parete sopra al letto e un abbaino sul soffitto. L'arredamento era certamente povero tuttavia i pochi oggetti erano messi al loro giusto posto e avevano la loro esatta funzione. Nessun fronzolo inutile. La stanza era pulita e in ordine mentre la temperatura era decisamente confortevole e nell'aria un gradevole profumo di legno di pino e fumo d'incenso.
-” Dovreste stare comodi per questa notte “- Disse Pippi -” Vi aspetto più tardi nella cucina per la cena
“- e uscì.
Ringraziammo per l'ospitalità e ci aggirammo nella stanza per prendere confidenza con la nostra nuova camera.
Monia esordì contrariata -” Ma dove siamo capitati? “-La macchina è lontana e non sappiamo nemmeno, dove si trovi per di più, eravamo attesi al camping dalla signora Tiziana che, nemmeno questa notte, ci vedrà arrivare probabilmente preoccupandosi. Secondo te siamo al sicuro qui? “-
Tranquillizzai Monia e distrassi Bianca giocando sul letto ridendo divertiti. Anche Monia, dopo essersi rilassata, partecipò al gioco lanciandosi sul materasso per giocare riuscendo così a stemperare la tensione di quella nuova situazione.
Riuscimmo anche a lavarci e riposare qualche minuto prima di rispondere all'invito di Giuseppe a raggiungerlo per consumare la cena.
La stanza da pranzo era un angolo dove troneggiava una piccola cucina a legna di acciaio dove, al di sopra, due pentole di rame cucinavano pietanze profumando l'ambiente di legumi e piante aromatiche. Il tavolo era formato da una serie di rami tondi, smussati ai lati per permettere di essere legati tra di loro in modo perfetto. Le quattro sedie sembravano attendere proprio noi e ci accomodammo non prima di avere atteso che anche Pippi si accomodasse. Arrivò presto la sera e con essa la temperatura ebbe un deciso calo quindi il caldo del fuoco della cucina ci donava un tepore godibile.
Mangiammo su piatti di legno, ricavati dalla corteccia di un albero e con posate di legno ricavate da un pezzo pieno di legno. Nei piatti trovammo un pasto semplice che divorammo senza tante domande visto la fame accumulata. Nei piatti, riso con legumi, verdure crude e bollite, accompagnato da un pane, non lievitato, cotto su una pietra resa bollente dal fuoco. Bevemmo acqua di fonte fresca carica di ossigeno che Pippi aveva raccolto poco prima nel torrente che scorreva impetuoso poco distante dalla casetta. Alla fine della cena ci riscaldammo con una ciotola di tè verde dolcificato con miele rilassandoci vicino al fuoco acceso.
Chiacchierammo serenamente su molti argomenti trovando sempre una convergenza d’idee con Pippi che si rivelò una positiva sorpresa.
Anche lo scherzo e le risate fecero parte di quella piacevole conversazione. Parlammo di noi e del nostro passato, di politica e di ambiente. Pippi mi parlò dei suoi viaggi e delle esperienze vissute attraverso le usanze di molti popoli che aveva conosciuto nel suo lungo peregrinare.
A un tratto, mentre le fiamme del rudimentale camino si riflettevano nei suoi occhi chiari, ci guardò con un’intensità che mi fece rabbrividire nonostante la calda temperatura presente nella sua casa.
Con lo stesso penetrante sguardo, disse, fissandomi, mentre il suo viso diventò di colpo serio delle frasi simili ad un mantra.
- “Sii gentile con la terra e una volta l’anno vai in un posto che non hai mai visto passando del tempo da solo. Ti servirà. Vivi una vita onorata, così quando invecchierai come me e penserai al passato, sarai capace di goderne una seconda volta. Quando ti accorgi di avere fatto un errore, percorri dei passi immediati per correggerlo e ricorda che non ottenere ciò che vuoi, a volte è un meraviglioso colpo di fortuna. Non lasciare che una piccola disputa offuschi una grande relazione e se ti trovi in disaccordo con qualcuno, parla del presente e non del passato. Ricorda, amico mio, che l’amore supera sempre il bisogno per l’altro e che ogni grande amore implica un grande rischio come le grandi conquiste, ciò nonostante vivi il tuo sogno. Fai di tutto affinché si crei un’atmosfera amorevole intorno a te perché è fondamentale per la tua vita e apri le braccia per cambiare ogni istante ma non rinunciare ai tuoi valori. Impara le regole così potrai modificarle in meglio e nella correttezza. Segui il rispetto per te e per gli altri e responsabilizzati per le tue azioni. Valuta il tuo successo da quello che devi lasciare allo scopo di ottenerlo e quando perdi, non dimenticare la lezione che ogni sconfitta porta con sé. “-
-“ Condividi le tue conoscenze. E’ un modo per raggiungere l’immoralità”-“ Il tempo e lo spazio, altro non sono che la velocità con la quale vivrai l'esistenza terrena, ma ciò non illuda la tua capacità di percepire quanto sia effimero, poiché il fine ultimo del vivere la realtà nella materia è di trascendere ogni cosa affinché, liberi dal gioco delle rinascite, tu possa vivere la vostra essenza come manifestazione di luce.
Possa la luce irradiare il tuo cammino, possa la vostra luce essere vita per chi ti circonda”-
Quella serie di parole, dette come una preghiera, ottennero lo scopo di confondermi. Ne comprendevo il senso ma non il pieno significato. Cercai di ribattere, come facevo di solito, ma lui portò l’indice perpendicolare appoggiato sulle labbra chiuse nel segno del “tacere”.
-“ Ricorda che il silenzio è a volte la miglior risposta.”-
Pippi era un uomo fatalista poco legato al mondo d'oggi e da tutte le manifestazioni che coinvolgano l'essere umano troppo imperfetto perché possa fidarsi di esso. La delusione negli uomini e in tutte le sue istituzioni si percepiva forte nelle sue parole tanto da condividere lo stesso pensiero soprattutto riferito a una società che costantemente stava peggiorando.
Monia e Bianca, con il passare del tempo, lentamente si spensero, sopraffatte dalla stanchezza della giornata, dalle fatiche fisiche e dal susseguirsi di forti emozioni. Augurando la buonanotte si ritirarono nella camera alla luce delle candele che tenevano in mano.
Mentre Giuseppe badava a riassettare la cucina rifiutando gentilmente il mio aiuto io uscì all'aperto per cercare un attimo di solitudine e di quiete.
La serata era limpida e frizzante. Una brezza piuttosto fredda spazzava le foglie degli alberi increspando le acque di fronte a me. Una grande luna piena si specchiava nell'acqua del lago donando riflessi scintillanti mentre Il bosco, dietro di me, brulicava in un chiacchiericcio di suoni e rumori. Nonostante fossimo in estate, e di giorno faceva veramente caldo, la sera soffiava una lieve fresca brezza che mi obbligava a indossare la giacca mentre i miei occhi si velavano di una lacrima. Amavo rimanere solo a riflettere e restare fermo a fissare la natura permettendomi, così, di entrare nei miei pensieri.
Ormai ero un uomo grande. L'irruenza giovanile aveva lasciato il posto a uno stato mentale più riflessivo, a un più sobrio senso di maturità, di umiltà e di visione.
Ma questa metamorfosi non era solo una trasformazione fisica, di qualche ruga in più, qualche chilo preso o dal diradarsi dei capelli, ma accompagnava un senso d’impazienza che sorgeva ogni volta che mi ponevo la domanda che mi ero fatto tante volte: Qual è lo scopo della mia vita? Era sempre più difficile dare una risposta convincente. Spesso avevo l'impressione di trascorrere le giornate facendo cose inutili e che non sempre donavano la felicità. Anche i miti che i nostri tempi pubblicizzano come possessori dell'elisir di vita non avevano più valore per chi si era reso conto, come me, che nel mondo degli uomini è impossibile vivere in pace e fratellanza. L'uomo è perennemente in competizione e in guerra con i suoi simili giustificando il suo comportamento come consuetudine. Siccome fanno tutti in quel modo, ognuno è legittimato a fare così.
Ammiravo e invidiamo Pippi per la sua pace interiore, per il suo arrendersi alla vita, per lo stato di grazia che aveva raggiunto e che avrei cercato per tutta la vita con la speranza di conoscere un giorno.
-”Conosco il tuo dolore “- disse sottovoce Pippi arrivando senza fare rumore alle mie spalle come se apparisse dal nulla. Poi continuò -” Ricordati, il dolore che provi stasera, si chiama resistenza. Il dolore si crea quando resisti nella vita. Di qualunque cosa si tratti, di qualsiasi pensiero ti opprima se fai resistenza sei destinato a soffrire. Non opporre mai forza alla forza. Al contrario, assorbila e usala. Impara che cedere può farti vincere una forza molto superiore alla tua “-. -” La tua arma migliore è dietro la tua fronte. Chi fa uso solo della forza è facilmente sconfitto dall'intelligenza, dall'imprevedibilità, dalla flessibilità e dall'astuzia -”.
Stranamente comprendevo esattamente il significato delle sagge parole di Pippi che puntarono dritte alle profondità del cuore facendomi respirare la linfa di un rinnovamento del pensiero e dell'azione, una nuova riflessione mistica che poteva veramente cambiare il pensiero dell'uomo donando vita a un pianeta seriamente in pericolo nella sua via futura. Compresi per la prima volta che un insegnamento richiede un alunno disposto, ma soprattutto maturo nel desiderio di voler imparare.
-” Il primo insegnamento che mi sento di darti è questo: rilassati alla vita, lascia che la tua esistenza vada dove desidera andare, non fare nulla per fermarla o farla cambiare direzione, seguirla come un'onda segue il mare “-. -” Rimani rilassato e vigile, respira profondo e impara a “sentire” con le sensazioni del corpo, ad abbandonare la mente e a vivere i sensi.
Mi sdraiai su un sasso piatto in riva al lago mentre misi in bocca un filo d'erba come a stabilire un contatto con la natura che mi circondava. Pippi si sedette su un sasso di fianco a me.
-” Rilassati...respira...e guarda dentro di te “-.
Mi trovai improvvisamente in uno stato di torpore. Sentivo il mio io interiore perdere ogni attrito a favore di un’apertura maggiore nei confronti del mondo esterno. Sentivo il mio corpo dall'interno e percepivo le parti in contatto con la roccia, con la natura. Sentivo lo scorrere di un fluido caldo dentro di me che correggeva gli squilibri di cui fino a quel momento non ero mai stato a conoscenza rilassandomi sempre più profondamente. Una volta entrato dentro il mio corpo, attraverso i sensi, egli rispondeva con naturalezza a qualunque mia richiesta, senza nessuno sforzo e la consapevolezza permeava ogni poro.
Iniziai a sentire i sottili rapporti tra le varie parti del mio corpo, gli organi interni, le ossa, le giunture e le linee di energia che partendo dal cuore scorrevano nelle braccia e nelle gambe, che divennero dolci estensioni del loro centro.
Con un caldo sussurro Pippi mi disse -” Muoviti come un'onda...cresci, entra allargandoti poi rientra “- Ascoltai in silenzio aprendo i miei recettori sensoriali a questa nuova consapevolezza. Ad un tratto mi trasformai in un'onda del mare, percependo il freddo e la sua consistenza, che cresceva verso riva tra la bianca schiuma. Ricadevo impetuoso sulla riva allargandomi in ogni direzione coprendo ogni cosa per poi ritornare, dopo avere compiuto il mio dovere, esattamente là da dove ero venuto, unendomi al tutto e scomparendo nel mare. Tutto ciò che nasce, ritorna alla sua origine.
Non fui più mare e ritornai nel mio corpo. Rimasi parecchio tempo in meditazione riuscendo a mettermi in contatto con la verità del mio io più profondo, dove regna il silenzio e dove l'energia che sgorga dal cuore trasformando ogni pensiero in una preghiera.
Nel profondo avevo abbandonato ogni resistenza della mente e del corpo ed ero diventato vuoto, un canale in cui scorreva solo l'energia vitale. Prima avevo imparato a fidarmi dei miei insegnanti, poi ad accettare il mio corpo in tutte le sue manifestazioni e adesso ero arrivato finalmente a credere in Tutto Ciò che E' adesso. Ora è sempre.
Ritornai al presente e, per qualche minuto udì solo il vento che soffiava tra gli alberi. Avevo compiuto un viaggio dentro di me che mi aveva permesso di conoscermi al punto tale da essermi sentito parte di questo progetto che Dio chiama mondo.
-” Quando cominceremo l'addestramento?”- chiesi a Pippi.
-” E' già cominciato “- rispose lui -” è iniziato nel momento della tua nascita “-.
-“ Oddio!... cosa mi sta succedendo?? –“ Ebbi solo il tempo di pronunciare.
Improvvisamente mi colpì un bagliore che mi accecò per qualche istante. Non mi resi conto subito di cosa stesse succedendo. Come in un sogno, mi ritrovai sopra un pezzo di legno poco più grande di una mensola in mezzo alle acque del lago ed era inspiegabilmente giorno. Provai molta paura per quella situazione tuttavia cercai di rimanere calmo per non cadere nell'acqua. Non riuscivo a comprendere se stavo sognando o vivendo un’esperienza celata nel mio io profondo. Mi trovavo sopra questa tavola di legno non più larga di cinquanta centimetri, a pancia in su e guardavo il sole fare capolino dietro le nubi che passavano sulla mia testa. Decisi di lasciarmi cullare dalle onde del lago interrogandomi sulla strana situazione creatasi. A dire il vero anche piacevole per certi versi. Per quanto tempo Pippi voleva che rimanessi lì a galleggiare prima di farmi tornare a riva? Forse mi sarei svegliato e in un lampo e mi sarei ritrovato vicino alla mia famiglia.
Ma tra quanto tempo? Io desideravo tornare dalla mia famiglia. Il ritmico alzarsi e calare delle acque mi fece sprofondare in un torpore che rapì i miei sensi facendomi addormentare. I miei occhi si persero nella volta celeste tra il sole caldo le poche bianche nuvole che si affacciavano a ovest. Lentamente cercai di muovermi verso la riva usando le braccia come remi ma non riuscivo ad avanzare di un solo centimetro come se un’invisibile ancora mi tenesse fermo in quel punto. Mi scappò una risata amara. I miei pensieri scivolavano via con la corrente, mentre aspettavo chissà cosa: forse nuove istruzioni da un pesce sul da farsi, a quanto potevo aspettarmi. Decisi allora di lasciarmi andare agli eventi.
Dopo poco, mi sembrò ma passò parecchio tempo, mi rialzai a sedere, improvvisamente cavalcioni sulla tavola mentre questa dondolava su e giù. Fino a quando non mi risvegliai, completamente, non realizzai di essermi addormentato.
Mi guardai intorno sicuro di trovare la riva lì a pochi metri invece una tremenda sorpresa stava per cadermi addosso come un macigno. Scrutai in giro ma ciò che vidi era solo acqua. Nessuna riva, nessun bosco, nessuna montagna, solo acqua a perdita d'occhio che si univa al cielo all’orizzonte.
Avevo perso il senso del tempo e quello dell'orientamento mentre galleggiavo in questa distesa d'acqua. Da quanto stavo andando alla deriva? E verso dove? Con un brivido, compresi che mi trovavo solo in mezzo all'acqua senza punti di riferimento, senza inizio né fine, senza partenza ne arrivo, senza meta e senza protezione, senza cibo né acqua. E se fosse arrivata una tempesta? Il panico mi colpì come un pugno nello stomaco.
Fantasie paranoiche fecero il loro ingresso nel teatrino della mia immaginazione. I miei abituali parametri di misurazione della realtà non mi erano di aiuto in quella circostanza.
Non appena riuscivo a scacciare un'ondata di panico, ne subentrava un'altra. La mia mente affondò sotto la superficie del lago ed io mi misi a tremare dalla testa ai piedi, mentre immaginavo enormi forme scure che nuotavano sotto di me. Sobbalzai al pensiero dell'ignoto. Mi sentii piccolo e solo, un puntino in mezzo al mare. Passarono molte ore, a quanto mi riesce a ricordare. Rimasi disteso immobile, aspettando il rumore di un qualcuno che venisse a soccorrermi. Nessuno sapeva, dove fossi. Arrivò la notte. Dopo poco le nubi oscurarono la luna e le stelle, lasciando il cielo di un buio così pesto che non ero in grado nemmeno di dire se i miei occhi erano aperti o chiusi. Scivolai ripetutamente da uno stato di coscienza a uno d’incoscienza, temendo di addormentarmi. Il dolce rullio dell'oceano che saliva e scendeva vinse facendomi sprofondare, lentamente, nella quiete, come un sasso che affonda nelle profondità.
Mi svegliai di scatto alle prime luci dell'alba e così facendo, caddi dalla tavola nel mare. Sputacchiando e risputando fuori acqua, risalii sul legno e mi guardai intorno, prima con fare speranzoso, poi con sempre maggiore apprensione. Non vedevo null'altro che acqua, ovunque acqua. Potevo cercare di remare in qualche modo, ma in quale direzione? Ricacciando il panico, m’imposi di fare dei bei respiri, che mi aiutassero a calmarmi.
A quel punto, dovetti costatare una realtà ancora più drammatica: non avevo indosso nulla ne avevo con me della crema solare e neppure cibo o acqua. Per la prima volta capii che ero in serio pericolo di vita.
-” Non può essere vero, non mi sta succedendo questo“-, dissi ad alta voce sobbalzando al suono della mia stessa voce. Le mie parole uscirono e si persero ingoiate dal grande spazio aperto che avevo sopra e sotto di me. Già sentivo il calore del sole mattutino sulla mia schiena.
Le nubi si aprirono, facendo apparire un arroventato cielo azzurro. Avevo tutto il tempo che volevo per considerare la mia situazione: non avevo null'altro a disposizione che il tempo. Il silenzio era il mio unico compagno.
Di tanto in tanto immergevo i piedi nell'acqua fredda, o intonavo un motivetto rassicurante per le mie orecchie. Ben presto le melodie si spensero. Un senso di terrore s’insinuò lentamente ma sempre più in profondità.
Con il passare delle ore la mia paura andò crescendo via via che aumentava il calore del sole. Riuscivo a bere riempiendomi le mani d'acqua ma mai a sufficienza. Non si trattava del tipo di paura che si prova quando si rischia una fucilata in pieno petto o si vede una macchina investirti; no, era una sorta di lucida consapevolezza, il senso dell'inevitabilità, la certezza che se qualcuno non fosse venuto a salvarmi, sarei morto in mezzo a quella distesa di acqua blu.
Il tempo passava con lentezza agonizzante e la mia pelle cominciava a farsi rossa. Prendevo acqua con le mani gettandomela addosso per alleviare il bruciore. Feci continuamente delle immersioni ma il sollievo durava poco, il tempo dell’asciugatura. Non avevo nessuna protezione. Tentai di tutto rigirandomi per diverse volte sulla tavola.
Era la seconda notte che mi trovavo lì e non sapevo cosa fare. Il mio corpo bruciava per la febbre e fui scosso da continui tremiti. Il benché minimo movimento provocava dolore. Tremavo mentre abbracciavo me stesso sopraffatto dallo sconforto. Sarei morto senza sapere perché. Perché? Ripetevo a me stesso mentre la mia mente andava annebbiandosi.
Quando fu mattino, mi ritrovai allungato immobile, la mia pelle piena di bruciature e le mie labbra secche e spaccate. Fin troppo presto il sole rovente fece ritorno e la mia tavola era ancora non so dove in mezzo all'acqua senza che io vedessi una riva o un punto di riferimento. Piansi a dirotto la mia disperazione. Le mie labbra si spaccarono in fessure sempre più profonde mentre la febbre mi stava sempre più indebolendo. Rimasi a galleggiare, incollato a quel legno, per buona parte della mattinata. Ma nulla servì a migliorare la mia condizione. Con il passare del tempo la mia pelle continuava a coprirsi di vesciche e le scottature si facevano sempre più intense. Il prurito era insopportabile. Mi venne in mente di lasciarmi cadere nell'acqua e cercare la morte lasciandomi andare giù nel fondale. Avrei sofferto qualche istante per la mia voglia di ossigeno ma poi sarebbe stato tutto finito. Sarebbe stata l'unica possibilità a quello che si prospettava, a un’inevitabile e lenta morte. Come un cervo che porge la gola al leone, una piccola parte di me voleva farlo, scivolare in mare e sparire per sempre.
Quando fu di nuovo notte, ricominciai a bruciare dalla febbre entrando in una fase di delirio. Entrando e uscendo in continuazione da uno stato cosciente a incosciente. Il mio raziocinio andava e veniva, come una presenza spettrale.
In un istante di lucidità capii che non avrei retto un giorno in più, sarebbe giunta la fine.
Delle immagini mi attraversarono la mente. Situazioni che allora ritenevo normali e scontate e, forse, anche un po’ noiose. Ero seduto nella mia poltrona davanti a casa, sotto l'ombrellone, a bere una bibita fresca e a leggere un romanzo; stavo giocando con mia figlia mangiando frutta solo perché avevo un po’ di fame; le comodità e la sicurezza del proprio nido. Ora, tutto ciò sembrava un sogno lontano e quella che stavo vivendo una realtà da incubo. Non riesco a ricordare se a quel punto mi addormentai o no.
Il mattino arrivò fin troppo presto.
Quel giorno conobbi l'inferno: dolore, bruciore e attesa. Ero pronto a scivolare giù dalla tavola e gettarmi via nell'acqua fresca, per lasciare che la morte mi prendesse: Qualsiasi cosa pur di fermare il dolore. Mi trovai a maledire il mio corpo, quel corpo mortale. Quel corpo che noi idolatriamo e curiamo fino alla follia dell'eccesso ora era diventato un peso, una fonte di sofferenza. Era una prigione per la mia anima che voleva andarsene. Il sole attraversava il cielo con agonizzante lentezza. Cominciai a odiare quel cielo limpido. Rimasi disteso esausto fino alla notte successiva – né sveglio, né addormentato – Galleggiando in purgatorio. Guardai per l'ultima volta il cielo e vidi tutto ciò che avrei voluto vedere. Vedevo le gioie della mia vita, vedevo i miei genitori, le persone care che mi avevano voluto bene, vidi il sorriso di mia figlia. Sorrisi a mia volta spaccando nel sangue le mie labbra vitree. Rimasi immobile con lo sguardo, diventato nel frattempo vuoto, guardando l'infinito del cielo, poi, i miei occhi si socchiusero mostrando le palpebre tumefatte. E arrivò il buio.
Io non c’ero più, ero partito per un viaggio senza ritorno. Non so dirvi se passò un attimo oppure tutta l’eternità.
Improvvisamente spalancai gli occhi in preda al panico e urlai. Il mio corpo era un fremito e tremavo tanto da non riuscire a controllare i miei movimenti. Avevo un freddo terribile e un’irrefrenabile ansia percorreva la mia testa e il mio cuore cercando sollievo solo nel dolore che avevo provato. Scalciavo e muovevo le braccia in modo incontrollato. Avevo spasmi ovunque sobbalzando sul giaciglio sul quale ero adagiato.
-” Monia! Monia! Corri!!, presto!!!! Si è svegliato!! “- Sentii Pippi urlare.
Poi caddi in un profondo sonno.
Quando ripresi conoscenza, non avevo ben chiaro, dove fossi e cosa fosse successo. Forse avevo fatto un brutto sogno ma gli sguardi dei presenti m’indicavano un'altra cosa. Ero sdraiato sul futon e avevo di fronte a me Pippi, Monia e Bianca con occhi interrogativi.
-” Stai bene Papà? Mi hai fatto piangere lo sai? “-
-” Che cosa è successo? “- chiesi io. Mentre lentamente mi rendevo conto di essere vivo e presente, in una realtà che non riuscivo più a identificare. Mi trovavo nella casa di Pippi adagiato sul letto di paglia e coperto da un plaid ruvido di color verde. Dove ero stato prima?
-“ Mentre eravamo fuori a parlare sei improvvisamente crollato a terra”- disse Pippi.
-“ Hai dormito tre giorni consecutivi “- disse sottovoce Monia avvicinandosi a me –“ Eravamo tutti molto preoccupati” –
Io non mi resi conto di nulla. Né dove, né quando, né quanto ma soprattutto perché. Ero stato in un altro posto ma non sapevo dove. Un luogo che mi aveva lasciato un profondo segno nell’animo. Forse ero morto e poi tornato in vita. Forse c’entrava Pippi in tutto questo o forse no anche se il sospetto che fosse opera sua era grande. Non avevo il coraggio di spiegare cosa mi fosse successo e cosa avevo fatto nei tre giorni di “assenza”. Avevo il timore di avere sognato tutto e di sentirmi ridicolo nel raccontare la mia esperienza. Scelsi in quel momento la linea del silenzio. Accennai un piccolo sorriso mentre Bianca mi abbracciò sollevata ma timorosa, forse, di procurarmi dolore.
Con grande stupore mi accorsi che le bruciature non c'erano e nemmeno i profondi tagli al mio viso. Io mi sentivo bene anche se molto frastornato e perso; comunicai a tutti il mio stato di salute rendendo l’atmosfera meno greve e più rilassata. Dopo poche ore di riposo mi sentivo di nuovo in forze. Divorai un piatto di frutta selvatica e pane servitomi a letto. L’acqua fresca era la cosa che più mi mancava; ne bevvi a quantità fino a quasi scoppiare. Ero tornato quello di prima, anche se il sogno che avevo vissuto era stato talmente profondo e reale da condizionare il resto della mia vita; un ricordo al quale non sarei riuscito mai più a sfuggire.
Mi alzai dal letto e appena in piedi mi sentii girare la testa per qualche istante, chiusi gli occhi e piegandomi sulle ginocchia, attesi che mi passasse.
Debole e malfermo, mi trascinai verso la brocca d’acqua sorseggiando lentamente il suo contenuto. Guardai il mio viso nel vecchio specchio. Con la barba brizzolata lunga, i lunghi capelli anch’essi brizzolati, le rughe profonde sul viso sembrava la faccia di un estraneo. Riconoscevo solo i miei occhi. Quegli occhi di forma piccola intorno a quel naso importante. Quegli occhi di colore diverso che mi hanno sempre contraddistinto sin da ragazzo. Mi venne in mente una frase che diceva solitamente mia madre riuscendo a rassicurarmi ogni volta il mio animo di ragazzo sensibile e perennemente attivo si perdeva ricercando certezze.
-“ Con quegli occhi ti riconoscerei in mezzo a mille, qualsiasi cosa succedesse “- Mi rendeva, ogni volta, particolarmente felice e orgoglioso nell’ascoltarla. Capivo di essere unico agli occhi di mia madre e che non sarei mai stato solo. Lei mi avrebbe sempre trovato e tenuto con sé. Una lacrima velò i miei occhi. Forse è da allora, che amo pensare, che ognuno di noi è un’entità unica e irripetibile su questa terra e che, nella nostra esistenza, dobbiamo seguire la nostra unicità per essere riconosciuti e amati per ciò che siamo. Unici e mai più ripetibili. I figli sono uno straordinario esempio di questa teoria. Li abbiamo creati noi, possono in parte assomigliarci, possono avere delle nostre determinate caratteristiche o condividere particolari fisici, ma non sono noi. Loro sono esseri unici regalati al mondo e alla continuità della specie. Per questo motivo, ho sempre pensato, al grande errore nel confonderci nella massa nascondendo il nostro viso tra altri milioni dimenticando, invece, di esaltare la nostra unicità nelle amare quello che siamo in ogni istante della nostra vita esaltando l’essenza presenza per essere amati e non sostituibili ne sostituiti.
Con questi pensieri mi diressi all’esterno, sostando di frequente durante il percorso, e mi sedetti all’ombra del capanno, sotto gli alberi. La solidità della terra e con essa la sicurezza e la certezza della presenza fisica, mi donava una piacevole sensazione decidendo di rimanere a piedi nudi; in una forma di estremo contatto con la madre terra.
La mia condizione fisica era notevolmente migliorata così da permettermi di incamminarmi sul sentiero che portava verso monte raggiungendo una posizione panoramica. Sopra di me svettavano, in lontananza, le nude cime montuose di roccia che si stagliavano contro il cielo, sopra la foresta. Più avanti potevo solo intravedere, ritagliati fra la lussureggiante vegetazione, degli sprazzi di cielo blu. Il capanno di Pippi, calcolai, doveva trovarsi all’incirca a metà strada fra le cime in alto e il lago a valle.
Intrapresi, dopo aver ammirato a lungo la spettacolare fotografia del luogo dove mi trovavo, il cammino di ritorno fino a raggiungere la casetta dove eravamo alloggiati.
Mi distesi e dopo poco mi addormentai.
Quando mi risvegliai Bianca e Monia erano nella stanza impegnate a spazzolarsi i lunghi capelli mentre la piccola si atteggiava da star del cinema. Mi stropicciai gli occhi mentre sorridendo, scherzai con Bianca la quale sorrise a sua volta.
-” Dov'è Pippi? Domandai.
-” E' uscito per una passeggiata. Ha detto che sarebbe rientrato al più presto”- rispose lei.
Monia si era organizzata e suddivisa la giornata aiutando Pippi nella conduzione della casa e nelle faccende domestiche concedendosi anche lunghi periodi di riposo che impegnava nel rimanere spesso isolata a curare i fiori nei vasi siti tutt'intorno alla casetta. Bianca giocava, solitamente, nel prato davanti alla casetta con alcuni rami che nella sua fantasia diventavano compagni di asilo mentre il grande tronco era la maestra.
Io m’impegnai a rassicurare sul mio stato di salute, promettendo di ripartire alla volta di qualche luogo divertente; un evviva di Benedetta a voce alta ruppe quello stato di tranquille parole sussurrate.
La mattina presto e il tardo pomeriggio, cominciai ad avventurarmi con le mie camminate, percorrendo a piedi nudi qualche chilometro nella rigogliosa vallata, poi su per il bosco le cui foglie rilucevano accarezzate dalla brezza. Il camminare a piedi nudi mi dava la possibilità di provare la mia resistenza alla sofferenza e a forgiare la mia forza interiore. Eccetto la piccola radura che circondava la casetta di Pippi, la terra era completamente coperta da un folto tappeto di muschio erbe e fogliame. A valle si trovava il lago, quell’azzurro occhio di Dio, quello stesso lago divenuto crudele nella mia incredibile esperienza mentre ora era immobile a specchiare il cielo limpido nella calma delle sue acque. Era completamente circondato da spessi e verdi alberi, e nelle sue insenature le viti avevano coperto il sottobosco. Le colline che formavano le sue rive erano molto ripide, e la vegetazione su di esse erano tanto avvolgente che, guardando dall’estremità occidentale, sembravano un anfiteatro per qualche rappresentazione teatrale.
Erano ore nelle quali l'ozio era il più attraente e produttivo impiego di tempo e di capitale. Sono scivolato via, così, per più di una mattina, e in compagnia delle persone che amavo preferendo scialacquare in questo modo la parte più preziosa del giorno; perché ero ricco, se non di soldi, d'ore scaldate dal sole e giorni estivi, che spendevo in maniera prodiga; né mi dispiaceva non averne sprecate di più nel lavoro o nella quotidianità.
A volte mi trovavo a pensare al futuro, seduto con le gambe rannicchiate dentro le braccia, sopra a qualche masso piatto in riva al lago. Avevo trovato Pippi e la sua casa. Ero lì con lui e ora? Che cosa dovevo imparare o fare prima che lui m’indirizzasse verso la prossima tappa del mio viaggio?
Allora tutto quello che mi era capitato, compreso l'incontro, con Adele, era tutto organizzato da un’entità superiore.
Era giunta la metà della giornata ma nessuno di noi conosceva esattamente che ora fosse. Ci si basava sul calore del sole, sulla luce percepita e sull’inclinazione dei raggi solari e sulla lunghezza delle ombre che essi producevano. Il canto degli uccelli mi sembrò più soave del solito e il mondo più limpido e bello. Presi la mia lunga barba tra le dita e mi fermai a pensare in silenzio con lo sguardo verso l’infinito.
Avevo appena finito di recitare una preghiera rivolta a Dio come creatore di tanta bellezza, quando vidi Pippi scendere giù per il sentiero con il suo inseparabile bastone da passeggio e il suo classico completo bianco in lino pesante.
Dopo un veloce saluto, mi condusse giù per uno stretto e tortuoso sentiero che scendeva verso il lago. Mentre procedeva lungo la stradina resa scivolosa dai ciottoli, qualche metro davanti a me rimasi colpito dall’agilità e determinazione di quel non più giovane uomo.
Si fermò diverse volte lungo il tragitto, prima per indicarmi un uccello variopinto appollaiato su un ramo, poi per mostrarmi una piccola cascata che scorreva vigorosa cadendo in uno stagno sottostante, invisibili a occhi estranei oppure distratti. Ci sedemmo per un po’, ad ascoltare il suono dell’acqua che cadeva nello stagno.
Conversammo poco. Dovevamo entrambi fare attenzione al nostro percorrere il sentiero reso insidioso dalla pietraia e dall’attraversamento delle radici degli alberi sulle quali era facile inciampare.
Raggiungemmo, dopo essere scesi per un pendio ripido, un piccolo prato incastonato fra le pareti rocciose delle montagne. Su entrambi i lati, la roccia, saliva verso il cielo, culminando in altissime cime. Era bello sentire sul viso e sul petto la calmante brezza che si arricchiva dei profumi della vegetazione.
A un tratto Pippi parlò.
“- Mio giovane amico cosa sai degli angeli e dei demoni? “-
-” In verità non tanto”- dissi io.
-”Devi sapere che gli angeli e i demoni esistono ognuno nel loro regno ma anche nei nostri pensieri”-
-” Vuoi dirmi che, dentro le nostre teste, ci sono un angelo e un demonio? “- dissi.
“ Voglio dire che i nostri pensieri, i sentimenti e gli impulsi della vita sono regolati da queste presenze interiori. Viviamo in uno spazio di libero arbitrio tra il paradiso e l'inferno. La nostra sfida spirituale quotidiana è scegliere il bene in ogni momento, in mezzo al tumulto di queste forze dentro di noi. Le nostre anime sono identificate da scelte e azioni e non da credenze o ideali. Dopo la nostra morte, l'anima sceglierà di stare con gli angeli oppure con i demoni, così come aveva scelto da che parte stare in qualsiasi momento durante la vita”-.
Rimasi a riflettere ma non potevo che approvare le parole che le mie orecchie avevano udito.
-” Ora proseguiamo!”- disse.
Ci incamminammo verso la vetta della montagna che si trovava alle nostre spalle in una zona molto impervia e selvaggia.
“- Tra queste montagne troveremo la risposta o moriremo”- furono le poche parole pronunciate da Pippi prima di iniziare l’ascesa del sentiero. Si era messo in testa e procedeva a buona andatura aiutandosi con il bastone nei passaggi più complicati. Le parole di Pippi riecheggiavano soventi nella mia testa.
Risalimmo valli erbose tra guglie di roccia, entrammo in boschi di abete e pini talmente fitti, da non far passare nemmeno la luce, incontrammo cervi e cerbiatti e numerose lucertole che si nascondevano sotto le rocce al nostro arrivo. Continuammo a salire e arrivammo al limite della vegetazione. Ci arrampicammo sulle nude rocce attraversando gole e pietraie.
Nel pomeriggio raccogliemmo delle radici commestibili e delle bacche, e ci sdraiammo accanto ad una sorgente cristallina. Per la prima volta in tanti anni ero felice. Camminammo ancora un po’ discendendo un altro bosco su un sentiero ricavato da enormi sassi levigati dal tempo. Arrivati in fondo alla vallata dopo la prima asperità, decidemmo di sostare per una pausa. Pippi si allontanò, pur rimanendo nel mio campo visivo mentre io cominciai a meditare sotto un pino secolare, abbandonandomi a quelle montagne. Se avevano qualcosa da offrirmi, io ero pronto ad accoglierlo.
Vedevo, stando ai piedi, la montagna sulla quale dovevamo arrivare. Aveva una forma strana come se un gigantesco cubo di roccia fosse caduto dal cielo e si fosse conficcato nella sommità.
“- Perché stiamo andando lassù?”- chiesi a Pippi.
-“ Andiamo lassù per capire”- rispose
-“ Capire cosa?”- domandai. Poi continuai –“ Capire che sono un fallito? So di aver fallito nella vita e la stessa ha fallito con me. La vita mi ha spezzato il cuore”-
Poi le parole sgorgarono. Mentre parlavo la disperazione che avevo trattenuto così a lungo mi colpi improvvisamente come una frana.
-“ Sì, il tuo cuore è spezzato”- disse Pippi. –“ il tuo cuore si è aperto per rivelare la porta che splende all’interno. E’ il solo luogo in cui non hai guardato. Apri gli occhi!! Sei quasi arrivato!”-
Confuso e frustrato, rimanevo seduto li, impotente.
-“ So come ti senti ora”- disse Pippi –“ Sei quasi pronto, sei molto vicino”-
-“ Vicino a cosa”- le chiesi
-“ Vicino alla fine”- Poi si ammutolì rivolgendo lo sguardo verso il cielo.
Un brivido di paura mi salì lungo la spina dorsale. Fissai Pippi negli occhi mentre lui guardava altrove. Il suo sguardo era splendente come se guardasse di là del cielo, di là dei pianeti, in un'altra dimensione.
Affrontammo l’ultimo strappo finale. Il sole era minacciosamente basso e Pippi aumentò il passo. Stava arrivando la sera. Non c’era quasi più luce quando attaccammo l’ultima salita che ci doveva condurre sulla cima del cubo.
Il tempo improvvisamente cambiò. Il vento si levò di colpo. Si stava avvicinando un temporale. Poi udì il suono più spettrale che avessi mai udito, simile a un lungo gemito umano.
Arrivati in cima, Pippi, si fermò davanti ad una scura grotta ai piedi della guglia. –“ Entriamo!”- disse.
Il mio istinto mandava incessanti messaggi di pericolo ma Pippi era già al suo interno. Accesi la torcia. Il raggio di luce della torcia illuminava pericolosi crepacci di cui non riuscivo a vedere il fondo. Fortunatamente il fondo della caverna arrivò, segno che Pippi conosceva bene quei luoghi.
-“Abbiamo oltrepassato la caverna delle tue paure”- esordì Pippi. –“ Tutti sono intrappolati nella caverna della loro mente. Sono i guerrieri di pace che vedono la luce, che si liberano abbandonando ogni cosa, possono ridere per l’eternità. E’ al di là anche della paura. Quando accadrà vedrai com’è ovvio, semplice, ordinario, vivido e felice. E’ la realtà dietro le ombre”-
Ad un tratto, all’improvviso, il cielo si oscurò del colore della notte. Pippi ritornò nella caverna e io lo seguì. L’aria era impregnata di ozono. L’elettricità mi sollevava i capelli sulla testa. Poi la tempesta si scatenò.
Cadde un fulmine con un boato, poi un altro colpì la roccia sulle nostre teste. –“ Presto!!”- gridò Pippi con un tono di urgenza e paura che non gli avevo mai sentito pronunciare. –“ Non hai molto tempo l’eternità è vicina.
In quel momento arrivò la sensazione che la mia morte era vicina. Una paura oppressiva e terrorizzante salì dal profondo fredda e consapevole.
Poi mi raggiunse la voce di Pippi, minacciosa e stridula.
-“ Ritorna dentro la caverna! Presto! Muoviti!!”-
Feci qualche passo all’interno e mi appiattii contro la roccia. Trattenni il fiato in attesa che mi raggiungesse, ma Pippi era scomparso.
Stavo per chiamarlo quando l’urlo si soffocò in gola. Qualcosa di orribile mi colpì alla base del collo facendomi rotolare in profondità nella caverna.
Il dolore del colpo subito mi fece come perdere i sensi ma, tuttavia, il peggio doveva ancora arrivare. Il forte dolore ricevuto fu sostituito da un dolore ancora più forte. Come se la mia testa fosse schiacciata da un masso contro un altro masso. Urlai. Mi accorsi, tra il dolore dilaniante, che il mio cranio stava per scoppiare sotto quella pressione insostenibile.
Con un crack terrificante, il dolore svanì. Crollai a terra con un tonfo soffocato. Un lampo balenò e nel buio e vidi Pippi accanto a me. Scoppiò un tuono che apparteneva a un altro mondo. Capii che stavo per morire.
Mi sentivo sul ciglio di un abisso, con una gamba già dentro. Pippi mi diede una spinta ed io precipitai urtando contro le pareti di roccia, ferito, morente, sempre più giù nelle viscere della terra. In fondo l’abisso terminava e mi ritrovai di nuovo alla luce del sole – Caddi e continuai a cadere finché atterrai sulla verde distesa erbosa di un prato, molto, molto più in basso.
Il mio corpo era una massa di carne livida, lacera, a brandelli. Non percepivo nessun dolore mentre vedevo che gli avvoltoi, i roditori, gli insetti e vermi vennero a nutrirsi della carne in decomposizione che un tempo credevo di essere “io” e che difendevo con tutte le forze. Il tempo accelerava. I giorni trascorrevano come lampi e il cielo era un’alternanza veloce di luce e buio, rapida come un battito di ciglia fino a diventare un’indefinita nebbia. I giorni diventarono settimane e le settimane diventarono mesi.
Si alternarono le stagioni e i resti del mio corpo cominciarono a dissolversi nella terra. Quello che un tempo ero "io", si stava trasformando in liquidi che arricchivano la terra sottostante. Le nevi dell’inverno preservarono per un po’ le mie ossa, ma con i susseguirsi delle stagioni anche le ossa divennero polvere. Nutrendosi dei liquidi del mio corpo, fiori e alberi crebbero e morirono insieme con me in quel prato. Poi il prato scomparve con me. Ora ero tutto e nulla.
Ero diventato parte degli avvoltoi che si erano cibati della mia carne, parte degli insetti e dei roditori e parte dei loro predatori, in un grande ciclo di vita e di morte. Divenni i loro antenati e le loro generazioni future, finché anch’essi ritornarono alla terra.
Chissà dove ero?
Ero vissuto su questa terra e ora ero scomparso per sempre, ero esistito per un breve istante di tempo. Adesso ero veramente Me Stesso, la coscienza che vede tutto, che può tutto, che è tutto. Senza le limitazioni di un corpo fisico, senza gli intrighi di una mente. Quelle essenze di me avrebbero continuato a vivere per sempre, sempre mutevoli e sempre nuove.
Capii che la mia Morte, che avevo tanto temuto, non era altro che una grande illusione come la vita. Tutta una fantastica illusione. Un lungo sogno.
Ora non avevo più paura, il mio compito era terminato.
Quando i miei occhi si abituarono al buio, vidi un uomo dai capelli lunghi bianchi e la barba bianca seduto accanto a me, sorridente e specchio del mio stesso viso sorridente. Poi il tempo ripercorse all’indietro i millenni e mi sentii improvvisamente rattristato per essere ritornato alla forma mortale. Subito realizzai che non importava, che nulla poteva più importare.
Grazie alla mia morte tutto aveva preso nuova vita. Ecco il paradosso più grande, la cosa più buffa e il grande cambiamento.: tutte le ricerche, tutto ciò che avevo ottenuto, tutte le mete, erano tutte ugualmente godibili e ugualmente inutili.
L’energia scorreva nel mio corpo. Ero felice. Scoppiavo in una grande risata, la risata di un uomo irragionevolmente felice. Avevo lasciato tutte le mie regole, i miei concetti, le mie paure, i miei pensieri. Su quella montagna ero morto. Ora finalmente riuscivo a vedere ciò che era giusto e ciò che era amorevole. Sapevo essere ora capace di gesti amorevoli. Avevo perduto la mia mente ed ero precipitato nel mio cuore. Avrei voluto urlare al mondo quello che sapevo. Avrei voluto parlare con una donna che di mestiere faceva la segretaria e che recitava, ogni giorno, il ruolo della perfetta segretaria –“Svegliati, svegliati! Presto la persona che credi di essere morirà, quindi svegliati e sii felice adesso. A chiunque persona pensassi mi rendevo conto che erano perfettamente quello che credevano di essere e non quello che erano realmente.
Mi sedetti esausto. Pippi si era incamminato lungo il sentiero che ci avrebbe condotto alla sua casa, dove Monia e Bianca ci avrebbero salutato con amore preparandoci una gustosa cena.
Prima di incamminarmi dietro a Pippi mi sedetti a guardare il panorama che si tingeva di notte. Sentivo tutto. Sentivo gli uccelli notturni nei loro nidi. Sentivo il fluire dell’acqua del lago. Sentivo il vento e il profumo. Sentivo anche la vita nelle città, gli amanti che si abbracciavano, i criminali al lavoro, i volontari che davano tutto loro stessi. E sapevo che tutto quello, la compassione e la crudeltà, il basso e l’elevato, il sacro e il profano, erano parti perfette del Gioco. Il gioco della vita regolata dell’armonia degli elementi e degli opposti. Ed io ne ero parte.
Allargai lo sguardo fino ai limiti del mondo e lo amai tutto.
Arrivammo alla casa in tarda serata.
Riuscì solamente a dare un tenero bacio a mia figlia che dormiva serena, poi esausto mi accasciai sul giaciglio e mi addormentai immediatamente.
-“ Siete rientrati tardi ieri sera”- Disse Monia sottovoce mentre, a occhi semichiusi, salutavo l'arrivo del nuovo giorno disteso nel letto in attesa di alzarmi.
Bianca dormiva ancora.
-“ Si “- dissi io.
-“ Che cosa avete fatto?”- “ Che cosa è successo?”. Incalzò Monia.
La fissai per qualche minuto come per riordinare le idee. Non ero molto lucido e soprattutto non avevo intenzione di raccontare tutto quello che d’incredibile era successo nello spazio di poche ore. Non avevo, almeno, desiderio di raccontare in quel momento. Forse lo avrei fatto in una situazione più opportuna.
Mi limitai a dire –“ Ho imparato a vivere, ho conosciuto il mondo e il dolore, ora sono consapevole di chi sono e qual è il mio ruolo in questa vita. Ora sono pronto.-“
Lei mi guardò sbigottita forse non comprendendo appieno le mie parole.
Nel frattempo Bianca si era svegliata.
-“ Vado di là a preparare la colazione”- disse Monia.
-”Pippi è già uscito per la sua camminata giornaliera”- aggiunse.
Dopo esserci lavati, ci trovammo tutti nello spazio antistante alla casa. Era un pezzo di prato stupendo, dove l'erba era tagliata e ben curata dal padrone di casa. Il prato era in piano e circondato ad anfiteatro da enormi pini di montagna. Il profumo era intenso e rassicurante. Tra i tronchi s’intravedeva lo specchio d'acqua del lago più sotto e, in lontananza, tutte le catene montuose che si perdevano a vista d'occhio.
Pippi aveva arredato lo spazio esterno con un tavolo e quattro sedie che aveva costruito con il legno di alberi trovati, purtroppo, secchi nel bosco.
Alla destra, un camino fatto di pietre con sopra una griglia di acciaio per cuocere i cibi con la brace.
La giornata era bellissima e la temperatura era ottima sotto l’ombra degli alberi del bosco.
Nella luce dei raggi del sole che filtravano, complice la calma che si respirava nel luogo, percepivo, più vita e più gioia in tutta quell’esistenza semplice tanto da ammirare che, anche il sorriso di mia figlia, sembrava più luminoso e sincero.
Le nubi delle mie inquietudini e dei miei perché si stavano dissolvendo sotto la stimolo di una nuova e desiderata serenità.
Nei fiori, che vedevo sbocciare in questo meraviglioso bosco, percepivo quella delicatezza che non avevo mai visto prima; mescolata, tuttavia, a una sorta di pena per il giorno del loro appassimento. Anche per loro sarebbe giunto l’inverno. Nascita, vigore e fine.
Guardai mia figlia intenta a giocare mettendo in fila rametti di legno d’albero trovati intorno.
Entrai nella sua mente pura di bambina e presi coscienza dell’importanza del gioco e i pensieri legati a esso. M’immedesimai nel suo gioco al punto di riuscire a varcare la soglia che porta alla città della fantasia.
Vidi, con grande ammirazione, che tutti gli abitanti erano intenti ad accettare con gioia la loro condizione e il luogo dove la divinità li aveva fatti nascere. Tutto per loro era un gioco, anche lo scorrere del tempo stesso.
Compresi allora che anche la nostra vita era come un grande gioco senza regole e schemi prestabiliti. Solamente noi potevamo dare una direzione e delle regole al nostro gioco. La libertà non ci doveva impaurire bensì motivare.
Potevamo accettare, nel nostro gioco della vita, la presenza di partecipanti oppure no e sceglierci quelli che più ci piacevano consci che il gioco, nel nostro arco di vita, si svolgeva tutti assieme.
Scacciai ogni brutto pensiero e mi lanciai verso mia figlia urlando come per volerla inseguire. Lei cominciò a scappare scoppiando in una fragorosa risata. Quando la raggiunsi, le feci provare l’ebbrezza di volare in alto con tutta l’energia che avevo a disposizione per poi stringerla con forte delicatezza alla sua discesa. Desideravo che lei comprendesse quanto Amore provassi nei suoi confronti.
Monia uscì dalla porta con un meraviglioso vassoio di frutta fresca e secca, pane fatto in casa, formaggio e una brocca di acqua limpida del torrente.
Mangiammo e bevemmo felici fino a non poterne più. Poi ci adagiammo all’ombra di un albero secolare a goderci un riposo fatto di parole sussurrate e di carezze.
A un tratto, da dietro i cespugli, spuntò all'improvviso Pippi. Emettendo la sua fragorosa e grassa risata allargando le braccia verso di noi. Noi gli sorridemmo e ci rivolgemmo verso di lui in attesa di una sua parola.
Io ero totalmente affascinato da quell'uomo. Mi chiedevo spesso come fosse riuscito a trovare tanta forza d'animo e quella serenità e sensibilità non comuni. Anzi straordinarie.
Anche lui si sedette con noi e cominciammo a dialogare.
-“Sapete”- disse Pippi mentre si adagiava seduto vicino a noi. –“ Io, da ragazzo, sono stato un giovane ribelle. Ai tempi della scuola sono stato un contestatore. Non mi piacevano le regole e cercavo di non seguirle. Tuttavia, oggi, penso che le regole siano importanti ma penso che non debbano essere seguite a occhi chiusi bensì valutate sempre attraverso le proprie attese.”-
-“ Ragazzi! “- continuò fissandoci intensamente uno per uno. –“ Costruitevi le vostre regole e chiedetevi sempre il perché degli eventi. Non accettate mai spiegazioni confezionate da altri poiché sono sempre di parte. Di una parte politica, economica o religiosa. Comunque di una parte di potere che ne trae vantaggi economici e non quella giusta. State sempre con il vostro cuore e con la vostra anima”-“ Ho viaggiato molto nella mia vita. “- continuò”- Sono stato in California seguendo il mito dei ragazzi hippie vivendo l’amore libero e totale. Ho percorso, in camper, migliaia di chilometri con sconosciuti scambiandoci sigarette truccate e ballando al suono delle nostre chitarre al fuoco dei nostri falò. Ho dormito in strada e nei prati di margherite senza un tetto sulla testa. Tutto era meraviglioso, un sogno. Mi divertivo. Le rare volte in cui mi trovavo solo non ero felice. Non era quello che volevo. Sentivo un senso di vuoto. Allora mi rasai i capelli e partì per l’india. Cominciai una vita di povertà cercando me stesso nelle desolanti strade di Calcutta. Trovai solo tanta miseria. Visitai tutti i luoghi di culto camminando scalzo e pregando la redenzione per i miei peccati. Tuttavia il vuoto dentro di me non si attenuava, anzi, accresceva sempre più.
Tornai di nuovo in Italia. Erano gli anni 70. Gli anni di piombo. Entrai in politica e mi prodigai affinché la classe operaia schiacciasse il despota capitalista. Partecipai a manifestazioni urlando il mio desiderio di vendetta e di rivalsa. Partecipai anche ad azioni di sabotaggio contro lo stato nemico. Ma il vuoto era sempre lì. Nel mio silenzio interiore la solitudine accresceva sempre di più. Per cercare soddisfazione diventai anarchico combattendo ogni tipo d’imposizione e regola. Mi unii ai gruppi musicali punk e andai a Londra. Divenni un mendicante vivendo sotto i ponti, maledicendo e imprecando su ogni cosa. Anche sul sorgere del sole. Cominciai a ubriacarmi per far trascorrere le giornate diventate, ormai, insopportabili. Rischiai di morire soffocato dal mio stesso vomito. Insomma toccai il fondo. Il vuoto diventò una voragine dentro di me portandomi a tentare il suicidio per porre fine a tanto tormento.”-
L’espressione nel viso di Pippi, che fino allora si era tesa nello spiegare, con trasporto, i suoi ricordi di gioventù, diventò di colpo serena e i suoi occhi ne erano i testimoni.
-“ Dopo tanto vuoto percepito, scoprii che tutto era dentro di me. Il senso di vuoto o l’appagante pienezza poteva alternarsi solo al mio volere. Ero io stesso a decidere come. Vivere una vita intensa ma vuota oppure una vita serena colma di gioia interiore.”-
-“ Siamo solo noi stessi a dare il nostro valore alle cose. Qualunque uomo cerca di approfittare cercando di assorbire energia vitale agli altri, dall’esterno. Non c’è nulla di più errato. L’energia si trova dentro noi stessi e dobbiamo donarla al mondo. La stessa energia che ci fa decidere come desideriamo vivere e come tutto ci possa appagare interiormente. “-
-“ Non lasciatevi ingannare! Combattete con tutte le vostre forze affinché scegliate voi stessi come vivere la vostra esistenza. Una vita che colmi il vuoto che abbiamo dentro compreso quel senso d’inquietudine che ci accompagna.”-
-“ Non trascurate i vostri sogni. Createvi i vostri luoghi immaginari e visitateli ogni qualvolta ne avete la possibilità. Come un pittore dipinge la tela con il colore e la sua fantasia oppure come il poeta inventa dal nulla frasi d’amore. Seguite il vostro talento e impegnatevi affinché migliori di anno in anno. Createvi un luogo immaginario e dategli un’ambientazione. Magari ogni volta diversa. Trovate, al suo interno, un rifugio e vivete tutto ciò che volete vivere, insieme con chi volete trovare nel vostro sogno. Esattamente dove desiderate. Seguite i segnali della vostra immaginazione. Vi aiuterà ad affrontare una realtà che può essere molto deludente e insensibile. E soprattutto vuota.”-
Pippi chinò il capo e noi restammo in silenzio a riflettere sul significato di quelle parole senza avere il coraggio di dare seguito al dialogo.
Pippi disse ancora, alzando il capo come dopo una preghiera interiore -” Sono stato a fare una passeggiata nel bosco. Ci sono punti del bosco che devo controllare e vado spesso a visionarli. Voi come vi sentite?”-
Presi tutto il coraggio che avevo e approfittai del momento per parlare.
-” Caro Pippi. Incontrarti è stato più bello di quanto potessi aspettarmi. Aveva ragione Adele. Tu sei un uomo straordinario”-
-” Non sono straordinario, sono normale”- “ Molti uomini dovrebbero imparare che per essere speciali bisogna essere assolutamente normali. Anzi. Più sei una vittima, più diventi straordinario“-. Esclamò Pippi.
Sorrisi di compiacenza mentre un velo di tristezza bloccò le mie parole in gola. Abbassai lo sguardo. Il mio stato d'animo era distrutto mentre a stento cercavo di fare uscire le parole.
-”Pippi ti sono molto grato. Stare qui mi accresce ogni istante di più. Mi sento come una spugna che assorbe insegnamenti nella mia voglia di conoscere e mi sento sempre più forte nei confronti della vita. Ho una famiglia e devo anche considerare le loro esigenze. Loro vogliono partire, anche se mi piacerebbe restare. La cosa giusta da fare è sacrificare le mie volontà per accontentare le loro. Provare amore è sacrificare se stessi no? “-
Pippi m’inchiodò con il suo sguardo rassicurante di approvazione.
Sapevo con certezza che avrebbe compreso e che non avrei procurato dispiacere in quell'uomo dai modi gentili.
Allungò una mano sulla mia spalla e guardando sia Monia, sia Bianca disse.
-” Mariano tu sei pronto a condurre la tua famiglia verso la felicità come un grande condottiero fa con il suo esercito. Difendi a costo della vita le tue idee. Mettiti sempre in discussione ma cerca di essere un trascinatore e non un trascinato. Divulga le tue idee e mettiti al comando di tutti quelli che la pensano come te.
Ora sei in grado per vedere le cose in un modo diverso. Metti amore in quello che fai e vedrai che tutto prenderà un'altra luce.”-
Poi aggiunse. -” Prima che voi ripartiate, però ho bisogno di farvi conoscere un'ultima cosa, Vi va?”-
Sorrisi e con un cenno della testa acconsentii. Sorrise anche Bianca e Monia.
Ci fece accomodare in cerchio dove anche Pippi era presente seduto insieme con noi.
Ci chiese di chiudere gli occhi e abbassare il capo cercando un contatto con il cuore nel nostro corpo. Cercammo ognuno a modo proprio di obbedire alla richiesta.
All'improvviso il cielo si oscurò e un’aria fredda prese a soffiare con forza. Lo percepivo anche a occhi chiusi. Sentivo il vento fischiare tra i rami come un coro di voci provenienti da un'altra dimensione. Tentai di aprire gli occhi e controllare che tutti stessero bene.
Ma gli occhi non riuscirono ad aprirsi! Incredibilmente erano come incollati.
Quando la tensione e la paura stavano per prendere il sopravvento in me, vidi dentro gli occhi chiusi, un fuoco.
La fiamma si trovava proprio in mezzo a noi ma non toccava terra bensì era sospesa all'altezza dei nostri volti. Era calda e accogliente. Al suo interno, come un ologramma, potevo vedere le immagini dei pensieri e le emozioni dei presenti. Potevo entrare liberamente a vedere dentro i loro corpi e, soprattutto, nelle loro menti.
Mi sorprese comprendere che la fiamma era al mio servizio e che potevo usarla come un ponte per entrare nell'altro.
La prima immagine che volli vedere nella fiamma fu Bianca, mia figlia.
La mente di Bianca, era un luogo semplice, poco adornato ma con tutto ciò che era necessario. Era un luogo molto vitale e pieno di energia. Percepii la sua pura ingenuità e l'interesse al gioco. Era molto interessante conoscere le emozioni intime di mia figlia. Dalla mente, poi, passai nel corpo fisico.
Percorsi un tratto del suo corpo interno che discendeva fino al cuore. Entrai all'interno della sede dei sentimenti e trovai me. La mia immagine era ferma lì, seduta da un lato. Senza fare nulla ero a guardia di quel luogo sacro, dove nascono e si consolidano i sentimenti.
Con mia grande gioia scoprì che ero visto con grande amore e considerazione dentro quel piccolo cuore. Tuttavia erano presenti alcune figure conosciute e altre meno per lo più bambine come lei.
A un tratto, Improvvisamente, percepì un forte dolore che le attanagliava lo stomaco.
Mi diressi immediatamente nei suoi pensieri per vedere di cosa si trattasse.
Bianca provava disagio e dolore nel non riuscire a trovare qualcosa che cercava da molto tempo trovandosi ormai preda di una rassegnata disperazione.
Vedevo l'agonia del suo spirito fluttuare nervosamente. Inquieta sorvolava a velocità vorticose montagne innevate, e, profondi abissi oceanici ma senza sortire risultato.
Di lei nessuna traccia. Quella Lei era la sorella. Della sorella tanto amata non trovò nessuna traccia, anche se era convinta di averne incrociato lo spirito vagante.
Percepivo la sua convinzione che quella vibrazione che aveva percepito si trattava dell'amore della sorella.
Vedevo Bianca diversa. Il suo corpo non era più tale. Era diventato essenza. Era passato, nei millenni, come tutta la generazione umana, attraverso innumerevoli malattie e comportamenti che ne avevano cambiata la genetica. Tutti gli uomini si erano modificati, attraverso varie fasi, alla completa dissoluzione del corpo stesso.
Ora esisteva una società di spiriti, di anime, di essenze, menti evolute e immortali in un tutt'uno con gli elementi.
Entità che avevano il potere del "tutto" ma che ancora ricercavano qualcosa di primitivo, di arcaico, un’illusione dell'antichità che aveva resistito nei millenni.
Questa illusione era la linfa necessaria a queste anime per mantenere un contatto con le altre essenze che abitavano il pianeta.
Questo era chiamato "amore".
Il solo sentimento a dare un significato alla loro perenne e per certi versi insensata esistenza.
Vedevo sempre più intensa, la convinzione di Bianca, certa di avere sfiorato, casualmente, l'entità della sorella, la quale le aveva trasmesso messaggi d’amore facendo vibrare la sua corteccia aurea.
Ora non la trovava più.
Nemmeno la ricerca sensoriale che tutti gli spiriti possedevano, simile a un radar, sortiva più effetto. Nessun segno di presenza. Nulla.
Sapevo, attraverso la visione di Bianca, che in quel tempo, bastava concentrare e focalizzare con il pensiero, l'emozione verso l'entità amata per raggiungere un contatto con il quale comunicare.
Percepivo il suo sconforto perché nemmeno questo sembrava funzionare.
Vidi l'entità di Bianca decisa a partire alla ricerca dell'anima della sorella.
L’emozione vissuta non poteva essere trascurata.
Né tanto meno dimenticata.
Bianca visitò tutti i pianeti conosciuti e sconosciuti, si spinse, dove il buio è più buio e la luce più luce.
Dove regna il freddo e dove il fuoco brucia ogni cosa.
Provò il vuoto e la densità assoluta. Entrò nelle viscere della terra. Sorvolò il nulla e s'incanalò nel tutto.
Sperimentò il bene e il male ma di lei nessuna traccia.
Alla fine, esausta dal viaggio e distrutta dal dolore, si volle riposare e scelse un tranquillo parco per lievitare in assoluto silenzio.
Mentre la sua immobilità trascese da ogni evento, una piccola, lieve e unica folata di vento mosse le foglie di un grande albero e indirettamente la sua coscienza e il suo interesse.
Bianca, che conosceva il punto zero e da dove nasceva il vento, sapeva che quella breve brezza, era stata mandata dal creatore per attirare il suo interesse.
Allora le venne in mente che forse non era nel mondo esterno che doveva cercare bensì dentro di sé.
Uscì dal suo nulla e riaccese le percezioni sensoriali anche quelle più remote e sconosciute.
Entrò nel suo profondo in luoghi fino ad ora inesplorati. Vagò sperduta dentro se senza meta. Incontrò il dolore, la frustrazione, la disperazione, trovando, tra le pieghe della tristezza, il labile suono di un lontano lamento che riconobbe essere un pianto. Sperava fosse lei.
Era un suono molto distante, un lamento sottile, un piccolo grande dolore che proveniva proprio sopra di lei nel settore di cielo che si apriva tra le foglie verdi del grande albero illuminato dal sole.
Nel cielo, intorno al flebile lamento, sostava una nuvola molto bianca, tonda e morbida. Decise, così, di entrarci per esplorare il suo interno. Tra i cumuli di materia morbida, sentì di nuovo quel lamento, ora provenire più intenso.
La vedevo camminare a fatica sul denso vapore con il quale era costituita la nuvola alla ricerca della fonte di quel pianto. Sentiva che lei era lì.
A un tratto la vide.
Era intorpidita e rannicchiata in un angolo intenta a trasmettere il suo lamento.
Finalmente l'aveva trovata e lo spirito di Bianca s’illuminò di un’aurea color azzurro intenso.
Avvicinandosi allo spirito della sorella, la percezione della piccola s’inondò di felicità e i suoi sensi si riempirono d’amore appena percepì la presenza di Bianca.
L'essenza infelice smise di trasmettere tristezza che diventò gioia nel sentire Bianca e l'amore che portava con sé.
Si era nascosta in una nuvola in preda alla paura di aver perso l'essenza e il significato dell'amore globale.
Ora era tutto finito. Bianca era lì.
L’aurea della sorella, che era di colore arancione a causa della sua negatività, cambio colore e intensità diventando azzurra anch'essa attirando a se quella di Bianca.
Volarono velocemente l'una verso l'altra e, cosa incredibile e inaspettata, si fusero insieme diventato uno spirito unico, forte e appagato.
la notizia si sparse velocemente tra tutte le essenze che vivevano in quel pianeta futurista.
Vedevo, dalla loro esperienza, nel contesto di quello strano mondo, che tutti gli spiriti, ora, cercavano quell'indomabile sentimento che si chiamava amore.
Ricercavano l'emozione di chi era in grado di ricevere un altro spirito nel suo pieno essere così da fondersi perfettamente uno dentro l'altro per tutta l'eternità.
Mi sentivo emozionato dall'esperienza di conoscere mia figlia e la sua esistenza in un lontanissimo futuro.
La fiamma mi permetteva di vedere immagini che non avrei mai potuto vedere in qualche altro modo.
M’invase la consapevolezza che ogni conoscenza attuale andrebbe sempre rapportata al suo sviluppo nel futuro. Il presente scivola via come acqua tra le dita. Ogni istante termina in se stesso. Solo il futuro ci attende con i suoi eventi. Quello che oggi ha un qualsiasi valore, domani non lo avrà modificando tutto compreso il nostro modo di pensare.
Improvvisamente, percepì un rumore di passi di qualcuno che stava correndo dietro di me. Non riuscivo ad aprire gli occhi e allora mi affidai a guadare attraverso la fiamma.
Vidi Monia, vestita con abiti sportivi, ferma ai margini di un bosco. Percepivo il battito del suo cuore che spingeva il sangue forte nelle vene mentre le folate ritmiche del suo respiro contraevano i polmoni. Ora io ero lei e potevo percepire le sue stesse sensazioni.
Percepivo il senso di smarrimento di Monia la quale non ricordava più cosa, c’era stato nella sua vita, prima di arrivare in quel luogo. Il paesaggio che si apriva di fronte la rapiva in modo tale da farle dimenticare il percorso fatto fino a quel momento.
Era ferma ad assaporare la visione di quel fitto intrigo di rami e della flora rigogliosa in questo caldo giorno di estate.
Le forme e i colori delle foglie esaltavano la magia della natura di quel luogo particolare su cui si narravano stupende leggende mentre, una brezza estiva, faceva risuonare tra i rami, una sorta di melodia che la rapiva attraendola all'interno del bosco.
La vedevo restare ancora immobile a pensare sul da farsi.
Si trovava esattamente, dove finisce il campo di grano appena mietuto e inizia il bosco chiamato Shaman Sadhu dagli abitanti del luogo.
In lontananza, all’interno della vegetazione, sentivo lo scorrere di un ruscello mentre davanti a me si apriva un sentiero dentro un fitto sottobosco.
Gli alberi secolari, con la loro imponenza, si stagliano a guardiani di tanta bellezza.
Decise di inoltrarsi un poco.
La sua curiosità la attirava a proseguire da sola nonostante i suoi compagni di viaggio avessero imboccato una stradina polverosa che scendeva a destra in direzione del paese.
Con apprensione e indecisione imboccò il sentiero ascoltando i passi della corsa calpestare l’erba e ogni tanto colpire un sasso o una radice producendo un rumore più forte.
Il silenzio era irreale, rotto solamente dal suo respiro che si faceva sempre più rapido mentre percorreva il sentiero che s’inerpicava verso l’alto.
Il paesaggio, che si presentava, era stupendo e nello stesso tempo misterioso.
I raggi del sole filtravano attraverso gli alberi creando strisce visibili di polvere che alzava il suo procedere di corsa.
Sembrava che quei raggi fossero lo sguardo di Dio.
La curiosità non la abbandonava e a ogni curva del sentiero sentiva più forte il bisogno di proseguire sfidando, di fatto, l’ignoto.
Fiori gialli e viola accompagnavano il suo cammino ai lati del percorso mentre tutto intorno il rumore di rami spezzati. Erano forse caprioli.
Si ritrovava immersa in una serenità mai provata prima. Tutti i suoi timori, da abitante della città, erano scomparsi.
Sentivo il pulsare della vita in quel luogo e mi sentivo facente parte. Era sorridente e appagata. Il suo sguardo viaggiava veloce in ogni direzione come per prendere energia dal bosco che si modificava mostrando nuovi paesaggi.
Nel caos naturale tutto era incredibilmente ordinato e ogni cosa era al proprio posto.
Aveva desiderato che quegli attimi fossero stati infiniti mentre il luogo continuava a regalarle nuove immagini di se stesso dietro ogni curva.
La vidi proseguire senza paura in quell'intrigo di rami che accompagnava il sentiero.
A un tratto, si accorse, che Il tempo stava improvvisamente cambiando verso il brutto decidendo comunque di proseguire.
Il vento si faceva più freddo mentre lambiva le sue spalle scoperte e un fronte nuvoloso avanzava minaccioso. Era un cambiamento inconsueto, quasi irreale, mentre l'aria si riempiva di un’insolita elettricità.
Vista la situazione meteorologica in netto peggioramento, decise di tornare indietro.
Ben presto, però, fu raggiunta dalle nuvole basse che le coprivano, ovattando i suoni, la visione del bosco e il sentiero del ritorno. Si sentiva protagonista, o forse prigioniera di una favola.
Il paesaggio si era trasformato in qualcosa d’irreale dove ogni contorno perdeva consistenza in una nebbia sempre più fitta.
Dopo pochi passi in cerca del sentiero si dovette fermare. La nebbia si trasformò in un vero muro di fumo bianco che copriva ogni cosa come un velo di seta bianca.
Era entrata in una nuvola e ora la stava toccando. Che sensazione!
Sentiva quel velo impalpabile posarsi sulle sue braccia nude, procurandole brividi che percorsero tutto il suo infreddolito corpo.
All’improvviso quel tocco impalpabile si trasformò in una reale carezza, una mano le stava accarezzando una spalla.
Monia urlò impaurita con quanto fiato, aveva in gola.
-“ Non avere paura, sei sempre la solita, lo sapevo che ti saresti persa”- disse una voce alle sue spalle.
Si voltò di scatto e sgranò gli occhi terrorizzata.
Era difficile riconoscere i contorni nella nebbia ma il suono della voce del misterioso incontro non la spaventò, trovandone, anzi, un qualche senso di familiare.
La sorpresa arrivò colpendola come un macigno che la fece quasi svenire. Le pulsazioni salirono alle stelle mentre un sudore ghiacciato le bagnava la fronte. Non riuscì a parlare e per un attimo si sentì persa.
_”Pa-pa-papà”!?!???...impossibile…Sei proprio tu????...cosa mi sta succedendo????...non ci credo!!!
-” Non avere paura amore…sono proprio io…”- disse la figura.
Lo stupore di Monia diventò irrazionale, al limite della pazzia. Il padre era deceduto qualche anno prima ed era impossibile la sua presenza.
-“pa-pa-pa-papà!!!!!... scoppiai a piangere singhiozzando.
-“Non avere paura. Sono venuto per aiutarti a ritrovare la retta via per il ritorno. In fondo cosa servono i padri se non per proteggere le proprie figlie”- “ e tu sin da piccola hai avuto bisogno di protezione e che forse non ti ho mai dato”.-“ Sei la mia preferita e lo sai, anche se non te l'ho mai dimostrato, ma conosci bene il mio carattere da orso”-
Rimase senza parole a fissare quell’ombra nella nebbia sempre più fitta.
“-quante cose vorrei chiederti papà”- le dissi. –“non so da dove cominciare”-
“- Le risposte alle tue domande”- esclamò –“sono dentro di te”-“ cercale e finirai di tormentarti”- “Io sto bene, dove mi trovo”- “ho incontrato i tuoi nonni lassù e tutti i miei avi”.
“- Era quello che desideravo di più al mondo, riunirmi con le persone che ho amato e ora sono sereno e in pace”-“E’ la natura ad avermi strappato da te come è natura questo magnifico bosco!dobbiamo accettare tutto perché tutto è stupendo!!!!”-
-“oh papà!!!”- disse cadendo in ginocchio –“forse non ti ho mai detto quanto ti ho amato”-
-“ Non preoccuparti tesoro mio! Io so quanto mi hai amato.-“ Ti ho amata anch’io con tutto me stesso senza risparmiarmi mai”- “ ma ho commesso degli errori ed è per questo che sono tornato. Per essere perdonato”-
-” Oh papà, ma certo che ti ho perdonato. Mi manchi tanto!”-
-” Anche tu mi manchi tanto ma da lassù ti vedo e sei diventata molto brava”-” Sono molto orgoglioso di te”-
Poi aggiunse – “ Il nostro amore è così grande che non morirà mai”-
Monia abbassò la testa e un fiume di lacrime le bagnò la maglia.
Percepì che tutto di lei era invaso dal gratificante senso del perdono.
Era scossa e tremante.
Quando rialzò il volto, la figura era scomparsa e con essa le nuvole. Un timido sole si stava affacciando tra la nebbia.
La fiamma si allontanò dal mio volto collocandosi al centro del nostro circolo.
Ero così emozionato per avere vissuto i dolori dei miei cari che mi lasciai andare a un pianto inconsolabile.
Avrei voluto donare sollievo, ma sapevo che ciò non sarebbe stato possibile. Ero a conoscenza del dolore altrui e questo mi avrebbe aiutato a non creare nuovo dolore bensì a comprendere.
Questa nuova esperienza cominciò a piacermi trovando interessante potermi inserire dentro i pensieri e le emozioni altrui.
Avevo l'opportunità di vivere le sofferenze grandi o piccole con cui ognuno di noi, quotidianamente, deve fare i conti.
Pensai se anche con Pippi avrebbe funzionato. Ero curioso di conoscere qualcosa in più del mio anziano amico.
Mi concentrai su Pippi e cercai di soffermare il pensiero sulla fiamma.
Avevo il desiderio di entrare in quell'uomo per carpire i segreti e vedere le sue sofferenze. Mi avrebbe aiutato a comprendere le mie domande e la mia sete di conoscenza.
Ero certo che quello che stava accadendo era opera sua con l'intrinseco desiderio di farmi comprendere qualcosa di molto importante. Oppure era solo una sfida.
Mi concentrai e vidi Pippi all'interno della fiamma che ora si trovava vicino ai miei occhi donandomi una lieve luce e un rassicurante calore.
Pippi era accovacciato sulla riva del fiume intento in un mantra di preghiera.
A occhi chiusi faceva scorrere tra le dita, simile a una conta su un pallottoliere, le perline della propria collana intento a ripetere la stessa preghiera a voce bassa.
Il suo viso era scavato, la pelle cotta dal sole, la barba e i capelli lunghi.
Aveva pochi abiti indosso e nella sacca poche cose che servivano per sostenersi nel suo girovagare senza meta; in solitudine e fino all'ultimo respiro.
Era una giornata assolata e molto calda e, complice l'elevato tasso di umidità, si era formata un’irreale foschia dando al luogo un non so che di mistico.
Il fiume, poco distante, scorreva veloce provocando piccoli vortici dai quali si rifletteva il sole che faceva capolino dalla fitta vegetazione.
L'aria profumava di bacche selvatiche.
Mentre era intento nella sua isolata preghiera, accovacciato a terra e con il capo chino, una perlina, improvvisamente, si staccò dalla collana e cominciò a rotolare lungo il pendio della riva.
S’infilò tra l'erba che in quel punto era molto rada scoprendo grandi chiazze di terra arida.
Pippi guardò la sua perlina rotolare velocemente verso il fiume senza fare nulla, forse pensando a un pezzo della sua vita che se ne stava andando insieme con essa.
Inaspettatamente, la perlina rotolante, fermò il suo movimento accanto ad un piede. Accanto al mio piede.
Mi vedevo in piedi proprio sul ciglio del fiume ad ammirare l'orizzonte e non mi accorsi di nulla.
Lui si avvicinò lentamente mentre io lo guardavo arrivare verso di me.
Salutò inchinandosi con le mani giunte e raccolse la sua perlina.
-"Saluto la divinità che c'è in lei e la ringrazio per aver fermato la corsa della mia perlina verso l'oblio"- mi disse Cippi
-" Sono io che ringrazio lei"- dissi.
Sapevo che quell'incontro avrebbe in qualche modo segnato per sempre la mia vita.
Dalle mie parole ma soprattutto dal mio sguardo bisognoso, Lui "comprese".
Ci sedemmo, così, uno di fronte all'altro e facemmo conoscenza parlando delle sofferenze del mondo ma soprattutto delle mie sofferenze personali.
Calarono le prime ombre della sera e Cippi accese un fuoco dove potemmo cuocere, su di un sasso, i pesci pescati poco prima.
All'arrivo della notte, mentre tutto intorno regnava il silenzio, Cippi si alzò mentre io rimasi seduto nella posizione del fiore di loto a meditare. Prese delle piccole rocce e le pose a terra disegnando intorno a me un cerchio.
Mi disse che questo simbolo aveva lo scopo di proteggermi da entità ostili e aggiunse:
-"Come il fuoco del nostro falò, chiudi gli occhi e immagina la fiamma che brucia la legna "- disse "- fai che quell'immagine rimanga impressa nella tua mente-".
Io ubbidì in silenzio.
Pippi ora mi girava intorno, brandendo un tizzone infuocato nella mano destra e sussurrando un canto ripetitivo e ipnotico invocando gli spiriti guida.
Nel suo girare in tondo, aumentava sia la velocità di rotazione sia il volume del canto provocandomi un senso di stordimento. Poi il canto s’interruppe e Pippi, messosi in ginocchio, cominciò a invocare il mio l’animale guida implorandolo di mostrarsi.
A un certo punto mi si sentì leggero, come sollevato e trasportato in un altro luogo e in un’altra dimensione.
Mi vedevo come spettatore e protagonista nel medesimo momento. Ero in piedi dentro una nuvola dove all'interno s’inerpicava una specie di sentiero che portava a un pezzo di cielo azzurro come una strada incontra una galleria nella montagna.
Intrapresi il sentiero e m’incamminai con speranza. Poco dopo, in lontananza, apparve Pippi stagliato nel cielo azzurro che m’invitava con la mano a proseguire il cammino.
Non era solo. Aveva su una spalla un'aquila reale.
La sua espressione era serena e questo mi aiutò a proseguire senza indugi e paure.
Arrivai alla fine del tunnel di nuvola e trovai Pippi ad attendermi sorridendo.
Lui chiuse gli occhi e mi fece cenno di fermarmi e attendere.
Io ubbidì ma non riuscì a trattenermi dal girare indietro la testa, quando percepì una presenza dietro di me che si avvicinava lentamente. Era uno splendido Leone. Il grande felino aveva un’andatura rassicurante e non m’impaurì. Il leone si strusciò sulle mie gambe, mi leccò una mano, mi fissò e con un balzo improvviso entrò in me.
Ora io ero il leone. Mi volsi verso Pippi e lui era una splendida aquila.
Ora i due animali si avvicinarono ai margini della nuvola là dove iniziava il cielo limpido.
L'aquila prese il volo andando a disporsi alla fine del ponte che nel frattempo era apparso davanti a loro. Un ponte costruito sopra i sogni puri di tutti gli uomini di buona volontà.
Il leone indugiò. Prima si guardò intorno con fare circospetto poi con decisione s’incamminò lentamente. Mentre percorse il ponte, fu attraversato da intense sensazioni mai provate prima.
Un vortice inarrestabile centrifugava la sua mente e le emozioni. Il corpo del felino si contorceva come attraversato da scariche elettriche. Provò di nuovo le zampe forti del padre e la tenerezza materna. Provò il dolore. Sentì l'amore e l'odio. Si lacerò interiormente. Provò la serenità. Sentì la pena per la sua morte e la sorpresa di avere nuovamente una vita da spendere dentro ad un altro “corpo”.
Improvvisamente andai oltre vedendo Pippi come all'interno di un luogo che non riuscivo a riconoscere. Un luogo dove la nostra conoscenza umana lasciava il posto a una fede totale.
Era di fronte mentre un imponente tremore s'impossessò di me insieme con un risonante rumore simile a grandi venti che si scontravano. Mi accorsi che qualcosa di sacro mi circondava permeando i miei sensi. Qualcosa mi scosse e mi fece prostrare in ginocchio. Mi resi conto che ero stato gettato a terra e alcune parole uscirono dalla mia bocca contro la mia intenzione: “O Tu, Divino tra le divinità, che nella Tua grande misericordia Ti degni di venire alla vista di un così grande peccatore, rendimi degno della Tua Grazia! Pregai e apparve una mano che strinse le mie. Stavo in ginocchio al Suo cospetto contemplando il Suo volto mentre due lacrime rigavano le mie guance. Il volto di Pippi s’illuminò di tale santità che non poteva essere espressa con le parole. Mi disse che era il Creatore del mondo e il Redentore. Mi mostrò il mondo reale e i mondi degli spiriti, il Paradiso e l'Inferno. Cosicché divenni certo della loro presenza. Poi Pippi mi disse di aprire gli occhi affinché potessi vedere nell'altro mondo e, in uno stato di perfetta veglia, cominciai a conversare con gli angeli e gli spiriti percependo le emozioni nell'ignoto.
Ci fu improvvisamente un grande lampo di luce, simile ad una esplosione silenziosa, e finalmente riuscì ad aprire gli occhi.
Mi stropicciai gli occhi e allungai le braccia, felice di essere tornato alla dimensione del reale.
Conia e Bianca erano sedute sulle sedie vicino al tavolo e mi fissavano con sguardo sbigottito e immobile e notevolmente preoccupate.
-” Papi stai bene? Sei rimasto immobile seduto per tantissimo tempo”-
Il calare della sera m’indicò che ero rimasto in quella posizione immobile per molte ore, anche se mi era parso passare pochi istanti.
Mi risvegliai intorpidito e confuso ma decisamente pieno per quell’esperienza di conoscenza consapevole.
Salutai la mia famiglia, con un cenno della testa e con un sorriso cercando di rassicurare sul mio stato di salute.
Il viaggio dentro ognuno di loro e nei loro dolori più reconditi, mi aveva accresciuto ma nello stesso tempo svuotato di ogni energia.
Il “vedere” mi aveva fatto comprendere che, ognuno di noi porta con sé un dolore nascosto che non viene mai estirpato. Un dolore celato in qualche remoto angolo del nostro cuore ma ben presente quando involontariamente evocato.
Il dolore di essere venuti al mondo, strappati da un luogo misterioso, sconosciuto e senza memoria con il destino di doverci ritornare, un giorno. Un’ingenerosa fine dopo una vita di sofferenze, intervallata da qualche gioia, quasi come rispondere a un preciso compito su questo pianeta.
Pensai alla nascita di ognuno di noi come un grande mistero biologico. E con uno stesso grande mistero salutiamo la nostra vita e il nostro pubblico chiudendo il sipario.
Avrei voluto alleviare le sofferenze dei miei cari ma sapevo che questo non sarebbe stato possibile. Capii, tuttavia, che il solo comprendere i dolori altrui, sarebbe servito a provare pietà senza lasciarsi andare in avventati e spesso errati giudizi rendendoci più umani di fronte al nostro prossimo.
Il “vedere” attraverso lo spazio e il tempo mi aveva permesso di conoscere che non esiste una sola verità assoluta che abbia una solida convinzione strutturale che duri nel tempo.
Perché tutto cambiava e si modificava.
Compresi che quello che aveva un valore oggi non lo avrebbe avuto più in un futuro dopo il trascorrere del tempo.
Come diceva un saggio “la malattia più grande per l'uomo è la sua mortalità”.
Non riuscì più a pensare a Pippi come un uomo. Il vedere il suo volto in quella situazione mi aveva fatto capire che era certamente di più di un semplice montanaro.
Non osavo pensare che fossi stato così vicino a Dio. Non mi sentivo all'altezza.
-” Mamma dove è andato il “nonno?”- sentì la voce mia figlia.
-” E' uscito nel bosco senza dire nulla”-.
-” forse sarà andato controllare quei luoghi della montagna dei quali ci raccontava spesso” - Rispose Monia.
Cercai Pippi con gli occhi ma non lo vidi.
Chiesi di lui e mi risposero che si era allontanato nel bosco con il suo passo deciso, aiutato dal bastone e senza proferire parola, come se dovesse andare a un appuntamento e fosse in ritardo. l'avevano visto scomparire all'orizzonte dietro ad una curva del sentiero.
Quella sera fummo tutti certamente più tristi.
Io avevo bisogno di Lui e pregai intensamente affinché tornasse.
Mentre raccoglievo le mie cose, mi accorsi che su una roccia, con il carbone, era presente la scritta "vieni a me, ti aspetto”-.
Era l'ennesima provocazione di Pippi pensai. Anche se, quelle parole scritte, in qualche modo, avevano un senso recondito che mi terrorizzava.
Quella sera trascorse in un misto di tristezza e preoccupazione e si leggeva dai nostri sguardi e dalle poche parole.
Rimanere nella sua casa, in sua assenza, mi procurava un certo imbarazzo e un grande senso di vuoto.
Mi aspettavo che da un momento all'altro, lo avrei visto apparire da dietro la porta emettendo la sua fragorosa e inconfondibile e contagiosa risata.
Mi mancava la sua allegria e la sua vasta conoscenza. Era chiaro che quell'uomo aveva vissuto molto per conoscere tutto ciò che ogni istante ci insegnava.
Ora quel vecchio saggio mi mancava, e mancava a tutti noi.
Mancava a Bianca perché sapeva giocare con lei in un modo costruttivo.
Mancava a Monia per le parole di sostegno che le diceva. Sembrava conoscere le sofferenze di quella donna.
Mancava soprattutto a me.
Quell'uomo era riuscito, con il mettermi alla prova ogni istante, a far sì che io dessi il meglio di me in ogni circostanza. Il mettermi sotto pressione mi costringeva a non allentare mai l'attenzione nelle cose.
Era riuscito a farmi migliorare la percezione seguendo il mio istinto. Era riuscito nell'intento di sviluppare la mia coscienza che ora parlava con voce preminente su una mente troppo spesso inquinata.
Aveva aperto i miei occhi su un mondo parallelo al presente, dove non c'è solo quello che si vede e si tocca, ma dove esiste anche quello che non può vedere.
Mi aveva insegnato la calma e la serenità nei gesti, il parlare tranquillo e distaccato ma anche il fermo convincimento nelle proprie idee seguendo i pensieri nella disciplina e nell'autoregolazione.
Sapevo che tutto quello che avevo vissuto, in quei giorni, era opera di Pippi ed anche questo epilogo era, di sicuro, una sua machiavellica idea.
Dove sarà andato? Sarebbe tornato? Cosa mi sta facendo capire? Dovrei andare a cercarlo oppure no? Forse starà colloquiando con il divino?
O magari più semplicemente lo rivedrò domani al mio risveglio.
Che cosa avrà voluto suggerirmi con quella scritta?
Di certo c'era il suo zampino in tutto questo e mi apparve un leggero sorriso sul viso.
Sapevo che, da qualche parte su queste montagne, lui stava ridendo di me e di tutte le mie paure e i miei dubbi.
La notte durò davvero poco e la mattina mi sorprese che stavo ancora dormendo. Appena fossi in grado di connettere mi precipitai nella camera adibita al riposo di Pippi sicuro di vederlo ma nessuna traccia della sua presenza era presente.
Di certo non era rientrato e una grande inquietudine mi assalì. Cosa gli era successo? Magari era caduto in qualche crepaccio? Cercai di allontanare ogni brutto pensiero quando vidi avvicinarsi a me Bianca.
-” Papà oggi andiamo via vero? “- Mi mancano i miei giochi e i miei amici”- “ Mi avevi promesso che saremmo andati via”-.
Io non risposi.
Scrutavo l'orizzonte in attesa di un segnale. Magari avrei visto Giuseppe Pippi camminare lungo i sentieri aperti che tagliavano trasversalmente le montagne.
Vederlo mi avrebbe, di certo, permesso di partire senza avere nessun dubbio o preoccupazione sulla sorte di quell'uomo.
Invece sui sentieri che vedevo in lontananza, di Pippi nemmeno l'ombra.
-” Non avrai intenzione di partire per cercare quell’uomo?”- Disse Monia.
Non risposi.
Non sapevo cosa fare rimanendo immobile a pensare sul da farsi seduto sulla sedia posta all'ingresso della casa.
Pensavo che se fossi andato a cercare Pippi tra le montagne avrei certamente messo in difficoltà la mia famiglia lasciandola alla mercé di se stessa.
Sarebbe stato da irresponsabile e accantonai l'idea.
Se non fossi andato, sarei di certo partito con un grande senso di colpa.
Dove lo avrei potuto cercare? Mi chiesi. Lo spazio fuori era immenso e poteva essere ovunque.
La decisione da prendere era molto complicata e difficile.
Dovevo scegliere il da farsi al più presto, senza avere nessun tentennamento né ripensamenti.
Mi allontanai dalla casetta qualche passo nella direzione che mi aveva indicato Monia sul sentiero intrapreso da Pippi.
M'incamminai e percorsi il sentiero che bucava il bosco come dentro ad una galleria. Camminavo in silenzio guardando a terra e cercando di non farmi perdere nessuna possibile traccia del suo passaggio.
A un certo punto, improvvisamente, vidi muoversi davanti a me una serie di cespugli. Ero certo che fosse lui.
-” Finalmente sei tornato vecchio saggio!! Urlai felice. -” Ci hai fatto morire di paura per la tua sorte!!”-
Mi aspettavo di sentire, da un momento all'altro, la sua risata rompere la magia del bosco con la sua voce profonda e intensa. Non arrivò nulla. Nessuna risposta.
Cominciai ad arrabbiarmi e Il mio livello d’irritazione sbottò in un urlo seccato.
-” Adesso basta!!...mi hai stancato con tutti i tuoi giochetti magici, noi siamo seriamente preoccupati per te. Adesso vieni fuori e facciamola finita!
Mi diressi deciso verso il folto cespuglio che, nello stesso tempo, rimase immobile al mio avvicinarmi.
Improvvisamente e inaspettatamente, dal cespuglio, sbucò un bellissimo e fiero cerbiatto. Era un bell’esemplare, giovane e proporzionato. Il suo corpo era magro e muscoloso e i suoi occhi erano profondi e magnetici.
Mi fermai sbigottito davanti a quell'animale bellissimo.
Il cerbiatto era immobile sul sentiero nella direzione da dove io provenivo e con la testa completamente rivolta verso di me fissandomi.
Io mi bloccai ad ammirarlo.
Mi sorprese vedere l'animale fermo a guardare le mie mosse senza fuggire terrorizzato.
Per un attimo, agli occhi del cerbiatto, si sovrappose lo sguardo di Pippi, e in particolare, quando mi fissava con piglio interrogativo.
Mi sfregai gli occhi increduli e mi nacque un lieve sorriso sulle labbra.
Il cerbiatto continuava a fissarmi immobile sul sentiero. Decisi, così, di fissarlo a mia volta.
Un brivido mi percorse tutta la schiena. Ero incredulo e spaventato ma negli occhi del cerbiatto avevo visto quelli di Pippi. Non osavo crederci.
Improvvisamente l'animale abbassò la testa come in un segno di saluto e partì con enormi balzi lungo il sentiero che portava alla vetta della montagna.
Lo vidi balzare felice per parecchie centinaia di metri per poi sparire dentro il bosco sottostante. Era il segnale che aspettavo. Avevo avuto la sua approvazione per partire.
Una lacrima rigò le guance del mio viso. Ora sapevo esattamente cosa dovevo fare.
Ora sapevo che Pippi era, finalmente, libero com’era nella sua natura essere.
-”Non ti scorderò mai caro vecchio amico, ovunque tu possa essere e ovunque sarai”-.
Tornai da Monia e Bianca per raccontare la mia esperienza e annunciare la mia decisione di partire.
Bianca fece un grande urlo di gioia e iniziò a saltare in preda ad una felicità incontrollabile.
Monia fu molto più tranquilla nella sua reazione ma si leggeva negli occhi che era felice di lasciare quel luogo. Io invece ero tremendamente triste. Ero triste nel profondo perché quel posto e quella persona mi avevano insegnato molto. Mi avevano fatto vedere quello che io realmente volevo vedere e vivere le esperienze che desideravo vivere. Abbandonare quel lago e quelle montagne silenziose e mistiche mi procurava una stretta al cuore che mi toglieva il respiro.
Il mio viso rimase inespressivo e sereno, mentre il mio interno ribolliva come lava di un vulcano. Attesi qualche istante prima di pronunciare: - “ Sì, andiamo!”-.
Mentre Bianca rimaneva fuori alla casa a giocare io e Monia finimmo di preparare gli zaini con quelle poco di cose che dovevamo riporre negli zaini.
Chiudemmo le porte di casa come si fa quando si pensa di rientrare dopo poco tempo. Senza tanta cura e attenzione. Forse pensai che Pippi sarebbe rientrato, un giorno, nella sua casa e che quel luogo avrebbe di nuovo visto passare la vita.
Ero certo, tuttavia, che non avrei mai più rivisto quella casa, quei luoghi e nemmeno quel vecchio saggio. Non lo avrei rivisto, almeno, in questa dimensione.
Nel primo pomeriggio partimmo in direzione della nostra automobile parcheggiata lungo la strada a valle.
La discesa fu più agevole grazie alle indicazioni che avevo prudentemente lasciato sui rami, nei passaggi più complessi del percorso. Arrivammo nel piazzale a valle nel tardo pomeriggio rallegrandoci che tutto era come lo avevamo lasciato una settimana prima. L'auto era rimasta fedelmente ad attenderci e la ringraziammo per la grande fedeltà nella giocosa ilarità di Bianca.
Dopo aver caricato l'automobile con i nostri zaini, ripartimmo in direzione del campeggio.
Bianca, dopo poche curve, si addormentò sdraiandosi nei sedili posteriori.
L'atmosfera era silenziosa ed era palpabile il nostro stato d'animo così come i pensieri che accompagnavano il nostro ritorno alla normalità.
Pensavamo ai giorni passati in quel posto incantevole, isolato ma allo stesso momento carico di vita e al ritorno al campeggio che avevamo lasciato improvvisamente, un giorno, senza più comunicare notizie di noi.
“- Ci avrà tenuto il posto, la sig.ra Tiziana del campeggio? “- Disse Monia
-” Credo proprio di no, e non potevamo di certo farle una colpa. Sicuramente aveva chiamato le forze dell'ordine per denunciare la nostra scomparsa e la nostra morosità”-.Dissi.
Eravamo partiti, purtroppo, senza pagare il conto, lasciando tutte le nostre cose lì. Oggi avremmo chiesto scusa e pagato il nostro dare.
Percorremmo tranquilli le stradine di montagna che ci avrebbero condotto al piccolo paese dove si trovava il campeggio che ci aveva ospitato.
Anche Monia, poco dopo, si addormentò sul sedile anteriore a fianco del mio nel silenzio che nel frattempo si era creato nell'abitacolo.
A un tratto vidi delle gocce d'acqua posarsi sul parabrezza della vettura. Erano scarse e distanti l'una dall'altra ma era segno inconfondibile che stava incominciando a piovere.
La pioggia che iniziava a bagnare la strada e la stanchezza che indubbiamente si faceva sentire, mi consigliarono di ridurre la velocità così da viaggiare in completa sicurezza.
Nel frattempo il sole era calato così da permettere il sopraggiungere della sera colorando di rosso porpora il tramonto all'orizzonte.
Feci una breve sosta su uno spiazzo al lato destro della strada. I miei compagni di viaggio non si accorsero di nulla sprofondati nel loro sonno ristoratore. Ricordo di averli invidiati per un attimo.
Scesi dall'auto mentre le gocce di pioggia bagnavano la testa e mi diressi verso i sedili posteriori, dove dormiva Bianca beatamente.
La sistemai bene sui sedili e le chiusi intorno alla cintura di sicurezza.
Facendo il giro intorno all'auto, mi assicurai che anche le cinture di Conia fossero ben ancorate.
Ora, ero di certo, più tranquillo.
Mi accomodai al mio posto di guida e mi asciugai i capelli con una mia t-shirt trovata tra le tante cose sparse nell'auto. L'auto era piena di tanti oggetti buttati un po’ alla rifusa ma ognuno con il suo scopo e il suo perché. C'erano attrezzi di vario genere, Una piccola vanga, una zappa di uguali dimensioni e una scure. Una borsa blu racchiudeva giravite, martello e chiavi inglesi e minuteria varia. Abbigliamento e accessori per la corsa, scarpette da corsa in strada e le artigliate per la corsa in montagna. Teli cerati e giacche a vento. Tutto il necessario per un campeggio improvviso in un luogo non organizzato e zaini con, all'interno, tutto e di più, compreso barrette energetiche da mangiare e bottiglie d'acqua.
Mi assestai sul sedile per trovare una comoda postura e lentamente ripartii mentre la pioggia cominciava a cadere sempre più copiosa. Avevo intenzione di non fare più soste fino al campeggio che distava all'incirca un paio d'ore di viaggio.
In cuor mio speravo che la pioggia smettesse di scendere, così da rendere il nostro viaggio più tranquillo permettendoci, inoltre, di trascorrere una notte relativamente tranquilla in tenda. Anche se, in ogni caso, l'umidità avrebbe intaccato le nostre ossa. Tutti sanno che non è sempre piacevole rimanere in tenda mentre fuori piove.
Nonostante le mie preghiere e le richieste, la pioggia non smetteva per nulla anzi cadeva con sempre maggiore intensità. Ormai si stava trasformando in un vero e proprio acquazzone scatenando tutta la sua furia.
Il fumo, che l’acqua provocava cadendo con forza sull'asfalto, si mescolava con una leggera foschia prodotta dal bosco di sera, impedendomi di vedere bene.
Rallentai ancora la mia marcia mentre dentro l'auto rimbombava il suono delle gocce che colpivano la carrozzeria.
Ma tutto ciò non sembrava turbare il dormire di Bianca e Monia.
Accesi il riscaldamento immettendo nell'abitacolo un leggero calore decisamente gradevole, mentre fuori si scatenava un vero e proprio nubifragio estivo con tuoni e fulmini.
Una musica accompagnava il mio percorrere la strada in completo riposo, anche se fuori gli elementi stavano scatenando la loro potenza. Ero inaspettatamente tranquillo e rilassato e tutti i miei ricettori indicavano che stavo bene.
Avevo trascorso delle interessanti giornate come amavo passare, notevolmente costruttive per la formazione di un nuovo modo di pensare. Sapevo esattamente chi ero e quale posto mi era stato assegnato in questa vita e non chiedevo nulla più. Nessun altro desiderio. Avevo conosciuto a fondo le parti di me più remote e ora conoscevo chi ero e qual era il mio ruolo. Ora sapevo esattamente quale strada percorrere e che non avrei mai più abbandonato.
E ora? Ora mi trovavo con la mia famiglia e sapevo che l’unica cosa che contava in questa mia esistenza era preoccuparmi di loro. Avrei dovuto fare di tutto per renderli felici e soddisfatti di avermi al loro fianco. Dovevo essere fermo nel mio essere per donare un punto di riferimento costante senza mai cambiare secondo il momento ne farmi prendere dallo sconforto né da improvvisi cambi di umore. Loro lo chiedevano e lo esigevano.
Sapevo che dovevo insegnare loro ciò che avevo imparato ritenendomi fortunato a essere stato prescelto per il pellegrinaggio che avevo intrapreso e che mi aveva insegnato tanto.
Tutti i pensieri che circolavano nella testa spingevano una certa forza e sicurezza tanto da permettermi di guidare con una grande rilassatezza e presenza. La musica e la temperatura lievemente calda, che inondava l’abitacolo, fece il resto. Il tempo però peggiorò di colpo aggiungendo difficoltà alla pioggia che cadeva.
La foschia ora si era fatta più fitta e il bosco oscurava ancora di più quella sera senza luna. La pioggia scendeva con forza. Le folate di acqua, che il vento portava, tagliavano in obliquo le pozzanghere della strada come una nave in preda ad un mare in tempesta.
Improvvisamente dietro ad un tornante in discesa, dentro ad una fitta nebbia, vidi fermo, nella mia direzione, davanti a me e in mezzo alla strada un cerbiatto.
Un grande cerbiatto muscoloso e fiero dal quale spiccavano due occhi luccicanti mentre il corpo era coperto dall’oscurità. Ancora il cerbiatto e ancora Pippi.
Mi spaventai molto e fui catturato da una tensione che mi annebbiò la vista e le reazioni.
Non mi accorsi dell’animale prima di esserne praticamente contro.
Per evitare l'impatto frenai così bruscamente che l'auto, per colpa dell'asfalto bagnato, cominciò a sbandare procedendo a zig zag sulla strada, complice il sistema di frenata ausiliario.
Il terrore mi avvolse come fuoco divampando in me fino alla paralisi. Spalancai gli occhi e un urlo di terrore si bloccò all'altezza della gola senza emettere nessun suono.
Persi il controllo del mezzo che sbandò scodando a sinistra e a destra per prendere, poi, una direzione rettilinea verso la scarpata a destra.
Il tempo rallentò fino a quasi fermarsi. Ogni singolo istante si dilatò durando un’eternità.
Tutto sembrò procedere a immagini al rallentatore come una scena sotto l'azione di un flash di una macchina fotografica.
Vidi il cerbiatto poi il buio. Vidi Bianca teneramente addormentata sul sedile posteriore poi il buio. Vidi Monia al mio lato destro e il buio. Vidi i miei occhi in preda al terrore poi un grande buio.
Per un istante mi vennero in mente le parole scritte da Pippi prima di sparire.
-” Vieni a me ti aspetto”-
Che cosa voleva da noi? Perché era così spietato? Perché mi voleva con lui ovunque fosse?
Questi pensieri furono come un pugno dritto in viso.
Facendomi svegliare e vivere il momento esattamente come realtà imponeva.
L'auto procedeva diritta, a ruote bloccate, verso la scarpata, dove di certo avremmo trovato la nostra fine.
Sterzai con tutta la forza che avevo lanciando il più tremendo degli urli che questa volta echeggiò all'interno.
L'auto riuscì, per un attimo, a cambiare direzione verso il centro della strada, ma, per colpa della sterzata vigorosa, cadde su un fianco per poi rotolare giù, lungo la scarpata divenuta di colpo buia e spettrale.
I miei occhi non riuscirono più a vedere nulla se non un profondo nero.
L'auto rotolava giù per la scarpata mentre nella mia testa regnava il caos più totale come dentro ad una lavatrice in centrifuga. Vedevo i visi terrorizzati di mia moglie e mia figlia, mentre cercavo con la mano di tenere ferma quest'ultima dall'enorme sconquassamento interno.
Scoppiarono tutti i vetri nei continui e potenti urti con assordanti esplosioni, mentre a ogni colpo dell'auto contro i massi, enormi bozze si formavano all'interno dell'auto colpendo ogni parte dei nostri corpi. Non capì nulla di quanto stava succedendo.
Un grande colpo mi fece sobbalzare tanto, che si strappò la cintura di sicurezza facendomi urtare con forza il tetto della macchina o di quello che ne rimaneva.
In quello stesso istante arrivò per me il buio totale e il nulla.
Spalancai gli occhi terrorizzato quando improvvisamente mi accorsi di essere con tutto il corpo immerso nell'acqua. Trattenni istintivamente il fiato.
Ero stato sbalzato fuori dall'auto con grande violenza ed ero atterrato dentro un’enorme quantità d'acqua profonda e fredda dalla quale mi sentivo soffocare.
Cercavo con le poche forze rimaste di raggiungere la superficie mentre l'aria nei polmoni stava per finire e la paura di soffocare mi bloccava.
La forza delle correnti nell'acqua mi spingevano sempre più a fondo, e ogni mio movimento, per cercare di risalire, risultava vano ricacciandomi indietro.
Mi agitai in preda al panico.
Cosa mi sarebbe successo ora? Come sarei riuscito a liberarmi da quell’invisibile morsa?
Richiamai tutte le forze rimaste e cominciai a nuotare verso l'aria e verso la salvezza.
Quando fui a metà del mio tragitto, fui costretto a fermarmi. L'aria nei miei polmoni era terminata e non avevo più le forze per proseguire.
Non volli aprire la bocca per non bere mentre l'aria era terminata e stavo per soffocare.
Mancava l'aria e il mio cervello si stava spegnendo.
Mi si spalancarono gli occhi mentre le pupille iniziavano a girare indietro verso lo interno. Non riuscivo più a muovere nemmeno un muscolo del mio corpo.
Mi lasciai trasportare senza porre resistenza in direzione della morte.
Galleggiai in verticale come in piedi e riuscì in un ultimo gesto a unire i palmi delle mani tra loro come nel gesto di una preghiera. Un gesto istintivo che significava forse la resa e la richiesta di redenzione per tutti i peccati commessi.
Rimasi in quella posizione alcuni minuti mentre tutto intorno si scatenavano le correnti d'acqua provocate di certo dal temporale in atto.
Pensai al viso sorridente di mia figlia, passò nei miei miraggi Monia, vidi mio fratello e le mie sorelle sorridenti insieme, vidi i miei nipoti che correvano felici in un bellissimo prato verde, ricordai mia madre sorridente a braccetto con mio padre sullo sfondo di altissime montagne.
A un tratto, nella visione, mio padre si staccò dall'immagine con mia madre e si avvicinò a me sorridendo allungandomi la mano come per invitarmi a congiungermi con lui.
In quello stato la smorfia della morte si tramutò in un rilassamento del viso aprendo lo spazio a una serenità improbabile.
Non so se fossi stato io con la mia volontà, ma, la mano destra si staccò dal contatto con la sinistra e si allungò cercando di prendere quella di mio padre.
Il suo viso, nel frattempo, era inaspettatamente cambiato prendendo le sembianze di Pippi. Non era possibile tutto ciò.
Nulla aveva più alcun valore.
Stava veramente arrivando la mia fine ed era molto più brutta di quanto m’immaginassi.
Un freddo profondo attanagliò tutte le mie membra facendo uscire la vita in quell'ultimo respiro. Ero morto.
Chissà dov'era Bianca? Magari si era salvata? O forse no, e allora ci saremmo incontrati a breve, forse piansi mentre la mano veniva sempre più vicino alla mia. Le due mani si stavano quasi per toccare quando, improvvisamente, la mano di mio padre diventò un grande tronco di legno che la corrente aveva spinto verso il fondo.
Lo afferrai senza rendermene conto e dopo pochi istanti mi ritrovai fuori dall'acqua. Spalancai, con un gemito, la bocca come per ingurgitare più aria possibile e finii riverso su una sassosa riva dopo essere sprofondato e riemerso almeno un altro paio di volte.
Non riuscì a comprendere nulla, ero rimasto troppo tempo senza ossigeno. Stavo molto male. Ero senza forze. Avevo delle fortissime vertigini e tutto il mondo intorno a me girava vorticosamente mentre anche la vista era compromessa.
Nessun contorno era visibile e tutto si mescolava in un insieme di colori e suoni mescolati e indefiniti.
Cercai con gli occhi Bianca ma non riuscì a vedere nulla.
Non riuscivo a respirare e svenni dopo avere vomitato tutta l'acqua ingerita. Caddi riverso a faccia in giù procurandomi ferite su tutto il volto.
Forse ero alla porta di uscita della mia vita.
Esausto cedetti le forze all'ignoto e caddi in un sonno profondo pregando affinché mi potessi risvegliare presto da quest’orrendo incubo.
Passò un’eternità dentro la notte mentre il mio corpo era sconquassato da continui dolori e svenimenti. Ero convinto che non avrei rivisto mai più rivista la luce.
Il mattino arrivò con il suo splendido sole mentre i raggi cominciavano a scaldare la natura dopo l'acquazzone.
Era nata una splendida giornata che spiccava per la sua limpidezza rendendo i colori più accesi.
Nessuno era a conoscenza del nostro dramma.
Nemmeno Il cielo sapeva del nostro terribile incidente e nulla poteva fare per aiutarci. Il suo ciclo di vita era troppo importante per occuparsi di noi e di ciò che accadeva al genere umano.
Una lieve luce passava attraverso le mie palpebre chiuse.
La riconobbi ma non riuscì a realizzare se era vera oppure fonte del mio stato di morente.
Non ero in grado di riconoscere se fossi ancora vivo oppure no.
Passò parecchio tempo nel quale rimasi immobile, riverso su una riva fatta di sassi bianchi tondeggianti.
Appena provai ad accennare un movimento, un dolore profondo in ogni parte del corpo mi penetrò come una lama, costringendomi a rimanere immobile nella mia posizione a faccia in giù.
La mia testa era dolorante e piena di ecchimosi. Numerose ferite erano sanguinanti rigando il mio volto della rossa linfa.
Probabilmente avevo parecchie fratture tanto che non riuscì a muovere nemmeno un arto.
-”B-B-Biancaaaa!! M-M-M-Moniaaa!!”- Cercai di farmi sentire con la poca voce che potevo fare.
Niente. Nemmeno un rumore. Non riuscivo a vedere che davanti a me e di loro nessun segno. Il battito del mio cuore prese a galoppare nel petto.
La mia preoccupazione si trasformò in autentico terrore nel non sentire nessuna risposta da parte dei miei familiari. Nessun cenno di vita.
Mi trovavo in riva ad un fiume vicino a un bosco credo di conifere.
Mi trascinai come riuscii verso un punto dove avrei potuto vedere meglio il posto dove ero disgraziatamente finito.
-”Biancaaaaa”- nessuna voce o lamento arrivavano alle mie orecchie.
Non potevo credere che il grande dio avesse preso lei risparmiando me. Sarebbe stata un’enorme ingiustizia che non mi sarei perdonato per il resto della mia esistenza.
-” Biancaaaaaaaaaaaaaaaaa”-
-” P-p-p-papà”- Ad un tratto una flebile e dolorante voce se sentì nel silenzio.
-” Biancaaaaaaaaaaaaaaaaa”- Dove seiiiiii??...Sia lodato il cielo!
-” Pap-Papà aiutami ti prego!!!”-
Sentivo il suono della voce di Bianca provenire poco più in alto dietro a grandi massi tra gli alberi.
Mi trascinai dolorante sopra quella piccola altura con la speranza di rivedere mia figlia. Nessun dolore poteva essere più grande di averla persa per sempre.
Superai con grande fatica quel tratto e arrivai in cima.
Guardai in basso e vidi, immersa con metà ruote nell'acqua del fiume, un cumulo di rottami che, un tempo, era la mia automobile.
Mi avvicinai zoppicando e dolorante per vedere al suo interno al fine di prestare soccorso e ai miei cari. Avevo terrore della scena che si sarebbe presentata ai miei occhi pensando a cosa sarei riuscito a dare come aiuto.
Mentre camminavo a fatica sui sassi levigati dal fiume, mi resi conto sempre più dello spaventoso incidente che era capitato.
La nostra auto era un ammasso di ferraglia contorta. I finestrini, come il parabrezza e il lunotto posteriore, erano esplosi nei vari impatti contro la parete della montagna mentre le lamiere erano accartocciate su se stesse.
Intorno all'auto, per un largo raggio, erano disseminati ovunque tutti i nostri oggetti che prima dell'impatto si trovavano nel baule e nell'abitacolo come dopo a un’esplosione.
Vidi la macchina dietro grandi massi e immersa nel fiume fino a metà delle ruote.
Pensai che per una grande fortuna, se di fortuna si potesse trattare in quell’occasione, non aveva fermato la sua corsa capovolta.
Mi avvicinai trascinandomi passo dopo passo come potevo sui sassi lasciando scie di sangue al mio passaggio.
Quando fui accanto alle lamiere accartocciate, mi portai immediatamente verso Bianca che singhiozzava dolorante.
Era riversa sui sedili posteriori piena di botte, lividi e sanguinava notevolmente. Tremava dal freddo e sembrava veramente confusa da non riuscire nemmeno a riconoscermi.
-” Bianca sono il papà non piangere”-
-” Papà perché ci hai fatto questo? “- disse con un sussurro tremolante.
Erano le ultime parole che avrei voluto sentire in quel momento tanto da sovrastare tutti i dolori laceranti che le ferite mi procuravano.
-” Amore perdonami”- Poi non riuscì a dire null'altro scoppiando in un pianto disperato.
-” La mamma dov'è? '”- Disse la piccola. Monia sembrava apparentemente senza vita riversa a testa in giù nel posto del passeggero. Non riuscivo a vedere Monia in viso poiché la testa era nel posto dei piedi in basso dell'auto. Era riversa sottosopra, con Il corpo accartocciato sul sedile, gli abiti strappati e numerose ferite sanguinanti.
La prima cosa che pensai era scaldare Bianca. Con un grande sforzo andai a recuperare un sacco a pelo, poco distante, che era stato sbalzato negli impatti sulla riva del fiume trovandolo inaspettatamente asciutto. Riuscii a coprire Bianca così da ripararla momentaneamente dal freddo degli abiti zuppi d'acqua. In seguito mi avvicinai a Monia e posi le dita all'altezza della vena giugulare sul collo. Percepii un lieve battito. Fui invaso da una felicità incontrollabile che mi strappò un sorriso.
Ripresi a occuparmi nuovamente di Bianca mentre le mie ferite continuavano a sanguinare copiose e i miei dolori erano così profondi da togliere l'aria dai polmoni.
Girai Bianca prona mentre le sue urla di dolore erano coltelli nelle mie ferite. La spogliai dai vestiti bagnati e sanguinanti e la disposi di nuovo sdraiata sul sedile posteriore arrotolandola tra le mie t-shirt rimaste asciutte in una borsa anch’essa sbalzata via dagli innumerevoli impatti dell’auto rotolante.
La sollevai, quindi, con grande cautela mentre le sue urla di dolore erano insopportabili alle mie orecchie. La adagiai nel prato poco distante al greto del fiume sotto un sacco a pelo che avevo recuperato e adagiato a terra. Mi preoccupai di coprirla al meglio, anche se il sole ci illuminava e scaldava. Bianca era molto provata, il suo viso mostrava uno spettrale pallore e le smorfie di dolore imbruttivano il suo piccolo e tenero viso. Le chiesi di non addormentarsi e lei mi fece di sì con un cenno del capo.
Mi riportai lentamente di nuovo vicino all’auto. Anche le mie ferite erano molto dolorose. Era giunta l’ora di occuparsi di Conia. Ebbi molta paura e circostanza nell'avvicinarmi a lei e soccorrerla. Era in una posizione assai difficile da trattare ma, nonostante questo, riuscì ad arrivare a sentire che respirava ancora anche se debolmente.
Con l’aiuto di un ramo d’albero, trovato spezzato nei pressi, riuscì ad aprire la portiera lato passeggero ed estrarre Monia facendola cadere sulle gambe che, in quell’assurda posizione, si trovavano in alto. Lo stare a testa in giù le aveva fatto arrossare il viso in modo innaturale mentre le ferite sul corpo sanguinavano copiosamente.
Una volta adagiata lentamente sui sassi, le passai sul volto della stoffa che avevo imbevuto con le fresche acque di quel fiume. A quel contatto Monia si svegliò e per me fu davvero una grande gioia.
“- D-d-d-d…d….dov’è Bianca?”- Mi chiese con un alito di voce che feci fatica a comprendere.
“Bianca è qui, adagiata in un prato. E’ malconcia come noi ma viva” – le dissi.
Monia chiuse nuovamente gli occhi.
-“ Come stai?”- Le chiesi.
-“ Sento molto dolore”- “ Ma forse siamo ancora vivi”- disse.
Io annuì.
Presi tutti gli indumenti asciutti che riuscivo a trovare nei dintorni e tutte gli oggetti che mi avrebbero potuto servire. Con grande cautela spogliai anche Monia dagli abiti zuppi d’acqua e la vestii come meglio potessi cercando così di contrastare l’arrivo dell’ipotermia.
Dopo poco fui di nuovo vicino a Bianca. Mi aveva obbedito e non si era addormentata ma il suo visino era una maschera di paura e dolore che cercai di consolare con tutto l’ottimismo che mai avevo dimostrato nella mia vita.
“-Papà ho sete!”- disse.
Cercai un contenitore tra le cose sparse e trovai una borraccia da ciclista che usavo nelle corse podistiche. La riempii di acqua fresca e, con piccoli sorsi, riuscì a soddisfare la sete di Bianca. Feci lo stesso con Monia. I loro visi, con il passare delle ore, si mostrarono leggermente più sereni e anche un lieve colore roseo aveva preso il posto al pallore. Una speranza di riuscire a sopravvivere in quella situazione allontanò il pensiero funesto di perire in quel luogo sperduto.
Si addormentarono quasi simultaneamente e fu mia cura coprirle meglio possibile.
Io mi fermai al loro cospetto a guardarle e non potei fare altro che pregare, pregare e pregare. Chiusi gli occhi rivolgendo una richiesta di aiuto al cielo e la risposta che arrivò fu che dovevo trovare tutta la forza dentro di me per aiutarle e aiutarmi a stare meglio. Solo così Il mio amore avrebbe sconfitto ogni dolore.
Mi venne in mente Pippi e il momento dell’incidente. Ero convinto della sua presenza, tuttavia non capendo razionalmente dove né come. Perché ci aveva fatto questo? Davvero voleva che lo raggiungessimo in qualche altra dimensione?
Non riuscivo a darmi una risposta e caddi in un profondo sconforto scoppiando a piangere.
Mi accovacciai anch’io vicino ai miei famigliari in attesa dei soccorsi che da lì a poco sarebbero di certo arrivati portandoci in salvo.
Dovevo essermi addormentato tanto che mi svegliai di soprassalto sentendo, probabilmente, il rumore di rami spezzati nel bosco dietro di noi.
Mi sincerai con lo sguardo che non vi fosse qualcuno o peggio ancora qualche animale.
Controllai il respiro di Bianca e Monia. Stavano ancora dormendo.
Mi sedetti a scrutare il luogo dove eravamo disgraziatamente caduti. Mi lasciava perplesso il fatto che intorno a noi non ci fossero montagne vicine. O almeno non vicino quanto avevo immaginato. Solo boschi e il torrente che scendeva lento. Vedevo, in lontananza, la catena montuosa più vicina a noi, alla mia sinistra mentre a destra, nella direzione della corrente del fiume, solo ombre di montagne molto distanti. Eppure eravamo caduti proprio da una montagna.
Più pensavo all'accaduto e più non riuscivo a darmi una spiegazione riguardo alla nostra posizione attuale.
L'unico accadimento possibile era che, dopo la caduta nel fiume, esso ci avesse trasportato per parecchi chilometri mentre noi eravamo svenuti.
E ora dove eravamo? Qual era la nostra posizione? Ci avrebbero ugualmente trovato i soccorsi?
Con queste domande cercai di rimettermi in piedi mentre un dolore al fianco sinistro mi fece gridare togliendomi il fiato per una frazione di secondo. Caddi e mi rialzai.
Da quella posizione potevo vedere l'enorme distesa di rottami e “cose” lasciate dalla nostra auto nel suo ribaltarsi lungo il pendio. Alcune galleggiavano sulle acque cristalline del torrente altre erano sparse sulla riva.
Come fossimo usciti vivi, da quegli impatti che avevano lacerato la lamiera, rimaneva un grande mistero.
Bianca dormiva ancora, mentre Monia era sdraiata con gli occhi aperti fissando il nulla. Mi avvicinai a lei senza che facesse in minimo movimento.
-” Come stai?”- Le chiesi
-” Ho dolori ovunque”- “ Credo di avere numerose fratture”- Non riesco a muovermi”-
-”L'essenziale è essere vivi”- dissi. -”Dobbiamo rallegrarci di questo. Vedrai che torneremo a casa sani e salvi. Te lo prometto.”-
Dagli occhi vuoti di Monia scese una lacrima che le bagnò il viso.
Bianca intanto continuava a dormire. Le alzai un lembo della maglia per controllare le sue condizioni di salute. Il suo corpo era macchiato di violacee ecchimosi e di tagli sanguinanti ma superficiali. Sicuramente stava soffrendo ma non sembrava avere gravi situazioni in atto. Anche gli arti erano solcati da graffi sanguinanti ma nessun osso sporgeva. Anche il colorito di Bianca era leggermente pallido ma uniforme e nessun gonfiore anomalo era presente sul suo piccolo corpo. La rivestì lentamente e la lasciai dormire.
-” Sembra che Bianca non abbia riportato gravi conseguenze”- dissi a Monia, la quale annuì mostrando un piccolo sorriso.
Decisi di controllare le condizioni fisiche di Monia e le mie più tardi. Ora mi dovevo occupare della sopravvivenza di tutti noi.
M’incamminai lentamente, con l'aiuto di un bastone trovato nel bosco, verso monte risalendo il fiume. Il mio desiderio era di raccogliere tutti gli oggetti che avevamo perso dall'automobile nei numerosi impatti.
Ispezionai l'interno della carcassa per prendere tutto quello che riuscivo così da rendere accettabile l'attesa dei soccorsi che sarebbero, di certo, arrivati a breve.
Dapprima cercai i telefoni cellulari. Se fossi riuscito a mettermi in contatto con qualcuno, avrei, di certo, dato l'allarme con urgenza. Dei telefoni nessuna traccia, anzi no! Uno lo vidi in fondo al fiume. Lo raccolsi ma ovviamente era inutilizzabile.
Raccolsi tante cose quanto le mie doloranti braccia riuscissero a contenere. Trovai, tra cose inutili, anche oggetti di grandissimo valore in quella circostanza. Il mio zaino, che utilizzavo per le mie escursioni, era sempre fornito di accessori per la sopravvivenza mentre lo zaino di Monia era fornito, invece, di cibo pronto al consumo.
Trovai la mia vecchia tenda canadese che usavo negli spostamenti in montagna, Vecchi sacchi a pelo che usavo come plaid. Trovai delle coperte che ponevo nel baule dell'auto per non sporcare la tappezzeria. Trovai le stoviglie da campeggio dentro ad un contenitore di alluminio.
Ringraziai dio per avermi donato la fortuna e il buon senso di non gettare mai le cose vecchie o logore dal tempo. Mia Madre, donna saggia nata in montagna, diceva sempre: “ Buttati roba che io non ti butto”.
In fondo il nostro passato, pensai, ci aveva lasciato qualcosa in eredità che Il gettarlo lo rendeva un peccato quasi religioso. Ogni oggetto, trasformato in rifiuto, non era solo la mortificazione dell'oggetto in se, quanto all’idea che è alla base della sua stessa progettazione e costruzione. Non solo si gettavano oggetti ma anche stili di vita del passato con tutte le loro conoscenze ed esperienze pratiche.
E cosa abbiamo fatto noi contemporanei?. Lo abbiamo dimenticato in nome di una tecnologia volta allo sviluppo. Quale sviluppo è mai possibile dimenticando la base delle conoscenze esistenti.
Pensai a internet e a tutte le sue numerose applicazioni e quanto ancora sarà possibile sviluppare questa tecnologia per il miglioramento della qualità della vita nell'uomo moderno.
Quest’ultima non sarebbe stata possibile se non si fosse iniziato a incidere simboli su antiche pietre in una sorta di primordiale scrittura.
Il passato doveva rimanere un punto di riferimento da cui partire e, casomai, venire arricchito con le conoscenze attuali in modo che possano insieme creare ciò di cui abbiamo necessità in una sorta di sinergia. Che si tratti di materia o di spirito.
Tornai zoppicando nella zona dove erano adagiate le mie donne, carico come un portatore sherpa. Trasportavo tante cose quante ne riuscivo a tenere. Mi rallegrai del fatto di trovarle sveglie e, nella drammaticità dell'evento, lievemente rincuorate. Le raggiunsi nel momento in cui si stavano lavando le ferite e mi sorpresi trovare Bianca in piedi mentre Monia era seduta ancora dolorante.
-” Ho trovato tante cose chi ci potranno servire”- dissi -” Poi ce ne sono ancora da raccogliere laggiù”- “ Più tardi andrò a recuperarle”.
Montai la tenda con non poche difficoltà vista la mia condizione fisica precaria riuscendo, alla fine, a portare comunque a termine il mio compito. Avevamo una tenda canadese montata nella quale poterci rifugiare e dove trascorrere la notte in attesa dei soccorsi.
Accesi un fuoco, grazie ai fiammiferi trovati nello zaino, davanti alla tenda avendo cura di raccogliere piccoli rametti secchi che servirono all'accensione mentre rami, più grandi lo avrebbero mantenuto. Il fuoco ci avrebbe illuminato nelle notti buie e certamente avrebbe dissuaso l'avvicinarsi di qualche eventuale animale con intenzioni non proprio pacifiche. Avrebbe anche scaldato l'acqua, che non mancava in quel luogo al fine di poterci lavare e cuocere del cibo che avrebbe avuto bisogno di essere cotto.
Era pomeriggio inoltrato e il sole si trovava alto sopra la cima della catena montuosa lontana. Il caldo delle prime ore del pomeriggio stava lasciando il posto al fresco che come brezza si profumava passando attraverso i rami di pino e il muschio selvatico. Il fiume, largo circa otto passi, scorreva veloce ma senza impeto. La stagione era quella delle secche e dell'aridità ma era evidente che aveva piovuto molto nell'ultimo periodo e tanto la notte dell'incidente. Quella distesa d'acqua in movimento scorreva su un letto di pietre arrotondate dal suo perpetuo movimento e altre pietre simili formavano la riva di sinistra e quella di destra. Entrambe le rive erano larghe circa cinque metri prima di interrompersi a un limite da dove iniziava il bosco. Il percorso del fiume, superata la nostra postazione di circa 30 metri, faceva una decisa curva a sinistra girando come se entrasse nel bosco così da scomparire alla nostra vista. Ai lati delle rive, come dicevo, si trovava il bosco. Una fitta distesa di alberi e verde dalle mille tonalità si apriva dinanzi a perdita d'occhio così da non rendermi conto della sua estensione. Da dove mi trovai, non riuscivo a scorgere i contorni né tanto meno l’espansione dei boschi circostanti che si trasformavano le montagne in lontananza. Un misto di sensazioni di agitazione mi avvolse completamente mentre, lentamente, mi rendevo conto di essermi perso in un luogo certamente magnifico ma pur sempre poco ospitale per gente di città e inesperta come noi.
Stava per arrivare la sera e il sole calava dietro i monti in lontananza colorando di rosso porpora uno splendido tramonto che si specchiava sulle limpide acque del fiume.
Monia e Bianca si riprendevano con una velocità straordinaria tanto da riuscire a vederle ora in piedi anche se certamente malconce, tristi e preoccupate per le prospettive future.
Riuscimmo a consumare la cena mangiando i pochi panini rimasti trovati negli zaini alla luce e al calore del falò. Di seguito invitai le mie donne ad accomodarsi all'interno della tenda che nel frattempo avevo attrezzato per trascorrere nella massima comodità possibile la notte.
Io rimasi tutta la notte sveglio a controllare che il fuoco non si spegnesse, avendo, tuttavia, talmente tanti pensieri in testa da non riuscire nemmeno a rilassarmi. Indossai tutto quello che avevo a disposizione e mi sedetti di fronte al fuoco ipnotizzato dalle fiamme che avvolgevano il legno con la loro calda forza. Ogni tipo di pensiero mi passò per la mente lasciando qualche piccolo segno di sé.
Dove eravamo? I soccorsi saranno in grado di trovarci? Come faremo a sopravvivere nel frattempo?
La notte passò. Ben presto il crepuscolo si colorò delle prime luci dell'alba donando un lieve tepore a quel luogo immerso in una strabiliante natura selvaggia. La mia notte passò vegliando sul sonno ristoratore delle mie donne mentre le sentivo respirare all'interno della tenda. Rimasi coricato tutta la notte riposando accanto al fuoco. Il peggio, pensai, era sicuramente passato e con esso la paura di non sopravvivere alle conseguenze dell'incidente. Era giunto il momento di resistere in questo luogo fino all'arrivo degli aiuti. Ci saremmo riusciti?
-” Papà sono sveglia!! Vorrei alzarmi...ho anche fame!! “- Sentii la voce di Bianca da dentro la tenda appena sopraggiunse il mattino.
-” Ora papà viene dentro la tenda così ti aiuta a uscire”- dissi
-” Va bene papà”-.
Alcuni credono che l'emisfero della vita naturale e umana, sia stato tutto percorso in monti e vallate dai nostri predecessori, che tutti i territori siano stati scoperti e catalogati e che a tutto sia stato provveduto invece non è così. Ci trovavamo ora in un luogo sperduto del nostro pianeta, dove avremmo messo a dura prova la nostra resistenza alla sopravvivenza.
Assaporai l'istante prima dell'emozione di vedere mia figlia che stava migliorando le proprie condizioni fisiche dopo l'accaduto. La vidi uscire dalla tenda malconcia, livida e graffiata ma viva.
“- Vieni da papà amore fatti abbracciare!”- “Vedrai che ti toglierò da questa brutta situazione. Te lo prometto!”-
Lei si avvicinò zoppicante e appena appoggiò la sua testina sulla mia spalla scoppiò a piangere. Cercai di consolarla accarezzandole i capelli colore del miele mentre sentivo le sue calde lacrime bagnare la mia maglietta.
-” Papà mi prometti che ci porterai in salvo a me e alla mamma?. Ti prego fallo per favore!”-
Una serie infinita di sensazioni s’impadronirono di me. Guardai fisso il volto di mia figlia rimanendo in silenzio per qualche minuto mentre frustrazione e pietà, gioia e dolore, scoramento e pianto colmavano il mio dentro. Provai tutto questo in una miscela d’indefinite e invisibili emozioni sorprendendomi, in ultimo, di provare una tale forza da riuscire a spingere involontariamente il sangue nelle vene arrossando la pelle del viso.
-” Amore fidati di me...vedrai che papà ci riuscirà. Ora smetti di piangere”-.
Bianca si sedette vicino al fuoco mangiando a piccoli morsi i biscotti trovati nello zaino perdendosi nella fantasia giocosa di bambina.
Dopo pochi istanti uscì dalla tenda anche Monia e anche in lei i segni del miglioramento fisico erano visibili, anche se psicologicamente sembrava distrutta. Uscì in piedi nonostante i dolori che le procuravano sinistre smorfie di dolore.
-” Vieni qua vicino per favore”- dissi a bassa voce con la speranza di non attirare l'attenzione di Bianca.
-”E' la prima volta che parlo dopo ciò che è successo”- “Monia io non so com’è potuto succedere, ancora non me ne capacito. Abbiamo avuto un terribile incidente e, fortunatamente, possiamo raccontarlo. Siamo acciaccati ma vivi. Ora dovremmo cercare di sopravvivere al meglio in questa situazione facendoci forza e senza perderci d'animo per amore nostro e della piccola”-.
Monia annuì mentre il viso si rigò di trasparenti lacrime che luccicarono al riflesso della luce del sole. La commozione raggiunse l'apice alla vista di Bianca intenta in un innocente gioco di fantasia scoppiando in un singhiozzante pianto.
-” Ci riusciremo vedrai. Metterò tutte le mie forze.”- Disse, tra i singhiozzi, Conia cercando di mostrare un tono rassicurante.
-” Io vado nel bosco a cercare cibo”- Tu, nel frattempo, tieni vivo il fuoco e porta un po’ d'acqua su dal torrente. Ritornerò appena possibile.”-
Dopo una prima perlustrazione visiva del luogo mi accorsi che non vi erano sentieri a indicare che da quel luogo nessuno era passato prima di noi. Mi avventurai dentro, dove la vegetazione era meno folta e impenetrabile permettendomi di entrare con una relativa semplicità scavalcando a passi lunghi una fitta vegetazione sotto boschiva. Cominciai, passo dopo passo, a soffermarmi dinanzi ad ogni albero o arbusto per cercare di comprendere se avessero potuto donarci cibo e sostentamento. A ogni rumore, poi, mi bloccai a prestare particolare attenzione al suono cercando di comprenderne la natura e la provenienza. Cercai di apprendere come riconoscere il verso degli uccelli, della selvaggina o di animali di piccola taglia da potere trasformare in cibo fino al tanto desiderato arrivo dei soccorritori. Alla percezione di qualche rumore più intenso cambiai direzione nel mio cammino indietreggiando dalla zona, per timore di incontrare animali predatori che per fortuna non vidi mai. Prestai anche particolare attenzione a dove avrei posato i miei passi cercando di evitare incontri spiacevoli con serpenti o insetti pericolosi. Camminai per lungo tempo cercando di aprire un varco nella vegetazione grazie ad un forte ramo diritto che usavo come bastone per creare una traccia a terra che poi avrei seguito al ritorno. In un bosco le piante non avevano tutte la stessa altezza. Gli alberi più alti avevano i rami che si allargavano orizzontalmente in modo da avere tutte le foglie esposte alla luce solare, perché il sole serviva alle piante per crescere. Sotto i grandi alberi, in una zona di meno luce, un ricco intreccio di arbusti, con svariati tipi di erbe e colorati fiori. Piante che preferivano l'ombra e l'umidità, come le felci e i muschi, riempivano la parte più bassa e oscura del luogo mentre piante rampicanti coprivano tronchi d'albero e grandi rocce. Non riuscì a trovare molto in quella prima uscita e tornai solo con qualche frutto di bosco trovato tra i rovi seccati da un sole molto caldo. Per fortuna avevamo ancora qualcosa da mangiare negli zaini che consumammo al mio ritorno intorno al crepitante fuoco. Il pomeriggio cercai di fare il punto della situazione riguardo alla nostra posizione geografica. Eravamo di certo nel centro della nostra nazione ma nessuno di noi sapeva l'esatta posizione né tanto meno la possibilità di essere nelle vicinanze di quale paese o città. Costruii delle segnalazioni con i sassi con la speranza che qualche aereo, che vedevamo passare lontani in alto nel cielo, potesse avvistarci e avvisare i soccorsi. Lavorai nel costruire enormi "stele" di sassi bianchi prelevati dal greto del fiume appoggiando sasso su sasso fino a raggiungere altezze considerevoli. Erano undici o forse dodici costruzioni. Ero certo che si sarebbero potuti vedere da qualsiasi posizione si dovesse ammirare il luogo dove eravamo accampati. Le nostre ferite stavano lentamente rimarginando e tutti i dolori che avevano afflitto i nostri corpi stavano lasciando il posto a timidi sorrisi di sollievo mentre l'oscurità stava mettendo a dormire la luce del giorno. Passammo la seconda notte senza avere nessuna certezza su cosa ci avrebbe riservato il domani e cosa avremmo fatto se non occuparci di noi stessi. Ma non si percepiva preoccupazione. Avevamo, al contrario, la massima percezione del presente e di tutto ciò che avremmo dovuto fare in ogni istante della nostra esistenza per renderla gradevole e dignitosa anche in quel luogo sperduto. Nessun programma futuro solo l'istante di vita presente. Nulla era rimandato a domani. Ogni istante era un istante guadagnato alla vita e vissuto appieno senza avere bisogno di attendere un momento più propizio per agire. Solo il presente aveva valore. Arrivò il giorno nuovo. Mi recai nuovamente nel bosco seguendo la via tracciata. Mi accorsi con grande meraviglia che ero riuscito a far cadere nella trappola, che avevo preparato il giorno prima, un piccolo mammifero. Un tasso. Il povero animaletto era caduto nella buca che avevo fatto nel terreno e che avevo coperto con minuziosa cura con le foglie. Purtroppo per lui, era caduto nel buco nel terreno, perdendo la vita, infilzandosi con i numerosi legnetti appuntiti che avevo sistemato nella terra dentro la buca. Portai alla nostra postazione l'animale morto ed ebbi cura di non mostrarlo a Bianca per non impressionarla. Lo misi a bollire nell'acqua fino a quando la sua pelle si assottigliò permettendomi di scuoiarlo facilmente mostrando una carne notevolmente rossa. Lo tagliai a pezzi e lo misi di nuovo a cuocere in una pentola contenente acqua pulita. Lo mangiammo dopo avere per lungo tempo fatto bollire aggiungendo nell'acqua bacche di pino profumate e salvia selvatica che ne migliorò il sapore. Raccolsi anche alcune piante che avevo imparato a conoscere fin dai tempi della scuola. Trovai le foglie di tarassaco che mangiammo bollite e un fungo della specie russula che mangiammo cotto. Mangiare senza sale era solo una questione di abitudine e noi imparammo a mangiare senza di esso. Avevamo necessità di alimentarci e non potevamo andare troppo per il sottile. Nei boschi e nei campi e intorno ai fiumi le erbe e le piante spontanee sono cosa di nessuno e contemporaneamente di tutti, bene comune gratuito e abbondante da quando gli uomini della preistoria portavano a «casa» cibo sotto forma di cacciagione, raccogliendo erbe, semi, frutti spontanei.
Era in gioco la nostra vera sopravvivenza e ci trovammo costretti a cacciare il cibo e alimentarci mangiando erbe selvatiche che avevo, in passato, imparato a riconoscere, perché diversamente molto pericolose per la salute e a volte letali. Cercai di ricordare ciò che avevo imparato da bambino nell'insegnamento di mio nonno contadino nel riconoscere, raccogliere e conservare le erbe e i frutti spontanei. Nonno Pietro diceva spesso «Tornando dai campi, uomini e donne si attardavano ancora un po' strada facendo, per raccogliere le diverse erbe che non di rado, insieme a un po' di pane e a un filo d'olio, erano il pasto serale. Finché c'era un po' di luce, c'era da fare anche intorno a casa; intanto le erbe cuocevano. Bisognava avere solo un po’ pazienza». Mi raccontava spesso che in un periodo di carestia riuscì a sopravvivere mangiando ortica, erbe e frutti selvatici, commestibili e curativi. Il nonno andava per i boschi, dove raccoglieva, cucinava e mangiava tutto ciò che la sua conoscenza contadina conosceva grazie a suo padre Augusto sfamando l'intera famiglia. Nonno Pietro era una figura fuori dal coro, indipendente ma rispettata. -” Non di rado”- diceva -” Ero chino nei boschi o nei prati a raccogliere funghi, grugni, sprelle, e soprattutto ortica.”- Diceva: -” L'ortica va bene nei risotti, nelle minestre, nelle frittate, perfino nell'insalata dopo averla lasciata a bagno per un po'. Nessuno dovrebbe stupirsi se mi nutro di ortica. Forse perché di ortica qui ne abbiamo tanta, è gratis e quindi ignorata...»; Poi continuava: «La gente è ormai abituata a dar valore solo a quello che costa tanto, anche se vale poco»; il contrario dell'ortica. Altro che erbaccia da sradicare! Quest'erba, che punge solo a non saperla cogliere per il verso giusto -”bisogna prendere delicatamente le sommità fra pollice e indice”- mentre mimava il gesto -” comunque, la voce popolare dice che pizzicarsi cura i reumatismi “-. Poi, con il suo tono austero, continuava dicendo: “- ha partecipato nel suo piccolo alla storia del mondo. Non solo per via di un grande Re del passato che, pare, si nutrì di sola ortica per sette anni, al termine dei quali dichiarò di poter nuovamente pensare con chiarezza e governare con saggezza -” l'ortica prospera su terreni incolti, si rigenera da sé e non ha bisogno di aiuto, meno che mai di chimica. In diversi periodi di carestia, qua e là nei continenti, le sue foglie e le sue cime hanno fornito gratis un cibo ricco di sali minerali e vitamine. Il succo della pianta fresca tratta diversi disturbi, ipertensione e gotta comprese. Il macerato, poi, aiuta l'agricoltura: come concime o pesticida a seconda delle dosi; gli orticoltori possono produrlo da sé. Pestata e ritorta l'ortica diventa fibra tessile: sudari così tessuti risalgono all'età del bronzo.
Nel suo piccolo, l'ortica tiene il passo alla canapa. Oggi gli agricoltori europei sono incentivati a coltivare campi d'ortica per uso tessile meno costosa del cotone biologico. In Nepal è tessuta a mano da donne artigiane appartate nei loro villaggi di alta montagna, dove non cresce quasi nient'altro e dove è l'unica fonte di reddito monetario.”-Io rimanevo sempre sorpreso dai racconti del nonno che raccontavano di cose superate che ormai fanno parte di una storia spesse volte dimenticata. Molte persone, pensai, non erano a conoscenza che si potevano mangiare cruda la primula, il fiore della malva, il nasturzio, la speronella, l'acacia trovati spontaneamente nei prati.
Pastori, contadini ma soprattutto capre e animali da prato erano stati i maestri di botanica in passato e ancora oggi ne tramandavano le conoscenze in merito. Con il passare dei giorni anche il nostro aspetto iniziava a cambiare. Diventammo certamente più magri ma non per questo eravamo deperiti e senza forza. Tutt'altro. Eravamo più scattanti e meno inclini alla sonnolenza. Eravamo solo particolarmente attenti all’alimentazione di Bianca che doveva essere più scaglionata negli orari della nostra. Non sembrava, in ogni caso, soffrire di quella situazione. Era diventata ancora più bella se fosse stato possibile. I lunghi capelli biondi, leggermente arricciati verso il fondo, attorniavano un viso magro e colorito nel quale brillavano due occhi blu perla. Il suo corpo magro e tonico si spostava su due gambe lunghe ed esili ma di estrema forza. Non si stancava facilmente e questa sua indole ci aiutò molto nella gestione della giornata in quel luogo. Anche Monia stava cambiando di aspetto. I capelli biondi dorati lunghi lasciati gioco forza crescere al loro destino e i grandi occhi azzurri su una pelle bruciata dal sole e le mani ingrossate dal lavoro. Erano queste le nuove caratteristiche fisiche di Monia. Io ero notevolmente smagrito ma non deperito, i capelli ricci e la barba diventata presto molto lunga con grandi chiazze di colore bianco. Sulla pelle i segni del sole diventati rughe profonde sul viso mentre i dolori sparsi nel corpo lentamente miglioravano lasciandomi muovere con più scioltezza. Il nostro aspetto era più simile a una famiglia americana dell'ottocento che a una del nostro tempo. Eravamo organizzati piuttosto bene per essere dei neofiti in fatto di sopravvivenza. Io uscivo al mattino presto per andare nel bosco in cerca di cibo mentre Monia raccoglieva la legna sparsa in quantità nell'area intorno alla tenda tenendo con cura che il fuoco fosse sempre vivo. Nei momenti vuoti si recava al torrente per raccogliere acqua da portare vicino all'accampamento. Bianca aiutava in piccoli lavoretti oppure giocava con pezzi di legno che avevo intagliato a mo di bambole. Nel pomeriggio tutti si faceva qualcosa per migliorare la nostra “casa” oppure parlare di come avremmo potuto raggiungere la civiltà. Tutto sommato avevamo raggiunto, con fatica, una relativa stabilità interiore ed esteriore. Di certo era imposta dalla situazione oggettiva che tuttavia ci stava donando una certa serenità. Le ferite che ci avevano martoriato erano diventante solo un lontano ricordo lasciando spazio a una condizione fisica che giorno dopo giorno migliorava sempre più. Il non avere null'altro che il necessario ci rendeva felici e sollevati dalle mille problematiche che gli uomini evoluti di una società malata nel profondo imponeva. Potevamo dormire, mangiare, ripararci dalle intemperie, avere tanto tempo a disposizione per stare insieme. Insomma avevamo tutto. Solo l'arrivo dell'inverno con le sue rigide temperature preoccupava i miei pensieri ma ero certo che una soluzione l'avrei di certo trovata. Cominciammo con coraggio a fare cose che mai avremmo pensato di fare o che mai avremmo osato pensare. Eravamo in uno stato di grazia perché avevamo radicalmente cambiato la nostra vita spazzando, in un attimo, il condizionamento della sicurezza, del conformismo, dal tradizionalismo e da tutte quelle cose che sembravano assicurare la pace dello spirito. Ora eravamo esseri umani avventurieri affascinati dal nostro futuro incerto, in quello sperduto luogo, piuttosto che di fronte ad un futuro già scritto e segnato nello stesso luogo in cui si era sempre vissuto. La nostra gioia di vivere derivava dall'incontro con nuove esperienze e con il loro risultato, non esisteva gioia più grande nell'avere giorni in continuo cambiamento e sotto una luce sempre diversa. In quel luogo il tempo sembrava scorrere più lento del suo ritmo usuale permettendoci di vivere più a lungo e più intensamente tutte le emozioni che ogni istante ci attraversavano il cuore nella sublimazione di quella natura selvaggia. La felicità non consisteva nella relazione con gli altri bensì era dentro di noi e aspettava di essere afferrata portandoci a vivere nuove e semplici esperienze. Nel posto sperduto dove eravamo capitati, avevamo finalmente stabilito un contatto diretto con il creatore di tanta bellezza che ai nostri occhi si presentava nella sua imponente magnificenza e senza condizionamenti. Quell’essenza che aveva creato lo spettacolo della natura e la magia della vita ora era intorno e dentro di noi creando un tutt'uno. I giorni passavano velocemente e la nostra qualità di vita in quel luogo era sempre migliore del giorno che l'aveva preceduta. Mi mancava qualche libro, forse qualche chiacchierata con amici ma niente più. Mi domandavo se anche agli altri elementi della mia famiglia mancasse qualcosa e la risposta era certamente di sì tuttavia i loro visi, i loro sorrisi e i loro toni di voce quieti e speranzosi mi donavano una tranquillità inattesa. Avevamo tutti una bella pelle luminosa come i nostri occhi. Il tempo trascorreva lento in una grande pace mescolandosi con l'essenza più vera profonda e della vita. Il trascorrere del tempo in serenità con i nostri simili e in armonia con la natura ma, soprattutto con le persone sulle quali provare un attaccamento affettivo. I giorni scorrevano nell’assoluta calma impegnandoci in un quotidiano faticoso ma per questo appagante mentre l'ossessivo pensiero sull'arrivo dei soccorsi diventava un flebile pensiero mattutino. Ci svegliammo di colpo una mattina mentre un rumore assordante riempiva la vallata. Non essendo più abituati a sentire rumori di nessun tipo, se non quelli della natura che avevamo imparato a conoscere e a distinguere, ci spaventammo senza capire subito di cosa si trattasse. Cercammo di uscire dalla tenda quanto più velocemente riuscimmo infilandoci gli indumenti a portata di mano. Appena fuori guardammo in direzione del rumore e ci sorprendemmo di vedere in lontananza la figura di un elicottero che si stagliava nel cielo azzurro in una profumata alba ricca di colori. Sorvolava una zona non molto distante dalla nostra tenda e sembrava cercare qualcosa o qualcuno. Forse i soggetti della ricerca eravamo proprio noi. Uscimmo e ci dirigemmo correndo e gridando felici verso la riva del torrente perché solo uscendo allo scoperto ci avrebbe potuto vedere. Eravamo così eccitati dalla possibilità di essere individuati e soccorsi che inciampai tra le radici degli alberi del bosco che ci ospitava finendo disteso a terra su un letto di aghi di pino. Corremmo come pazzi fino al limite dell'acqua ma l'elicottero era ancora in direzione est talmente distante da non poterci vedere. A un tratto mentre eravamo intenti a segnalare la nostra posizione muovendo le braccia in alto sentimmo un grido. Bianca scappò impaurita da quella meccanica figura che era arrivata dal cielo rompendo una quiete diventata, ormai parte viva delle nostre giornate. Fuggì correndo in direzione della nostra tenda superandola, tuttavia, avventurandosi dentro la profondità del bosco percorrendo il sentiero che avevo con il tempo tracciato. Rincorremmo Bianca chiamandola ad alta voce e intimandole di fermarsi ma lei terrorizzata non ne volle sapere delle nostre chiamate correndo sempre più velocemente. La raggiungemmo quasi al limite del sentiero prima che si aprisse tutto il bosco che era rimasto inesplorato. La consolammo spiegando che erano arrivati per riportarci a casa. Lei non rispose. Ci guardò negli occhi con i suoi grandi e sinceri in uno sguardo che era assolutamente inequivocabile. Lei amava quel posto e quella vita. Nulla era più importante della sua libertà sicura di potere scegliere ciò che le piaceva. Avrebbe difeso la sua autonomia a qualunque costo. Con gli occhi ci comunicò di rimanere immobili. Ci guardammo senza parlare e senza muoverci per diversi minuti mentre l'elicottero dei soccorsi stava sorvolando proprio la zona dove eravamo accampati ovviamente senza poterci vedere e senza nemmeno vedere il nostro sito perché nascosto dal bosco. Tergiversammo il tempo necessario affinché l'elicottero non trovasse nulla che potesse testimoniare la nostra presenza e se ne andasse insieme al suono dei suoi potenti rotori. Un misto di delusione e felicità invase i nostri cuori mentre tornammo camminando muti verso la nostra “casa”. Nessuna parola, come successe in passato, ebbe più senso di quel silenzio carico di emozioni e di attese. Il nostro futuro prese le sembianze di quel luogo selvaggio mentre la nostra esistenza si legò indissolubilmente alle nostre forze e alla nostra capacità di sopravvivere. Nella notte ebbi un incontro con Pippi che si presentò sotto forma del conosciuto cerbiatto. Pippi fu sempre una presenza importante nella mia vita restante dopo averlo conosciuto. Fu presente in ogni mia scelta come una voce, al mio interno, di un maestro che indicava la soluzione e la giusta direzione. A volte infondeva in me la forza di non abbattermi mai e di trovare quell'ottimismo che il solo essere in vita era d'obbligo. Quella notte il cerbiatto dagli occhi azzurri si avvicinò mentre ero seduto su un sasso ad ammirare, illuminato dalle fiamme del fuoco, il procedere lento del torrente. Arrivò dal bosco alle mie spalle senza fare nessun rumore. Non mi accorsi del suo arrivo fino a quando non fu proprio molto vicino. Vidi, così, con la coda dell'occhio le zampe anteriori dell'animale proprio dietro di me. Non ebbi nemmeno il tempo di girare il capo che il cerbiatto posò il suo splendido musetto sopra la mia spalla destra in un gesto di estrema tenerezza. Avevo il muso del cerbiatto a pochi centimetri dal mio viso. All'improvviso di fronte a me l'acqua del fiume di colpo fermò il suo movimento. Le foglie degli alberi smisero di tremare alla brezza mentre anch'essa aveva smesso di soffiare. Si era fermato tutto. Si era fermata la natura. Per magia il buio della notte si era trasformato in un’alba dalla luce magica dentro un’ambientazione divenuta irreale. Il muso del cerbiatto era sempre appoggiato alla mia spalla immobile e con gli occhi rivolti in avanti come ad attendere qualcosa, qualche evento che da lì a poco sarebbe successo. E, in effetti, fu così. Il mio battito del cuore accelerò di colpo mentre sgranando gli occhi, ammiravo incredulo lo spettacolo che stava accadendo proprio di fronte a me nella riva opposta del torrente. Cominciarono a prendere corpo figure di animali spuntare a passo lento dal bosco e collocarsi ritte e fiere proprio davanti a me a una distanza di dieci metri circa. Arrivò per primo un grande cervo con tutta la sua famiglia, poi un cinghiale e un branco di lupi e dietro gli orsi. A sinistra arrivò una famiglia di cani e numerosi gatti di tutte le combinazioni di colori possibili attorniati da camosci, tassi e volpi. L'ermellino faceva la sua apparizione con il suo inconfondibile mantello tra talpe, aspidi e cincillà. Più in la a destra, si mostrava una famiglia di ghiri, poi linci e marmotte. Dalle cime più alte era sceso un branco di stambecchi insieme a grandi alci dal folto pelo. Dagli alberi si mostrarono ai miei visti scoiattoli e piccoli roditori mentre dal cielo si posavano ovunque tutti gli uccelli del creato capeggiati da un’imponente e impettita aquila reale mentre tutto intorno a un brulicare d’insetti di ogni specie e forma. Rimasi bloccato senza nemmeno avere la forza di muovere un solo muscolo. Quello che i miei occhi vedevano era una scena impossibile da accettare e sorprendente da ogni punto di vista. Gli animali di fronte a me continuavano a fissarmi mentre il muso del cerbiatto rimaneva immobile accanto al mio viso. Fissai, a quel punto, i musi di quegli animali e riconobbi, incredibilmente, molti tratti somatici di persone a me care che in quel momento erano partiti oppure erano lontani. Scoppiai a piangere dalla gioia e dall’esplosione di un’emozione troppo grande da trattenere al mio interno. Tra il velo di lacrime che coprivano i miei occhi, riconobbi i miei genitori, le mie sorelle e mio fratello, i nipoti, i parenti, gli amici scomparsi per qualche scherzo del destino e quelli lontani che non vedevo da tanto tempo. Vidi i visi di tutti quei saggi che avevo incontrato ai quali avevo rubato un loro pezzo sostituendo un pezzo di me. Erano tutti di fronte a me fermi e diritti con il viso rilassato e l'espressione sorridente. Davanti a me c'era tutto il mio mondo. Capii in un istante di non essere mai rimasto solo nemmeno per un attimo e che non lo sarei stato nemmeno in quella situazione. Ora compresi il vero significato della felicità... era giunto il momento di cambiare vita. Era arrivato il tempo di cambiare modo di intendere un’esistenza fino allora inserita in schemi molto rigidi. Binari che ne indicavano la direzione da seguire senza tentennamenti, né ripensamenti. Impossibile invertire il senso di marcia. Da quel punto in avanti si cominciò a progettare una vita dove, tempo e luogo perdevano il loro profondo significato e con essi le oscure barriere di confine a una vita considerata libera. Dove l’impegno mentale era di sopravvivere al meglio nell’istante presente, confidando nelle proprie forze e capacità e nelle proprie arguzie e nella magnanimità, se disponibile, degli altri. Questa grande rappresentazione è eterna. È sempre l'alba da qualche parte, la rugiada non è mai completamente assorbita nello stesso tempo, una cascata d’acqua dura per sempre, e il vapore si alzerà sempre, albe eterne, tramonti eterni, sui mari e sui continenti e sulle isole, ognuno a sua volta mentre la terra rotonda gira.
Si può modificare, in ogni istante, ciò che non desideriamo. Non esiste un momento più opportuno di “adesso”. Riprendi le fila della tua vita e donale un personale senso, togliendo da essa pregiudizi, giudizi e concetti preconfezionati. Fai progetti che riaccendano le tue emozioni più remote e sincere. Vivi con la curiosità di un bimbo e la forza di un gigante. Accendi il tuo sguardo. Non importa l’età. Fai che nei tuoi occhi brilli la luce della “conoscenza”. Sei tu stesso a dirigere il gioco del tuo tempo che trascorre perciò non sentirti vittima. Tutto può cambiare in qualunque momento.
Fallo adesso!
Quando arrivarono i primi timidi segni dell'inverno e l'aria fredda cominciò a percorrere la vallata sibilando tra i rami colmi di foglie colorate di autunno, lasciammo la nostra “nuova casa”. Partimmo mano nella mano e sulle spalle i nostri zaini alla ricerca di un riparo per l'inverno iniziando una nuova vita da nomadi, da girovaghi nel mondo così vasto e sconosciuto, finalmente sereni e pieni di quella grande curiosità che è la linfa vitale della vita.

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